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venerdì 8 maggio 2026

IN MEMORIA DI PEPPINO IMPASTATO


QUEL MALEDETTO 9 MAGGIO DEL 1978 - NON SOLO ALDO MORO. IN MEMORIA DI PEPPINO IMPASTATO. 

Non ho eroi, né idoli di riferimento, ma a Peppino Impastato devo moltissimo. Ha influenzato in maniera indelebile la mia vita politica e personale. È per me se un esempio di coerenza e di coraggio, oltre al fatto che negli anni settanta fece un percorso molto simile a quello che feci io allora. La figura di Peppino è diventata nel tempo un simbolo di antimafia vissuta come pratica quotidiana, ironica, popolare, radicata nel territorio. Impastato praticava una resistenza dal basso estranea a ogni retorica.

Nacque il 5 gennaio 1948 a Cinisi, un piccolo comune della provincia di Palermo stretto tra il mare e la montagna, a pochi chilometri dall'aeroporto di Punta Raisi. Era il luogo sbagliato per nascere con la coscienza che avrebbe sviluppato: Cinisi era territorio di Gaetano Badalamenti, uno dei boss più potenti di Cosa Nostra, e la famiglia Impastato era organicamente inserita nel sistema mafioso. 

Il padre Luigi era uomo d'onore, il cognato Cesare Manzella - ucciso nel 1963 in un attentato con autobomba - era un capomafia di rilievo. Crescere in quella casa significava respirare fin dall'infanzia aria mefitica di un mondo fondato sulla violenza e sull'omertà. Eppure Peppino scelse la direzione opposta, con una radicalità che aveva qualcosa di quasi incomprensibile per chi lo circondava. Si avvicinò alla sinistra extraparlamentare, frequentò i movimenti studenteschi, ruppe pubblicamente con il padre - una rottura che fu insieme politica e biografica, poiché Luigi Impastato non accettò mai che il figlio sputasse sul mondo nel quale era cresciuto. La frattura familiare fu definitiva: quando Peppino cominciò a denunciare apertamente la mafia, il padre lo cacciò di casa.

La sua attività politica si sviluppò su più piani. Fondò il gruppo "Musica e cultura", animò il “Circolo Ottobre”, scrisse su giornali della sinistra radicale. Ma il gesto più audace, e quello che gli avrebbe procurato la morte, fu la fondazione nel 1977 di “Radio Aut”, un'emittente libera autofinanziata che trasmetteva da Terrasini. Era lo strumento per denunciare in diretta gli affari illegali dei clan locali, il traffico di droga e la speculazione edilizia legata all'aeroporto di Punta Raisi. Attraverso la radio, e in particolare attraverso la trasmissione satirica “Onda pazza”, Impastato derise Badalamenti in modo sistematico e impietoso, ribattezzandolo "Tano Seduto" e riducendolo a macchietta grottesca. Era una forma di lotta inedita per la Sicilia di quegli anni. Peppino capì che togliere alla mafia la sua aura di potenza, ridicolizzandola, era già un atto sovversivo.

La notte del 9 maggio 1978 - lo stesso giorno in cui veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro a Roma - Peppino Impastato fu rapito, ucciso e fatto saltare in aria con della dinamite sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, nei pressi di Cinisi. Aveva trent'anni. La mafia tentò di far passare la sua morte come un attentato terroristico finito male, o addirittura come un suicidio: una messinscena che per anni inquinò le indagini e ritardò la giustizia. Solo nel 2002, grazie alla tenace opera dei familiari - in primo luogo il fratello Giovanni e la madre Felicia Bartolotta, donna di straordinaria dignità civile - e dei militanti del “Centro Impastato di Palermo”, Gaetano Badalamenti fu condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio.

Nel 2000 Marco Tullio Giordana diresse “I cento passi” - titolo che allude alla distanza tra la casa degli Impastato e quella di Badalamenti - un film capolavoro - con un’interpretazione da manuale di Luigi Lo Cascio- che contribuì a portare la sua storia a un pubblico vastissimo. "Felicia Impastato" è invece un film per la televisione prodotto dalla Rai nel 2016, diretto da Gianfranco Albano, che racconta la vita di Felicia Bartolotta dopo l'omicidio del figlio Peppino, e che è incentrato sulla figura della "madre coraggio" che, rompendo con la tradizione dell'omertà, ha lottato per oltre vent'anni per ottenere giustizia, rifiutando ogni forma di vendetta privata. 


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