Cormac McCarthy
"La strada" (2006)
Le immaginarie storie su mondi post-apocalittici godono (si fa per dire) da sempre, in letteratura, in televisione e al cinema, di discreta considerazione, con forme espressive e risultati qualitativi assai differenti. La tematica del mondo distrutto da un olocausto di varia natura è uno degli argomenti più cari alla fantascienza e uno degli spunti più abusati dall'immaginario narrativo e visivo, purtroppo, di "moda", come non mai, negli ultimi anni, in particolare in questi ultimi tre, coi loro terrori vissuti, annunciati e minacciati dalla propaganda.
Non è necessaria un'eccessiva fantasia per ipotizzarne le forme, d'altronde chi ci ha provato ha di solito rispettato una serie di canoni che si ripetono anche banalmente: paesaggi sterili, forme di vita quasi del tutto estinte e i sopravvissuti del genere umano che crudelmente mettono in pratica, nella maniera più prosaica ed efferata, la concezione di hobbesiana memoria di "homo homini lupus".
Quindi, la materia scelta da Cormac McCarthy non era certo particolarmente originale e quindi, le probabilità di cadere nel già scritto e nei luoghi comuni annessi e connessi, erano abbastanza alte. McCarthy arriva infatti alla prova, quando nei decenni scorsi è stato preceduto da scrittori del calibro di Ballard e Matheson, che le possibili varianti catastrofiche hanno passato al setaccio con geniale meticolosità.
Eppure, McCarthy non solo si smarca elegantemente da tutti i possibili ostacoli e rischi, ma realizza un indiscutibile capolavoro. Da qualsiasi prospettiva lo si voglia guardare, il romanzo ha una sua potenza evocativa, che difficilmente potrebbe far pensare ad altre opere del genere.
E' vero che lo scrittore fa suoi molti degli ingredienti da post catastrofe, compresi certi richiami cinematografici (si pensi per esempio ad alcune suggestioni che fanno venire alla mente i vari "Interceptor"). Alla fine, però, il post-apocalittico viene comunque trattato senza tralasciare alcun particolare e senza giocare troppo sul sensazionalismo, con realismo e verosimiglianza scioccanti.
È un mondo in cui la catastrofe non viene mai precisata, e i cui confini non si conoscono, aumentando il senso di totale straniamento e di precarietà con cui sopravvivono i protagonisti. Un mondo apparentemente privo di animali, a eccezione di un cane dalle caratteristiche spettrali.
Di fatto, il libro potrebbe essere letto anche come se fosse una perfetta sceneggiatura cinematografica, e non a caso ne è stato tratto un ottimo film, interpretato da uno straordinario Viggo Mortensen, che però qualitativamente si pone un gradino al di sotto del romanzo.
A conferma di questa sua plasmabilità, persino lo stile e la scrittura si adattano per intero alla tragedia che stanno vivendo i personaggi, in modo tale da rendere la forma scritta un unicum con il racconto.
Si prendano ad esempio i dialoghi privi di punteggiatura, scarni ed essenziali, che vanno ad integrarsi con il resto del testo, rendendo ancor più vivido il senso di desolazione, di disperazione, di vuoto. Così come l'essenzialità dei paragrafi, a volte anche brevi e brevissimi, che, con la fredda spaziatura, comunica l'impressione chiara, netta dell'impossibilità di vivere una realtà diversa da quella data.
L'assenza di capitoli, sia numerati che intitolati, la quasi totale assenza di nomi geografici, i protagonisti chiamati solo come "l'uomo" e il "bambino", il mondo e i luoghi anonimi, appiattiti dalla desolazione circostante, sono fattori che completano la notevole forza descrittiva di McCarthy che con poche frasi, fa trovare il lettore immerso in quell'universo dominato dal nero e dal grigio, impregnato di fango, cenere e morte. Quasi un fluire incontrastato di un sordo, funereo rumore di fondo.
In mezzo a tutto questo, una piccola ma potente luce. La luce dell'amore tra il padre e il figlio, quasi assoluti protagonisti del libro. Di un uomo che sfida oltre ogni logica la morte, per proteggere e far sopravvivere il figlio in un mondo fosco e crudele. Ma soprattutto la luce simbolica del "portare il fuoco", quell'espressione che spesso il bambino ricorda al padre e che non è legata solo ad un paragone preistorico, ma soprattutto al fatto che la luce e il calore del fuoco tengono viva l'umana speranza.
Una speranza, per dei versi assolutamente insensata, ma che salva i due dal degrado disumano di doversi riscoprire mostri senza più anima, quasi a due passi dal trasformarsi in zombie, anche se senzienti (e qui la metafora è chiarissima), come molti dei "cattivi", così come li chiama il bambino. Ed è un'irriducibile speranza nella "bontà" e nell'umano il messaggio finale dell'autore, un messaggio che tutto riassume e che rende quest'opera diversa da molte altre dello stesso genere.

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