CONSIGLI DI LETTURA
Antonio Colavito e Adriano Petta
"Ipazia, scienziata alessandrina" (2004 - 2006)
Se la storia è quella di una donna eretica e sconfitta, state pur certi che la rimozione e il confinamento nell'ombra sono quasi una certezza.
Quanti di noi hanno mai sentito parlare di Ipazia Alessandrina? Di quale fosse la sua effettiva importanza? Quale ruolo abbia avuto nella storia del pensiero umano? In quante storie della filosofia e del sapere scientifico viene menzionata la sua esistenza? Credo che i casi siano pochi e marginali. Ed è per merito di questo romanzo che io l'ho conosciuta.
Eppure, non solo Ipazia è esistita veramente, ma ha avuto anche un'importanza non certo secondaria. Nella quarta di copertina vengono menzionate poche righe che dovrebbero bastare: "Ipazia (370-415 d.C.) erede della Scuola alessandrina, filosofa, matematica, astronoma, antesignana della scienza sperimentale (studiò e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro)".
Eppure, Raffaello le dedica un posto di tutto rispetto nel suo affresco "La Scuola di Atene". È l'unica filosofa donna in mezzo a tanti filosofi uomini di grande prestigio. Ed è l'unica figura che guarda dritta davanti a sé, fuori dal dipinto, senza timore.
Inoltre, come dice Margherita Hack nella sua prefazione (un po' discutibile data la sua impostazione eccessivamente razionalista, ma erano quasi vent'anni fa), Ipazia fu la prima scienziata donna della Storia di cui ci sono state tramandate testimonianze. Tuttavia, tutto ciò vale molto poco. Si potrebbe obiettare che nulla di suo pugno è rimasto, se non l'epistolario con Sinesio che la consultava sulla costruzione di un astrolabio e di un idroscopio. Ma di quanti suoi "colleghi" uomini è rimasto ugualmente così poco, in determinati casi ancora meno, eppure a molti di questi non è stato negato un posto di primo piano?
L'immagine che Colavito e Petta ci presentano di lei è quella di una giovane donna, colta e sensibile, preoccupata che il sapere di secoli e millenni non vada dissipato e distrutto da un potere che non può accettare l'esistenza di idee non omologate. Ricorda qualcosa?
Una giovane donna e la sua battaglia contro l'intolleranza, ossessionata dall'idea dell'antica distruzione della biblioteca che la sua città vide secoli prima.
Un testo questo, in cui Colavito e Petta si dividono le parti. Il primo che parla con la voce di Ipazia intenta a speculare sul mondo e a riflettere sui suoi sogni, il secondo che tramite la voce narrante di Shalim, discepolo della scienziata, ripercorre in forma romanzata la cronaca di quegli anni, rendendo omaggio alla sua maestra.
E' un mondo diviso in due quello di Ipazia, che non riesce ad accettare questa separazione, tante sono invece le possibilità che l'esistenza può nascondere. E' un mondo alle soglie di una trasformazione epocale, con una Chiesa cristiana ancora giovane e da poco alle prese con le dinamiche del dominio. Si intravedono i primi scontri con alcune culture che da quel momento in poi la cristianità tollererà sempre meno e così per molti secoli a venire, intraprendendo soprattutto una guerra contro la diffusione del libero pensiero, che, al tempo di Ipazia, le ultime propaggini del mondo ellenico ancora un po' garantivano.
Nell'edizione in mio possesso del 2004 - 2005, gli scrittori soprattutto nelle introduzioni promuovono (come fa anche la Hack) una generica idea un po' troppo ingenua, tesa all'esaltazione della Ragione e al presunto oscurantismo medievale, addossando per intero le colpe alla Chiesa Cattolica. Resta comunque, al netto di queste loro considerazioni, una storia raccontata molto bene, a testimonianza di una donna coraggiosa che non volle piegarsi. L'importanza di Ipazia non sta tanto nella difesa della Ragione, che, come abbiamo potuto constatare noi sulla nostra pelle, può essere trasfigurata in un dogma al pari e peggiore degli altri. Ma nella difesa della tolleranza e del libero pensiero.
Un mondo, infatti, che ha purtroppo molte analogie col nostro, dove odio e risentimento, causati da un'idea di appartenenza fittizia e indotta, dove ogni libero pensiero è bandito, inibiscono il dialogo, la crescita, la diffusione della cultura e la mutua solidarietà tra uguali. Un mondo dove la prevaricazione e il conflitto, in nome di una qualsiasi verità rivelata e dogmatica, nutrono il pregiudizio e fanno venir meno la capacità di ascolto e di compresenza nell'altro.
Cambiano gli attori, le "fedi", tuttavia, le dinamiche di potere e di controllo sono sempre le stesse. Ma verrebbe voglia di dire anche che, purtroppo, nel corso del tempo, diventano sempre più pervasive. Come i bigotti scientisti del presente sono, d'altronde, ben peggiori di quelli di ieri, considerando che hanno anche operato un capovolgimento. Ora, l'intolleranza opera anche in nome della dea Ragione, e paradossalmente con l'uso di un pensiero magico, altrettanto superstizioso, che millanta di detenere l'imprimatur della vera e unica Scienza.
Il romanzo di Colavito e Petta, che ha il merito di trattare tutto ciò con drammaticità e serenità, è un'opera molto delicata, ma nello stesso tempo forte e tenace, come delicata, forte e tenace è la sua protagonista, irriducibile fino alla fine.
Il libro però narra anche di una dolcissima storia d'amore, che come le idee di Ipazia, rifiuterà di piegarsi all'insensatezza del potere.

Nessun commento:
Posta un commento
Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie