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lunedì 2 gennaio 2023

"Assurdo universo", Fredric Brown (1949)


CONSIGLI DI LETTURA


«Se ci sono infiniti universi, allora devono esistere tutte le possibili combinazioni, quindi, in un certo senso, tutto deve essere vero. Voglio dire che dovrebbe essere impossibile scrivere un racconto fantastico perché, per strane che possano sembrare le cose raccontate, esse possono in realtà verificarsi altrove. Non è così?»

«Certo che è così. C'è un universo in cui Huckleberry Finn è una persona reale, e fa le stesse cose che Mark Twain gli fa fare nel suo libro. Ci sono in realtà infiniti universi in cui un certo Huckleberry Finn fa ogni possibile variante di quello che Mark Twain avrebbe potuto attribuirgli. Quali che fossero le varianti, importanti o meno, che Mark Twain avesse voluto apportare nello scrivere il suo libro, esse sarebbero state comunque vere…
… E c'è un numero infinito di universi, naturalmente, in cui noi non esistiamo affatto, vale a dire non esistono creature simili a noi, anzi in cui la razza umana non esiste affatto. Ci sono per esempio infiniti universi in cui i fiori sono la forma di vita predominante, oppure in cui non si è mai sviluppata né mai si svilupperà alcuna forma di vita. E infiniti universi in cui le fasi dell'esistenza sono tali che noi non abbiamo parole né pensieri per descriverle o immaginarle».

Fino a metà degli anni cinquanta, la fantascienza poteva beneficiare di un alto livello di sospensione dell'incredulità. Un sense of wonder praticamente illimitato. Era il periodo dei pulp magazine e delle prime riviste di sf. Questo, però, non voleva dire che la qualità fosse necessariamente più bassa, perché, nonostante non venissero poste troppe domande sulla verosimiglianza e sulla plausibilità delle realtà raccontate, nelle opere migliori, ci si concentrava innanzitutto sugli aspetti filosofici dell'esistenza, su quanto la materia letteraria riuscisse a essere, insomma, metafora del presente e anticipazione del futuro.

Ricordiamoci che questo fu anche il periodo della prima fantascienza sociologica e distopica, quella per esempio di Huxley e di Orwell.
In questo divertentissimo ed eccellente romanzo, ci sono tutti gli ingredienti classici del genere, che poi, verranno sviluppati nei decenni successivi in maniera differente e anche autonomamente nei vari sottogeneri: viaggi nello spazio, dimensioni parallele, extraterrestri mostruosi, realtà virtuale, paradossi metafisici, e, addirittura, lo spazio interiore, un bel po' di anni prima che venisse teorizzato da Ballard nel suo famoso manifesto. Perché questo è soprattutto un viaggio interiore dello stesso scrittore con elementi fortemente autobiografici.

Qualsiasi dimensione parallela, possiamo vivere o solo immaginare, sarà sempre un "assurdo universo", qualsiasi essa sia, compresa la nostra, che sarà sempre la dimensione parallela di qualcun altro: questo suggerisce lo scrittore. E tutto ciò che noi immaginiamo o potremmo immaginare, in realtà, già esiste. Realtà molto concrete, ma, nello stesso tempo, effimere e caotiche, visto che ne esistono infinite varianti anche per un solo minimo particolare. 

Tuttavia, attenzione, noi non siamo creatori di mondi: gli universi esistono a prescindere da noi, e se noi li immaginiamo è proprio perché possiamo farlo, perché sono lì da sempre. Uno dei temi cardini della fantascienza di cui Brown dà la sua personale versione. Una vera e propria weltanschauung filosofica.
In definitiva, la consapevolezza della realtà come un grottesco caos, che possiede però una sorta di ordine intrinseco, che Brown descrive con notevole senso di comica ironia misto a tragedia.

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