Da "I Re Maledetti" - citazione
«A quell’epoca i prìncipi avevano bisogno di un nano. Era quasi una fortuna per una coppia di povera gente mettere al mondo un aborto di questo tipo; erano sicuri di venderlo a qualche grande signore, se non addirittura al re.
I nani infatti, nessuno si sarebbe mai sognato di dubitarne, erano esseri intermedi fra l’uomo e l’animale domestico. Animali, perché si poteva mettere loro un collare, imbacuccarli, come cani ammaestrati, in abiti grotteschi e dargli pedate sulle natiche; uomini, perché parlavano e si prestavano volontariamente, mediante salario e mantenimento, a questo compito degradante. Dovevano quando glielo ordinavano, fare i buffoni, saltellare, piangere o frascheggiare come bambini, e questo anche quando i loro capelli erano divenuti bianchi. La loro piccola statura faceva risaltare la grandezza del padrone. Venivano trasmessi per testamento come una proprietà qualsiasi. Erano il simbolo del «suddito», dell’individuo per natura sottomesso agli altri, e appositamente creato, almeno in apparenza, per dimostrare che la specie umana era composta di razze diverse, alcune delle quali esercitavano sulle altre un potere assoluto.
Questa degradazione comportava anche dei vantaggi, in quanto il più piccolo, il più debole e il più deforme, veniva a trovarsi fra i meglio nutriti e i meglio vestiti. Inoltre, questo sventurato aveva il permesso, anzi addirittura l’obbligo, di dire ai padroni della razza superiore ciò che non sarebbe stato tollerato da nessun altro.
Ognuno si vedeva scaricato per interposta persona delle frasi di scherno e persino degli insulti che ogni uomo, anche il più devoto, indirizza mentalmente a chi lo comanda, grazie alle tradizionali familiarità spesso assai grossolane del nano.
Esistono nani di due tipi: quelli dal naso lungo, dal viso triste e dalla doppia gobba, e quelli dalla faccia grossa, dal naso corto e dal torso gigantesco montato su minuscole membra nodose. Il nano di Filippo di Valois, Giovanni il Matto, apparteneva a quest’ultimo tipo. La sua testa arrivava giusto all’altezza delle tavole. Portava sonagli in cima al berretto, e abiti di seta decorati di ogni sorta di strane bestiole.
Fu lui che un giorno si avvicinò a Filippo e, volteggiando e ridacchiando, gli disse:
— Sai, sire, come ti chiama il popolo? Ti chiama «il re trovato».
Il venerdì santo infatti, il 1° aprile dell’anno 1328, la signora Giovanna d’Evreux, vedova di Carlo IV, aveva partorito. Raramente nella storia il sesso di un bimbo fu osservato con maggior attenzione all’uscita dal ventre materno. E quando si vide che era nata una bambina, ognuno proclamò che si era espressa la volontà divina e ne provò grande sollievo.
I baroni non dovevano più tornare sulla scelta fatta alla Candelora. E immediatamente, in un’assemblea dove soltanto il rappresentante dell’Inghilterra fece udire, per principio, una voce discordante, confermarono a Filippo la concessione della Corona.»
Maurice Druon, da "I Re Maledetti vol.6 - Il Giglio e il Leone" (1960)

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