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domenica 22 gennaio 2023

"I tre volti della paura" (Black Sabbath) (1963)


CULT
MOVIE

"I tre volti della paura" (Black Sabbath) (1963)

regia di Mario Bava

con Boris Karloff, Michelle Mercier,

Jacqueline Pierreux, Lydia Alfonsi, Mark Damon, Susy Andersen.

Genere: horror, thriller, gotico.


A proposito di visioni inquietanti, questo è un film che trasmette una notevole dose di inquietudine ancora oggi, a dimostrazione che al Cinema di qualità poco servono effetti speciali sofisticati e tecnologie innovative. E a dimostrazione che certe opere artistiche non invecchiano mai, riuscendo a comunicare forti emozioni, nonostante il tempo, attraverso il tempo e fuori dal tempo.

"I tre volti della paura", a dispetto del suo schematico inserimento tra i "b movies", è un film di notevole complessità. Pietra angolare del cinema di genere, ha segnato una svolta decisiva, tanto da essere, nel corso dei decenni successivi, uno dei film più citati e di maggiore fonte di ispirazione di diversi registi e non solo per quanto riguarda l'horror e la produzione di genere. Dario Argento, solo per fare un esempio, non sarebbe stato lo stesso senza Mario Bava e senza questo film. Quentin Tarantino lo considera uno dei suoi maestri: ha affermato che nel concepire la struttura di "Pulp Fiction" aveva in mente proprio questo film.

Nell'ottica, quindi, di una giusta valutazione del "b movie" di qualità, questo è un prodotto di cui andare fieri proprio per la sua indubbia catalogazione. Sul fatto che sia un film di genere, insomma, non ci piove e non rientrava certo nelle intenzioni di Bava stesso fare qualcosa di diverso. Ma proprio qui, per fortuna, risiedono appunto tutte le sue qualità.

In una naturalezza quasi naif, nel rifuggire qualsiasi operazione pseudo intellettuale, ma nello stesso tempo, nella sua struttura che la rende un'operazione colta e squisitamente ironica, sta la genialità dell'intuizione di Bava. A cominciare dagli interventi fuori scena di Boris Karloff, posti all'inizio e alla fine del film. Finale, in cui sta lo svelamento non solo del trucco del cinema di genere in quanto tale e della finzione grottesca legata appunto ai "b movies", ma che è caratteristica imprescindibile di tutto il Cinema.

La finzione non è solo di quei film e Bava sarcasticamente lo rende esplicito. Il cinema è finzione sublime nel suo complesso, e guai a dimenticarlo. L'ironia è diretta chiaramente soprattutto a tutti i suoi detrattori, cultori del cinema "alto", che per tale definizione ha necessità intrinseca e vitale del disprezzo coltivato nei confronti del cinema "altro".

Siamo tutti coinvolti, sembra dire Bava, ma c'è chi lo fa con consapevole sincerità e modestia e chi nega ipocritamente la sua natura, tanto da snaturare in alcuni casi il messaggio stesso, proprio del linguaggio cinematografico.

La finzione, partendo già dal ricorrente pseudonimo di "John Old" usato proprio da Bava, in diverse occasioni come regista, è, inoltre ben rappresentata nei tre episodi presi singolarmente, soprattutto dal primo: "Il telefono", che nella trama è esattamente la finzione di un gioco di terrore, simbolicamente reso financo nella falsa attribuzione del soggetto a Maupassant.

Gli altri due episodi sono invece tratti, rispettivamente, da un racconto di Aleksej Tolstoj (cugino di secondo grado del ben più famoso Lev), "I Wurdalak", e da un racconto di Anton Cechov, "La goccia d'acqua".

In definitiva, anche il Cinema come metafora degli inganni della Comunicazione. Non credete a tutto ciò che vi fanno vedere, che vi dicono, che leggete. Perché molto è falso, è solo rappresentazione della realtà, è creazione di chi sta dietro la "macchina da presa" e della sua "troupe", di chi ci "regala" incubi. 

Tuttavia, paradossalmente, al contempo, la finzione cinematografica ci stimola a sognare, anche se dovremmo farlo "cum grano salis", con spirito critico, consapevoli della finzione stessa, insita in ogni rappresentazione, che sia cinematografica, televisiva, mediatica, virtuale, politica.

Non è un caso, infatti, che il film sia diviso, così perfettamente, in una triade di episodi assai diversi tra loro. Non vi è solo la manifesta intenzione di scandagliare le varie tonalità del terrore: thriller, gotico e horror. Operazione che, tra l'altro, raggiunge risultati assolutamente ragguardevoli. Bava usa di nuovo la metafora del prodotto di genere per parlare ancora una volta dell'essenza del cinema nella sua interezza. La capacità di cambiare luogo e situazione, l'approssimazione visiva che si fa atto sublime, l'eclettica adattabilità ad ogni storia: la luce vivida, quasi eccessiva, dei colori, il grigiore e l'oscurità.

Il cinema in fondo è questo, e a volte alcuni registi di genere sono riusciti meglio nell'impresa con il loro connaturato eclettismo. Sono riusciti con più efficacia a rendere quello che il cinema dovrebbe essere: la materializzazione più concreta delle visioni, dei sogni, delle speranze, dei timori e degli incubi umani.

Mario Bava per questo ha lasciato a tutti noi il suo cinema, pieno di sense of wonder, a cui molti registi, anche più recenti, si sono ispirati, ritenendo giustamente il cineasta italiano un maestro indiscusso per tutti loro.

E infine, una curiosità che non è a tutti nota: la pellicola uscì all'estero con il titolo di "Black Sabbath". E indovinate un po' che cosa ispirò?

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