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mercoledì 8 marzo 2023

"The Others" (2001)


Cult movie

"The Others" (2001)

Regia, soggetto, sceneggiatura e musiche di Alejandro Amenábar

Con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Eric Sykes, Elaine Cassidy, Christopher Eccleston 


«Dobbiamo imparare a vivere tutti insieme. I vivi e i morti.»

Fin dall'apparire delle prime sequenze ci si trova immersi in un'atmosfera di inquietudine che ci accompagnerà per tutto il film: l'urlo straziante della Kidman, preda di un incubo, e tre figure, un uomo e una donna anziani, e una ragazza, avvolte nella nebbia, che si avvicinano ad una villa che appare abbandonata, circondata da una desolata brughiera sull'isola di Jersey, e che non portano bagagli con loro. Tre maschere della tragedia umana che danno l'impressione di essere anime sperse, ma nello stesso tempo pienamente consapevoli di quello che vogliono e del loro inevitabile destino. 

Siamo nel 1945, alla fine della guerra.


All'interno della villa, c'è la casa dalle "cinquanta porte" («In questa casa nessuna porta deve essere aperta prima che l'ultima sia stata chiusa.»), un numero vago, che rende ineluttabile l'indeterminatezza degli spazi. Un ambiente spoglio e lugubre dalle ampie finestre con pesanti tendaggi, che vengono continuamente chiusi e aperti: occhi che guardano verso l'esterno sul lattiginoso panorama circostante. Tende che hanno la funzione di nascondere e proteggere dalla luce in pieno giorno, se quello può chiamarsi giorno. Ma che, tuttavia, hanno anche un'altra ulteriore funzione protettiva: quella di nascondere dal mondo esterno, malvagio e pericoloso. «Perché fuori c'è la guerra.»


La completa assenza di corrente elettrica, tagliata per volontà della donna, signora della casa, così lei lascia intendere, il contrasto tra buio, che mai è del tutto buio, sfumato in una sinistra penombra, le luci appena accennate di lampade a olio, e l'improvviso irrompere della lattiginosa luce del giorno, quando vengono aperte le palpebre-tende, contribuiscono al senso di straniamento, di angoscia e di ineluttabilità. 

E per analogia cinematografica, la mente va al "Barry Lyndon" di Kubrick.


C'è lei: la signora indiscussa della casa, madre iperprotettiva, dal piglio autoritario compresa e compressa in un'algida rigidità, alternata da crisi isteriche e da momenti di scoramento, di commozione e di dolcezza. Una superba Nicole Kidman, forse alla sua migliore interpretazione. Nume tutelare del focolare, ma nello stesso tempo cieca promotrice di una visione intransigente, folle e puritana, e che si ostina a "non vedere".


Ci sono i due bambini: dolci spettrali e pallide presenze. La bimba, al contrario della madre, fa sfoggio di apparente estrema razionalità, quasi mai intimorita dal contesto e dalle presenze, in esasperata continua contrapposizione con la figura materna, ma con momenti di reciproca intensa dolcezza. Il bimbo, più piccolo, impaurito dall'atteggiamento beffardo e irritante della sorella e dal comportamento nevrotico oppositivo della madre, alla quale, proprio per questo, non riescono i goffi tentativi volti a rassicurarlo.


Chi invece rassicura, ma al contempo, inquieta, è la vecchia governante, che sembra avere potere di mediazione, e che sa, ma non dice. Così come il vecchio giardiniere, quasi mai nella casa, che mette ordine "manipolando" all'esterno, che scopre e cela allo stesso tempo. La ragazza muta, che completa il secondo terzetto di abitanti della casa, incarna il simbolo dell'isolamento della casa e dell'allucinata testimonianza.

Il padre/marito è una figura dimessa, immobile nella sua tristezza, quasi impalpabile, è solo di passaggio, non appartiene alla casa, ma alla guerra.


Poi, ci sono gli Altri, gli Intrusi, le oscure presenze che «non sono fantasmi», secondo la bambina, «perché» dice più volte, rivolta al fratello, «i fantasmi hanno lenzuoli bianchi e trascinano catene. Queste sono persone come noi.»

Il meccanismo narrativo del film si incastra alla perfezione, non solo ispirandosi liberamente alla novella "Il giro di vite" di Henry James, ma alle molte suggestioni del cinema e della letteratura mistery e horror. L'incedere è tipico del thriller, con colpo di scena finale e capovolgimento.


Tuttavia non c'è solo la trama con i suoi richiami simbolici e i suoi ammiccamenti al detto, non detto. Nella sostanza, senza troppo speculare, siamo in presenza di un'eccellente rappresentazione metaforica del percorso doloroso che ognuno può intraprendere verso la consapevolezza di sé, dopo una pressoché completa perdita di identità, attraverso lo svelamento e l'accettazione della verità, e il crollo delle resistenze alzate come un muro di esasperanti certezze, credenze e apparenze. Fino alla riconquista dell'armonia e dell'equilibrio col mondo esterno ed estraneo. Non possono esistere i vivi senza i morti.

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