Maschere (una metafora)
Siamo tutti chiamati a recitare su quel grande palcoscenico che è la vita, e a indossare una o più maschere, dietro cui nasconderci. C'è chi ci riesce molto bene e raccoglie un considerevole successo, racimola consensi e un pubblico numeroso; c'è chi invece recita meno bene, ma, allo stesso modo, riesce a raccogliere un certo successo, un po' di consensi e, comunque, un pubblico più o meno ragguardevole.
È ovvio che l'entità del successo e del pubblico è direttamente proporzionale alla platea a cui ci si rivolge, e alla capacità di dire cose che il pubblico vuole sentirsi dire. Da qui la necessità di rendere la maschera e la finzione più credibile possibile. È il pubblico stesso che vuole che la si indossi, inconsapevolmente, ma lo vuole. Una proiezione nella quale riconoscersi.
Tuttavia, le maschere, col tempo, diventano insostenibili e possono sempre cadere, e alla fine verrà meno anche la mistificazione e ci sarà lo svelamento, non solo per gli altri, ma anche per sé stessi.
«Credi che non capisca. Il sogno senza speranza di essere. Non sembrare, ma essere. In ogni attimo consapevole, all’erta. E allo stesso tempo l’abisso tra ciò che tu sei per gli altri e ciò che tu sei di fronte a te stessa. Il senso di vertigine e la costante brama di essere scoperta, di essere finalmente smascherata, ridimensionata, forse annientata».
Poi, ci sono quelli che non riescono a recitare o lo fanno molto male. Sia per onestà intellettuale, che per indole. Hanno scelto di abbassare le difese, non importa se consapevolmente o meno. Indossano maschere talmente trasparenti, da riuscire solo a nascondere molto poco. Niente Superman o Wonder Woman. Rendono di loro stessi un'immagine più o meno reale, fatta di difetti, debolezze e contraddizioni.
Queste persone si rivelano per come le vedete o le immaginate. Non hanno un vero e proprio pubblico, ma raggiungono il cuore di quelli che ne riescono a cogliere l'essenza.
L'appartenenza a questo gruppo, però, non è rigida, e, allettati dal potere, si può sempre imparare a usare delle maschere, ma con danni interiori non indifferenti, minando pericolosamente il proprio equilibrio psicofisico.
[Nell'immagine: Bibi Andersson e Liv Ullman, nel film di Ingmar Bergman "Persona" (1966), da cui è tratta anche la citazione.]
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