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venerdì 26 maggio 2023

Eric-Emmanuel Schmitt "La parte dell'altro" (2001)

 


Consigli di lettura 


Eric-Emmanuel Schmitt

"La parte dell'altro" (2001)


"Fino a quando non riconosceremo la canaglia e il criminale che abitano dentro di noi, vivremo in una pietosa menzogna."

"Hitler è una verità nascosta nel profondo di noi stessi che può 

risorgere in qualsiasi momento."


Qui si narrano le storie di Hitler e di Adolf H.

L'ucronia è quel particolare sottogenere della letteratura fantastica e, in diversi casi, di quella più propriamente di fantascienza, che parte dal presupposto del "cosa sarebbe successo se fosse andato diversamente", prendendo appunto il via da una vicenda che ha condizionato il destino del mondo.

Può essere una vicenda di carattere storico universale, come di carattere personale. Del secondo caso, della vicenda personale di Hitler, si tratta in questo romanzo. Lo scrittore la usa, infatti, come pretesto narrativo.


L'ucronia più famosa è probabilmente "L'uomo nell'alto castello", conosciuto in Italia anche come "La svastica sul sole" di Philip K. Dick, nel quale sempre di Hitler in qualche modo si parla, dato che lo scrittore americano immagina la vittoria dell'Asse nella Seconda Guerra Mondiale, quindi, diversamente dal libro di Schmitt, si ipotizza un diverso epilogo di una vicenda della Storia dell'umanità.

Meno famoso, ma sullo stesso tema, abbiamo poi, il classico di Norman Spinrad "Il signore della svastica, con un Hitler scrittore di fantascienza.


Tuttavia, nel caso de "La parte dell'altro", più che di un'ucronia, si dovrebbe parlare di una storia di universi paralleli.

La biforcazione, la frattura tra i due universi avviene nel momento in cui Hitler tenne l'esame di ammissione all'Accademia di Belle Arti di Vienna per intraprendere la carriera di pittore. Nella nostra realtà storica, nella nostra linea temporale, Hitler fu respinto.


Ma cosa sarebbe accaduto in caso contrario? 

Eric-Emmanuel Schmitt fa iniziare il suo romanzo proprio da questo punto. E non si accontenta di scrivere un semplice romanzo ucronico, seguendo un'unica linea temporale, quella immaginaria, ma le segue entrambe, alternando le vicende per brevi capitoli: uno per Hitler, e uno per Adolf H., e più il racconto va avanti, più le due storie si allontanano l'una dall'altra. Insomma, due romanzi in uno. 

Un'idea così originale e divertente, da risultare geniale. 


Lo scrittore, con una capacità descrittiva di alto livello emozionale e di profonda introspezione psicologica, riesce a rendere avvincenti le due diverse storie, che, nonostante l'alternarsi dei capitoli, si seguono assai agevolmente.

Detto questo, bisogna, tuttavia, chiarire che in ogni caso anche la parte di Hitler non può considerarsi alla stregua di un racconto biografico.

La parte ucronica è totalmente inventata, anche se con tracce biografiche; l'altra, quella "reale", è assolutamente romanzata, nonostante sia assai rigorosa.


"La parte dell'altro" è però anche un romanzo sull'apparenza: l'apparente frustrazione e l'apparente felicità, alla rincorsa di un sogno e di un delirio. È un romanzo sulla rigidità, sulle nevrosi e sulla sociopatia. Ma è soprattutto una sorta di apologo morale.

Un romanzo in cui si incontrano diverse figure storiche, anche inaspettate: a cominciare da Freud.


Eric-Emmanuel Schmitt, drammaturgo e scrittore francese, naturalizzato belga, si ispira chiaramente a un episodio della vita del dittatore, che alcuni sostengono essere accaduto realmente, ancora più indietro nel tempo, quando Hitler era bambino, anche se Schmitt non lo nomina esplicitamente. 

Il dottore di famiglia Eduard Bloch consigliò di farlo visitare proprio da Freud, a causa di disturbi del sonno: incubi distruttivi e autodistruttivi.


La diagnosi fu categorica: lo psicanalista prescrisse il ricovero del bambino in un centro di salute mentale per l'infanzia. Il piccolo Adolf subiva maltrattamenti e pesanti castighi dal padre e proprio questi erano alla base degli incubi e dell'evidente patologia. La madre si disse d'accordo per il ricovero, mentre il padre si oppose e lo impedì.


Questo non per dire che Bloch e Freud avessero necessariamente ragione in questi termini, anche se la loro diagnosi sarebbe difficilmente confutabile. Quanto per sottolineare l'interessante espediente narrativo, spostato al 1908. Ma poteva essere utilizzato anche all'epoca dell'Hitler bambino, oppure poteva essere usato un altro espediente, ponendolo ancora più in là, immaginando, per esempio, un epilogo diverso per la Grande Guerra.


Tuttavia, è solo Adolf H. a incontrare Freud e ad entrare in terapia con lui, non l'Hitler reale, quello che lo aveva già incontrato da bambino.

Stranezze logiche dei paradossi temporali.

I due Adolf in comune hanno però il rapporto d'amore quasi incestuoso con la madre, che morì poco prima dell'esame all'accademia, e quello di odio viscerale nei confronti del padre, morto ancor prima della madre.


L'intento dello scrittore è anche fortemente satirico, tanto da creare delle situazioni decisamente comiche, che arrivano perfino a spingere i lettori a provare simpatia per entrambe le versioni di Hitler, rendendole quindi assai umane.

Sembra assurdo e sconcertante pensare di scrivere un libro insieme comico, grottesco e tragico, con protagonisti Hitler e il suo doppio. Ma è come un atto catartico quello di voler disarticolare il mostro, per comprenderlo, normalizzarlo e renderlo, in entrambe le versioni, un personaggio kafkiano: una versione buona e sensibile, l'altra malvagia e assolutamente priva di empatia.


In sostanza, questo libro appare come una specie di gioco, un gioco provocatorio, un pretesto per parlare anche di altro: del male, della gioia e della morte, dell'imprevedibilità del destino, ma anche del fatto che la nostra vita può cambiare in base alle singole momentanee scelte individuali e di chi ci sta accanto, o di chi incontriamo sulla nostra strada. Non solo a causa di eventi esterni.

Schmitt è convinto che il male alberga dentro ognuno di noi e bisogna essere in grado di riconoscerlo per poterlo combattere.


Non nasciamo predestinati al male, ma lo subiamo a secondo degli eventi, o lo scegliamo, come reazione a essi, annullando la predisposizione erotica nei confronti della conoscenza e del rapporto con gli altri, chiudendoci nel nostro io, come in una cittadella assediata, preferendo il disprezzo e il rancore nei confronti dei nostri simili.

Hitler non è un mostro estraneo da noi, ma un uomo ordinario e normale. Chiunque di noi potrebbe diventare come lui. 


Per dimostrare tutto questo, lo scrittore si adopera strenuamente nell'evidenziare, con l'andare avanti della narrazione, la progressiva, conseguente divaricazione che avviene tra le due realtà nel corso del tempo. E come un'alternativa all'Hitler che abbiamo storicamente conosciuto, fosse possibile.

Si diverte e diverte. Gioca con i personaggi e con i lettori. Crea una galleria di personaggi di contorno semplicemente straordinari, situazioni bizzarre ed equivoci grotteschi.


In coda al romanzo, Schmitt scrive una sorta di postfazione, ma in forma di diario, in cui riporta le fasi che lo hanno portato a scrivere e a pubblicare il libro. Un diario sulle sue motivazioni, sulle discussioni e sulle critiche ricevute, sul conflitto interiore, sulla sua ostinazione ad andare avanti per comprendere e capire come mai in ognuno di noi può celarsi il mostro.

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