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martedì 1 agosto 2023

Cormac McCarthy, "Meridiano di sangue" (1985)


 Consigli di lettura 


Cormac McCarthy, "Meridiano di sangue" (1985)


"Arrampicandosi su quelle antiche spianate tutte pieghe e cavità, si vedeva abbastanza chiaramente com’erano andate le cose lassù, le rocce si erano fuse e raggrinzite come budini, la terra si era aperta in una voragine che portava al suo stesso nocciolo incandescente. Dove si trova l’inferno, per quello che sappiamo. Perché la terra è un globo nel vuoto e in effetti non ha né sopra né sotto, e oltre a me ci sono uomini in questa compagnia che hanno visto piccole orme di zoccoli fessi nella roccia, là sotto, come se ci fosse passata una piccola daina, ma quale piccola daina è mai passata sulla roccia fusa ? Non voglio tirare in ballo le Scritture, ma può darsi che siano esistiti peccatori così famigerati e malvagi che l’inferno li ha risputati sulla terra, e allora capii che erano stati piccoli diavoli ad attraversare con il forcone quel vomito infuocato molto tempo prima, per riportare indietro quelle anime che dal loro luogo di dannazione erano state accidentalmente sputate fuori sugli strati esterni del mondo. Già. È un’idea, niente di più. Ma da qualche parte nel piano generale delle cose questo mondo deve pure entrare in contatto con l’altro. E qualcosa ha pur dovuto imprimere nella colata di lava quei piccoli segni di zoccoli perché io li ho visti con questi miei occhi."


"Tale è la natura della guerra, in cui la posta in gioco è a un tempo il gioco stesso e l’autorità e la giustificazione. Vista in questi termini, la guerra è la forma più attendibile di divinazione. È la verifica della propria volontà e della volontà di un altro, all’interno di quella più ampia volontà che è costretta a compiere una selezione proprio perché li lega insieme. La guerra è il gioco per eccellenza perché la guerra è in ultima analisi un’effrazione dell’unità dell’esistenza. La guerra è dio."


Nonostante la differenza di ambientazione di circa un secolo, c'è un filo che unisce "Furore" a "Meridiano di sangue" ed è la radicale demolizione del mito americano dell'ovest. Ma, mentre nel capolavoro di John Steinbeck i protagonisti sono masse di diseredati che fuggono cacciati dalla propria terra, nel romanzo di Cormac McCarthy quelli che avanzano verso la California sono gruppi di criminali e avventurieri assetati di denaro e di sangue. Il comun denominatore è comunque l'inseguimento di un sogno disperato verso la Terra Promessa.


Cormac McCarthy non usava preamboli, né lunghe introduzioni. Entrava subito nel vivo della narrazione e lo faceva in maniera fulminante, come se fosse del tutto naturale, come se non ci fosse stato nulla né prima, né dopo. L'assenza assoluta di punteggiatura nei dialoghi era funzionale alle sensazioni che voleva trasmettere al lettore.


"Meridiano di sangue" è un singolare romanzo di formazione di un quattordicenne sulla strada del crimine e della perdizione, fino al suo divenire uomo.

Ma la vera protagonista è la strabordante, gotica potenza descrittiva dello scrittore che rende tutto perfettamente logico, riuscendo a farci vedere e percepire ogni cosa, ogni minimo particolare.

Non è  una lettura per tutti. Qualcuno lo ha definito uno dei romanzi più violenti e crudeli mai scritti. 


Ambientato nella cornice epica della Frontiera americana a metà del XIX secolo, è quello che semplicisticamente può essere definito un racconto Western. Una sorta di "On the road" selvaggio e violento. Un'impietosa, capillare destrutturazione del mito della Frontiera.

Tuttavia, non ci troviamo di fronte a una prospettiva di carattere ideologico, ma cinica, a tratti nichilista, sempre intensamente visionaria.

È un romanzo di una spietata crudeltà, ma di assoluta magnificenza.


Il ragazzo, nel corso del suo vagabondare, incontra personaggi pittoreschi, in un contesto di squallore crescente. 

Più il ragazzo precipita nell'abisso del male, più la storia aumenta in epica tragicità.

L'atmosfera è gravata da suggestioni post-apocalittiche, con evidenti analogie con un altro capolavoro di McCarthy: "La strada". 


Un'incombente e continua sensazione mortifera appesta l'aria: paesaggi sterili, un'umanità misera, canaglie di ogni risma accompagnano la lettura di una prosa con evidenti influenze cinematografiche: Sergio Leone è sempre dietro l'angolo, così come "Il Settimo Sigillo" di Igmar Bergman.


L'ambiguità, la sopraffazione e la violenza gratuita sono la norma: non si scorge nessuno indignarsi per questo.

Il contesto è comunque caratterizzato da una sorta di regno dell'arbitrio.

Non c'è perdita di innocenza da parte del ragazzo, perché l'innocenza, semmai ce ne fosse stata una, l'aveva già perduta prima dell'inizio del vagabondaggio.


Tutta la vicenda si svolge durante la guerra tra Messico e USA, per l'annessione da parte degli Stati Uniti del Texas e per le loro pretese su altri territori, conflitto che si svolse tra il 1846 e il '48, e successivamente durante le Guerre Apache.

Il ragazzo inizialmente si arruola nell'esercito irregolare degli Stati Uniti. 

Esemplare il discorso che il capitano gli tiene, tra retorica patriottica e vantaggi legati al bottino di guerra, tipico di certa mentalità yankee. "Morale" che, degenerando sempre più, gli resterà attaccata come la peste nel corso di tutta la vicenda.


Il viaggio della truppa, in groppa a cavalli scheletrici, assume le sembianze di una compagnia della morte allo sbando, simile a un terribile affresco disegnato da Dürer. Fantasmi che vagano nel deserto e nella prateria.

La capacità di McCarthy di rendere perfettamente l'idea dello spettacolo, non ha eguali. È un mondo corrotto, un arido inferno, fatto di sabbia e polvere.

Fino al culmine dell'incontro con un'orda di "demoni".


Tuttavia, la maggior parte del tempo il ragazzo la passerà alla corte del crudele capitano Glanton e dell'inquietante e luciferino giudice Holden, con la sua personale filosofia nichilista, con il suo quaderno che appare interminabile, come una "Biblioteca di Babele" tascabile; nella loro multietnica compagnia di criminali, cacciatori di scalpi ed emarginati, nella quale completerà la sua iniziazione al crimine, in un crescendo di efferatezze e di avventure grottesche, con figure al limite dello spettrale. Morti viventi, che infestano la terra, senza speranza di redenzione.


Non c'è nulla di fantastico, però, nel racconto dello scrittore americano. Solo la cruda e terribile realtà, senza alcuna addomesticata mediazione.

D'altronde all'epoca, il mondo della tanto decantata Frontiera era questo mostruoso incubo, dal quale nessuno poteva esser certo di uscire indenne.

E come sappiamo bene, la letteratura le vette del sublime riesce a raggiungerle anche con "merda e sangue".


Nessun personaggio, nessun gruppo, nessuna etnia sfugge allo sguardo cinico e impietoso di McCarthy. L'edulcoramento buonista è bandito. Lo scrittore si occupa della nuda e cruda realtà, non di scrivere una storiella edificante dai gentili sentimenti. In questo mondo degradato, la ferocia appartiene a tutti, con diversi gradi di intensità, così come il sentimento di vendetta. Seppure, qualche bagliore di umanità sembra emergere ogni tanto.

Tutto è regolato dalla semplice lotta per la sopravvivenza, portata all'estremo dal duro contesto, in cui il racconto si estende come la tela tessuta da un mostruoso ragno.


L'estremismo descrittivo di McCarthy, che può apparire ripetitivo, è volto in realtà a prolungare la suggestione di un vagabondaggio che appare infinito verso la città di Chihuahua. E da questa, continuando l'insaziabile pellegrinaggio, attraverso altre città e villaggi, e ripetendo quasi uno stesso copione, come se fosse un macabro rito, alla volta delle sponde della California, e da qui indietro di nuovo verso il Texas, ma solo per chi ci arriverà. Fino al "demoniaco", spietato e inevitabile epilogo.



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