Consigli di lettura
I Classici
Alexandre Dumas, "La Sanfelice" (1864)
[Ho voluto inserire tre corpose citazioni, due all'inizio e una alla fine della recensione, perché sono molto indicative del contenuto di questo incredibile romanzo, tanto da poter costituire elemento di riflessione sulle potenzialità in genere della narrativa, che spesso vengono sottovalutate, e che talora prescindono anche dalle intenzioni degli autori.]
«Chi ha detto – non so più quale autore sacro o profano, e non ho tempo di fare ricerche: «L’amore è potente come la morte»?
Questo, che ha l’aria di essere un pensiero, non è che una constatazione, e per giunta inesatta.
Cesare, nella tragedia shakespeariana a lui intitolata, dice, o meglio Shakespeare gli fa dire: «Il pericolo e io siamo due leoni nati nello stesso giorno, e io sono il primogenito».
Anche l’amore e la morte sono nati nello stesso giorno, quello della creazione, ma l’amore è il primogenito: si ama prima di morire.
Quando Eva, alla vista di Abele ucciso da Caino, si disperò esclamando: «Sventura! Sventura! La morte è entrata nel mondo!», la morte vi era entrata soltanto dopo l’amore, poiché quel figlio che la morte aveva strappato al mondo era figlio del suo amore. E’ dunque inesatto dire: «L’amore è potente come la morte»; bisogna invece dire: «L’amore è più potente della morte», poiché quotidianamente l’amore combatte e sgomina la morte.»
«Il nostro libro – il lettore se ne sarà accorto da un pezzo – è un racconto storico a cui s’intreccia, come per caso, l’elemento drammatico, il quale, invece di dominare gli eventi piegandoli a sé, si assoggetta totalmente alle esigenze dei fatti e affiora qua e là solo per collegarli fra loro.
Questi fatti sono così curiosi, e i personaggi che li determinano così strani che, per la prima volta da quando teniamo in mano una penna, abbiamo temuto che lo spessore della parte storica avesse la meglio sulla nostra immaginazione. Quando la necessità lo richiede, non ci facciamo dunque scrupolo ad abbandonare per qualche istante il racconto non certo fittizio – in questo libro non c’è nulla che non sia vero -, bensì pittoresco, e a sovrapporre Tacito a Walter Scott. Il nostro unico rammarico – e se ne capirà la portata – è di non possedere al tempo stesso le doti dello storico romano e del romanziere scozzese, poiché, con gli elementi che avevamo a disposizione, avremmo potuto scrivere un capolavoro.
Ci siamo proposti di far conoscere alla Francia una rivoluzione che le è ancora quasi sconosciuta perché è avvenuta in un periodo in cui il suo interesse era concentrato sulla sua rivoluzione, e poi perché una parte degli eventi che narriamo, tenuta accuratamente celata dal governo, era ignota agli stessi napoletani.»
A un certo punto del romanzo, all'inizio del capitolo 80, l'autore scrive questa sopracitata mini autorecensione, che, al netto della sottile e visionaria ironia ricorrente spesso in Dumas sulla veridicità, se non fosse sin troppo modesta, potrebbe bastare di per sé, senza aggiungere altro.
E invece, a suo dispetto, il capolavoro c'è, eccome. Anzi, ad onor del vero, diversi critici lo hanno sempre considerato il vero e più grande capolavoro di Alexandre Dumas padre.
A mio modesto avviso, non è così, ma transeat, sempre di capolavoro si tratta e non sarò certo io a negare questa semplice verità.
Quindi, Dumas fa torto a sé stesso, soprattutto quando afferma di non possedere le doti di Tacito e Walter Scott e che l'elemento drammatico non emerga a sufficienza.
Ed è già la prima citazione sull'amore e sulla morte a smentirlo.
In realtà, "La Sanfelice", atto d'amore dello scrittore francese alla città di Napoli, è uno dei più riusciti esempi di narrativa storica, in cui i fatti sono raccontati rispettando in maniera abbastanza rigorosa e particolareggiata gli avvenimenti storici generali, in cui si evidenzia la grande conoscenza del territorio italiano e le caratteristiche dei suoi popoli, in questo caso dell'Italia meridionale.
Per chi non lo sapesse, i fatti sono ambientati durante la Repubblica Partenopea del 1799, e durante i periodi immediatamente precedente e successivo.
Tuttavia, ferma restando l'impostazione cronachistica, la parte romanzata è ben presente e di importanza notevole, e per fortuna che sia così. Quando si parla di romanzo storico, si parla appunto di romanzo, sennò basterebbero sempre dei semplici saggi, e Dumas sapeva padroneggiare con grande mestiere la componente romanzata dei suoi capolavori di narrativa storica.
Tutti gli ingredienti, non solo del romanzo storico, ma del feuilleton Ottocentesco sono ampiamente rispettati, compresa ovviamente la storia d'amore appassionata. Se c'è qualcosa da mettere in discussione è proprio l'assoluta pretesa veridicità di tutta la ricostruzione cronachistica.
Quello che tuttavia, non dovrebbe sorprendere i lettori abituali di Dumas, è l'estrema sua erudizione, cosa che però ogni volta non può non lasciare ammirati, la minuziosa cura dei dettagli storici, il particolare uso della documentazione, che sfocia persino in aneddoti autobiografici, e di come sapeva ben accompagnare i lettori in ogni fondamentale passaggio delle vicende narrate.
Quindi, a parte, il grande amore tra Luisa Sanfelice e Salvato Palmieri, storia in massima parte romanzata, tra accadimenti reali e, soprattutto, finzione, valga come esempio, l'esplicita narrazione del rapporto saffico tra la regina Maria Carolina di Napoli ed Emma Lyon (o Lyonna) Hamilton, amante anche dell'ammiraglio Horace Nelson. Sulla quale, però, non vi sono riscontri storici certi, anche se la cosa sembra assai plausibile. Quindi, qui siamo pienamente nel territorio della vicenda romanzata.
Lo scrittore si sente autorizzato a farlo, anche perché non erano affatto infrequenti nell'aristocrazia del passato le relazioni omosessuali, basti pensare al caso eclatante di Edoardo II d'Inghilterra marito di Isabella di Francia, il quale aveva alla luce del sole una schiera di "favoriti". Così come documenti riferiti a personaggi dell'antichità, come per esempio l'imperatore romano Eliogabalo, definito addirittura transessuale.
Non era affatto un'eccezione l'omosessualità nel passato e non riguardava solo artisti e rappresentanti delle élite. Anzi, era assai diffusa e non sempre condannata e repressa.
Quindi, Dumas la usa con disinvoltura, senza porsi molto, a quanto pare, il problema del riscontro effettivo, anche se nasconde un certo intento denigratorio, non tanto per la relazione in sé, quanto per la propensione all'inganno e alla crudeltà delle due donne.
Da ciò deriva anche il pregio maggiore del romanzo: il modo straordinario in cui lo scrittore francese tratteggia le figure di personaggi realmente vissuti, personaggi storici, consegnandoli al mito. Qui, ovviamente interpreta, immaginando dialoghi, piccoli eventi, relazioni, ed enfatizzando gli aspetti caratteriali.
Re Ferdinando è oggetto spesso del suo scherno. Lo descrive pavido, codardo,
cialtrone e caricaturale, protagonista di episodi di tragica comicità involontaria. La regina Carolina invece di una malvagità implacabile.
Detto questo, resta però soprattutto uno straordinario romanzo corale con una moltitudine di personaggi.
"La Sanfelice", è un romanzo di lunghezza notevole, ben pochi libri di narrativa all'epoca raggiunsero una simile quantità di pagine. E pochissimi romanzi storici. Ma ogni pagina vale assolutamente la pena di essere stata scritta.
Questo libro non è solo un'enfatica apologia nei confronti della Repubblica Napoletana e di certo giacobinismo. Una "pecca" che gli si perdona facilmente, tenendo conto del contesto in cui viveva e del fatto che non molti narratori sono esenti da simile atteggiamento apologetico.
Non avrebbe potuto certo parteggiare per i sanfedisti.
Fu lui stesso a definirlo un monumento «alla gloria del patriottismo napoletano e alla vergogna della tirannide borbonica».
D'altronde aveva anche un conto in sospeso con i Borboni, come si evince da un passo del romanzo stesso.
Non è comunque uno pedissequo schema quello seguito da Dumas, ma una narrazione molto più complessa. Il grande autore si distingue anche per questo.
È un'apologia anche nei confronti del generale Championnet, conquistatore di Napoli. Dumas, infatti, non solo non nasconde una grande simpatia per questo personaggio, ma ne esalta le doti di gentilezza, giustizia, equanimità e quelle intellettuali, tanto da non esitare ad evidenziare i conflitti che proprio su queste virtù nascono con diversi suoi compatrioti. Una vera e propria coerente riabilitazione, vista la persecuzione e l'esilio che lo condurranno alla morte.
Suo antagonista, tratteggiato altrettanto magistralmente, è il carismatico cardinale Fabrizio Ruffo, uno dei grandi protagonisti di tutto il libro, principale artefice della riconquista di Napoli da parte dei Borboni, e Dumas lo descrive, oltre che in possesso di grande intelligenza strategica, anche come un uomo d'onore, rendendo giustizia alla sua figura, al contrario dei due sovrani, verso i quali il disprezzo non viene certo celato, così come non viene nascosto nei confronti di Emma Lyonna Hamilton e in buona misura di Horace Nelson, mosso anche da risentimento personale verso l'ammiraglio Francesco Caracciolo, oltre che manipolato dalla stessa Emma.
Sono talmente tante le pagine memorabili di questo grande capolavoro, soprattutto nelle parti finali, quelle relative alla caduta della Repubblica, che sarebbe troppo lungo nominare tutti i passaggi che le riguardano. Insomma, il Dumas scrittore politico e rivoluzionario non è da meno di quello di altri suoi capolavori.
Valga comunque da esempio l'episodio che segue e che difficilmente potrà essere dimenticato.
Commovente è, infatti, l'intero capitolo relativo alla morte di Caracciolo con la mortificante e infame sentenza per impiccagione, riservata ai delinquenti, dopo che questi aveva pregato invano Nelson di un onorevole morte per fucilazione o decapitazione; nel quale lo scrittore ci tiene a sottolineare di aver attinto a fonti attendibilissime, come le lettere dei suoi carnefici e il verbale di condanna. Le sue parole a conclusione del capitolo sono più che esplicite:
«Questa sentenza e la sua esecuzione sono così registrate – in modo estremamente conciso, come si vedrà – sul libro di bordo di Nelson, da cui le trascriviamo alla lettera:
«Sabato 29 giugno, con il mare calmo ma il cielo nuvoloso, sono arrivati la nave di Sua Maestà, il “Rainha”, e il brigantino “Balloon”; è stata riunita una Corte marziale, la quale ha giudicato, condannato e impiccato Francesco Caracciolo a bordo della fregata napoletana “Minerva”».
In virtù di queste tre sole righe, re Ferdinando fu rassicurato, la regina Carolina soddisfatta, Emma Lyonna maledetta e Nelson disonorato!»
Tuttavia, quello di Dumas è tutt'altro che volgare manicheismo. Certo, ci sono buoni e cattivi, ma distribuiti, se non proprio equamente, almeno trasversalmente, come si è visto anche con Ruffo.
Tra l'altro descrive come un "lestofante" e un corrotto il colonnello francese Mejean, comandante della guarnigione francese a Napoli, pronto sempre ad accordi segreti per trarne vantaggio personale anche coi sanfedisti. Figura emblematica e oltre il tempo di come sono gestiti certi accordi tra le alte sfere.
Ma lo dimostra soprattutto la scelta che compie nel descrivere due dei pochi protagonisti completamente integri dal punto di vista etico, e sono due realisti, quindi di parte avversa: i Backer, padre e figlio, banchieri ebrei di origine tedesca, traditi involontariamente proprio dalla Sanfelice, e condannati a morte, unico atto di ferocia, che Dumas stigmatizza severamente, commesso dalla Repubblica.
Tutto ciò, costituisce, comunque, un elemento in più per poter capire, non solo l'epoca descritta da Dumas, ma anche quella in cui egli stesso viveva. Allo stesso modo di Manzoni coi "Promessi Sposi".
D'altronde la letteratura non dovrebbe essere giudicata in base alle idee degli autori, in questo caso tutt'altro che disprezzabili, ma per il valore artistico delle singole opere.
Basti ricordare anche esempi più recenti, come il "Giuliano" di Gore Vidal.
"La Sanfelice" potrebbe avere i tratti caratteristici del pamphlet propagandistico e c'è anche chi lo ha sostenuto. Non è affatto mio interesse entrare nel merito. Sicuramente, non si può banalizzare così un capolavoro letterario, proprio in virtù delle considerazioni esposte più sopra.
Anche perché il suo essere schierato non impedisce a Dumas di esprimere una discreta dose di critica sociale e di riflessione sull'esistenza, proprie della grande letteratura, persino sull'élite rivoluzionaria.
Una vecchissima storia, che, con variazioni, si ripete nella sostanza sempre allo stesso modo in ogni luogo e in ogni tempo.
Molto interessante e puntuale, a tal proposito, quest'altro ultimo passaggio:
«Quello che hanno di particolare i grandi cataclismi naturali e i grandi rivolgimenti politici – e, diciamolo subito, la cosa non fa certo onore all’umanità – è che essi attirano l’interesse di tutti sugli individui che, nell’uno o nell’altro caso, rivestono i ruoli principali e dai quali ci si aspetta o la salvezza o la vittoria, mentre i personaggi minori vengono relegati nell’ombra, e a vegliare su di loro rimane solo quella distratta e noncurante Provvidenza che è diventata, per chi è egoista di natura o reso tale dalle circostanze, un mezzo per rendere Dio responsabile di tutte le calamità che egli non si sia prestato a soccorrere.
Fu ciò che avvenne nel momento in cui la barca che trasportava il messaggero atteso con tanta ansia dai nostri cospiratori fu gettata contro lo scoglio e si schiantò nell’urto. Ebbene, quei cinque uomini eletti, dal cuore onesto e misericordioso, ferventi apostoli dell’umanità, pronti a sacrificare la vita alla patria e ai loro concittadini, si dimenticarono completamente dei due loro simili, figli della stessa patria e quindi loro fratelli, che erano scomparsi nei gorghi, e si occuparono unicamente di colui che era legato a loro da un vincolo di interesse non solo generale ma anche individuale, concentrando su di lui tutta l’attenzione e ogni possibilità di soccorso, pensando che una vita così necessaria ai loro progetti non fosse pagata a troppo caro prezzo con le due esistenze secondarie che essa aveva coinvolto e della cui perdita, finché durò il pericolo, non si diedero affatto pensiero.
«Eppure erano uomini» osserverà il filosofo.
«No,» risponderà il politico «erano degli zeri rispetto ai quali un essere superiore rappresentava l’unità». Comunque sia, che i due poveri pescatori abbiano ricevuto almeno un po’ di simpatia e di rimpianto da parte di coloro che li avevano visti perire, è una cosa di cui ci è lecito dubitare, vedendo costoro slanciarsi con aria festosa e a braccia aperte incontro al messaggero che, grazie al suo coraggio e al suo sangue freddo, comparve sano e salvo al braccio dell’amico conte di Ruvo.»

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