Consigli di lettura
Classici
Wilkie Collins, “La pietra di luna” (1868)
«Nel momento in cui mia madre giaceva morente nel suo cottage in campagna, io ero colpito fino all’abbattimento, a Londra: paralizzato in ogni mio membro dalle torture della gotta reumatica. Sotto il peso di questa duplice calamità, avevo i miei doveri verso il pubblico da tener sempre presenti…
…Negli intervalli della sofferenza, nei casuali momenti di sollievo dalla pena, dettai dal mio letto quella parte della Pietra di Luna che è poi risultata la più riuscita nel divertire il pubblico: il «Contributo della signorina Clack»…
… Completato il romanzo, attesi la risposta del pubblico con un ardore di ansietà che non avevo mai provato, né ho provato dipoi, per il fato di qualsiasi altro mio scritto.
Se La Pietra di Luna avesse fatto fiasco, la mia mortificazione sarebbe stata davvero amara. Accadde invece che l’accoglienza fatta al racconto in Inghilterra, in America, sul continente europeo fu istantaneamente ed universalmente favorevole. Non ho mai avuto migliori ragioni di quelle che mi ha fornito quest’opera, per essere grato a tutti i lettori di romanzi di tutte le nazioni. Dovunque, i miei personaggi trovavano amici, e il mio racconto destava interessamento. Dovunque, l’indulgenza del pubblico guardò al di là dei miei errori, e mi ricompensò a cento doppi della fatica che queste pagine mi sono costate, in quel buio periodo di malattia e di affanno.»
Dalla prefazione di maggio 1871
“Egli mi guidò attraverso l’apertura fino ad un monticello di zolle sul terreno fitto di eriche, riparato da cespugli ed alberelli nani sul lato più vicino alla strada, il quale, nella direzione opposta, dominava una veduta grandiosamente desolata del vasto e cupo deserto della brughiera. Le nuvole si erano addensate nell’ultima mezz’ora. La luce era smorzata. Le lontananze velate. L’incantevole aspetto della natura ci venne incontro dolce, tranquillo e incolore: ci venne incontro senza un sorriso.”
Chi ha avuto già modo di leggere Wilkie Collins, sa benissimo quanto questo scrittore inglese, amico di Charles Dickens, abbia contribuito al romanzo ottocentesco, lasciando un'impronta indelebile e ispirando molta della narrativa successiva, e sa pure quanto i due scrittori si siano influenzati a vicenda, autori anche di opere scritte in collaborazione.
Collins, a mio modesto parere, è uno scrittore assai sottovalutato. Basti pensare a quell'immenso capolavoro che è "La donna in bianco", una delle pietre miliari della letteratura inglese del XIX secolo.
Le sue "sensation novels" traggono direttamente ispirazione dal romanzo gotico settecentesco. È un geniale lavoro di rielaborazione e di creazione di un nuovo filone, imperniato sulla cronaca nera e sulle atmosfere della Londra e dell'Inghilterra vittoriana, sfruttando la pubblicazione a puntate di riviste del settore, spesso di proprietà dello stesso Dickens.
"La pietra di luna" segue di dieci anni "La donna in bianco", ed è considerato da molti il primo poliziesco della storia della letteratura moderna, una cosa non da poco. La sua struttura è esattamente la stessa di altre opere dello scrittore inglese, basata sulla polifonia di voci diverse, che prende come modello il procedimento processuale.
La vicenda, difficilmente riassumibile in poche righe, procede, come si può immaginare, a scatti e per integrazioni successive, arricchita dai diversi punti di vista: una serie di testimonianze scritte che ricostruiscono il mistero di un diamante trafugato in India dal colonnello John Herncastle, ex ufficiale dell'esercito britannico, e incastonato su un pugnale, e che originariamente ornava una statua di una divinità induista.
La geniale figura del sergente Cuff ispirerà una miriade di detective, compresi Sherlock Holmes e Nero Wolf. Cuff amante della rosa canina, Wolf delle orchidee.
Altro geniale protagonista è il maggiordomo Betteredge, alter ego dello stesso Collins, che fa da contrappunto a Cuff e con il quale costituisce una coppia di opposti così ben assortiti, che in qualche modo aprirà la strada a Holmes e Watson.
La galleria dei protagonisti è molto lunga, e la polifonia di voci narranti appare alla fine per quello che è: Wilkie Collins si trasforma via via, si cala nei suoi personaggi di ambo i sessi e si lascia andare con gioia alla narrazione.
Ma i personaggi centrali, a parte il pittoresco maggiordomo, sono due: il giovane Franklin Blake, che reca con sé la Pietra di Luna, dono dello zio Herncastle, personaggio dalla non lusinghiera fama, e la destinataria del diamante, miss Rachel Verinder, cugina di Franklin.
La storia, strutturata dall'intersecarsi di molteplici io narranti, offre al lettore, nel continuo cambio di prospettiva, la possibilità di ricostruire tutte le fasi della vicenda, dovendosi destreggiare in un ingegnoso intreccio narrativo, cogliendo numerosi particolari e imparando a conoscere così i caratteri dei vari personaggi.
“La pietra di luna” è diviso in un prologo, due periodi e un epilogo.
Il primo periodo, in cui ha luogo la scomparsa del diamante, è occupato interamente dal racconto di Gabriel Betteredge.
Veniamo così a sapere da questi, maggiordomo a servizio di Lady Julia Verinder, come il diamante sia arrivato in casa di Lady Julia e qui smarrito. È straordinario il modo in cui Collins dipinge questo pittoresco personaggio che, prima di entrare in argomento, non si fa scrupolo di divagare, raccontando la sua storia personale e mille altri particolari. Un escamotage narrativo che ricorre spesso nelle opere dello scrittore inglese.
La dilazione nel tempo offre all'autore la possibilità di tratteggiare con efficacia sia la prima persona narrante, sia il contesto. Non esisterebbe Collins senza le divagazioni, e i personaggi non sarebbero così pittoreschi senza queste pagine così ossessivamente descrittive, ma incredibilmente affascinanti.
Il libro varrebbe anche solo per questa prima parte, che tra l'altro copre quasi la metà del romanzo.
Infatti, il resoconto del maggiordomo Betteredge è talmente di grande effetto, così colmo di particolari, di fatti, ed è anche in qualche modo autoconclusivo, che il racconto avrebbe pure potuto chiudersi lì. Tuttavia, Collins era talmente pieno di inventiva e di risorse, che le pagine successive sono anche più affascinanti, con un incredibile susseguirsi di colpi di scena.
Nella prefazione che ho citato, lo scrittore inglese mette al corrente i suoi lettori di quanto gli sia costato scrivere questo romanzo, a causa del suo stato di prostrazione fisica e morale. Ho omesso di citare però la parte in cui scrive che gli è servito in sostanza anche per alleggerire il suo fardello. Questa alternanza di sofferenza e sollievo traspare nella sua prosa, come una sorta di indecisione trattenuta e poi improvvisamente liberata. Chi ha sensibilità sufficiente non ha difficoltà a coglierlo.
A ben vedere, la passione ossessiva di Betteredge per "Robinson Crusoe" fa trasparire un'allusione ad una condizione di sofferenza e nel medesimo tempo anche la ricerca di una liberazione. Betteredge in quanto alter ego, come ho già scritto, deve in qualche modo riflettere e simboleggiare la condizione psicofisica dello scrittore in maniera più completa possibile.
Ha dell’incredibile il capovolgimento di prospettiva con l’arrivo della testimonianza della signorina Clack, che apre il secondo periodo. Il genio di Wilkie Collins si sbizzarrisce a mostrarci l’animo ipocrita, gretto e bigotto di questa fanatica visionaria, tutta “buone azioni”, comitati filantropici e libelli religiosi da quattro soldi, meschina e gelosa, votata al “martirio”, ma tanto affascinata dalle caratteristiche “spirituali” di uomini di gradevole aspetto.
La Clack è in qualche modo l’antagonista perfetta di Betteredge, che tuttavia serve allo scrittore per integrare la narrazione complessiva, speculare a quella del maggiordomo, anche perché, nonostante la sua grettezza, è una donna in possesso di notevole presenza scenica. È attraverso il suo racconto che lo scrittore riesce a inquadrare perfettamente le dinamiche di potere a livello sociale.
Infatti, è un torrente sotterraneo quello che attraversa tutto il romanzo dall'inizio alla fine, un torrente appena percepibile, ed è dovuto all'umanitarismo di Collins: quello del conflitto di classe tra dominanti e subalterni, che vede il suo apice simbolico nel sacrificio di Rosanna Spearman.
Ma la piena certezza di trovarci di fronte a un grande capolavoro, l’abbiamo con il contributo testimoniale di Franklin Blake, attraversato da un tragico crescendo. È il colpo di genio di Wilkie Collins, che ci sorprende e ci fa impallidire. E il romanzo diventa molto più che avvincente.
Se la soluzione arriva dall’acume del sergente Cuff, tuttavia il vero deus ex machina è un altro: un misterioso e commovente personaggio solitario.
La storia può concludersi così con la giusta ricomposizione.

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