Storia della letteratura
Protagonisti
James Ellroy
«Questo è James Ellroy – il Cane Demone della letteratura americana – in persona che abbandona il suo tavolo in un luogo remoto nel Midwest. Come saprai, sono un analfabeta digitale, quindi qui rompo la mia consuetudine… Il mio nuovo romanzo, The Storm, è pieno zeppo di merda criminale incessante, di merda politica, di merda razziale, di merda di sesso, di uomini e donne in quella merda che è l’amore! Sono stato inserito nella prestigiosa Everyman’s Library. In dolorosa compagnia con Albert Camus, John Updike, Katherine Mansfield, Saul Bellow, Joseph Heller, e con i raffinati contemporanei Joan Didion e Salman Rushdie – gente che non ho mai letto… libri troppo grossi, fantastici.»
James Ellroy, da un’intervista del 2019 a Pangea News
C’è poco da girarci attorno, James Ellroy è uno dei più grandi scrittori viventi, uno dei pochi grandi ancora in vita. Lo è per una serie di motivi, alcuni anche in aperta contraddizione tra loro.
Innanzitutto, è tra coloro che riescono a fotografare meglio il cinismo e il disincanto dell'America, il suo vuoto esistenziale e contemporaneamente la sua grandezza, un modo contorto e potente di esprimere amore per il suo Paese. L'unico per lui possibile.
In Ellroy, l'american way of life è il nulla, solo apparenza, il disfacimento della sostanza e della coscienza umana, causato dalle leggi dello show business e della violenza individuale, il solo autentico codice di riferimento morale. Nonostante questo, la sua è una narrativa colma di epicità, di grandezza politicamente scorretta.
Potremmo definirlo un magnifico “bugiardo” che nello stesso tempo dichiara di essere nazionalista, reazionario, estremista, cristiano, capitalista, pienamente americano.
Per questo, Ellroy è semplicemente il cantore della contraddizione e della complessità. Ama scioccare. Vive da eremita e scrive a mano. È un impenitente individualista. Sicuramente, uno straordinario mistificatore. Il rappresentante del dualismo e dell'ambiguità in letteratura, come Celine, Bukowski, Dostoevskij.
Ed è appunto Dostoevskij il primo grande scrittore a cui si fa riferimento, parlando di Ellroy. Eppure, fino a pochi anni fa sosteneva di non averlo mai letto.
Tuttavia, l’accostamento non è né forzato, né casuale. Ma mentre nel grande russo, il pessimismo era causato dall'idealizzazione di una vita moralmente inoppugnabile, proprietà esclusiva di pochi eletti, in Ellroy non esiste culto nei confronti di un modello morale.
Non solo descrive il mondo nelle mani di gente mediocre e senza scrupoli, ma addirittura nei pochissimi casi di esistenze eticamente apprezzabili o di vittime innocenti, cerca di alimentare la convinzione che queste siano il frutto solamente di un fattore casuale, quasi uno scherzo della società e della natura, e che nulla abbiano a che fare con il resto della Storia.
Si prende beffe della letteratura alta con crudele ironia, ma nello stesso tempo, adora il romanzo dello scrittore americano ebreo Meyer Levin “Compulsion” del 1954, ritenendolo l’ultimo grande romanzo, dal quale Alfred Hitchcock ha tratto quel gioiellino che è “Nodo alla gola” girato interamente in piano sequenza. Romanzo che evidentemente ha ispirato Ellroy in maniera determinante.
Ben oltre il cinismo, insomma. Da qui ne deriva una letteratura pregna, sì, di squallore e nichilismo, ma in virtù della sua "alta considerazione" delle bassezze umane, una narrativa dal respiro epico grandioso. Un'epica della scelleratezza e dell'ipocrisia, come motore assoluto delle vicende storiche.
Ma perché questo sia stato possibile, bisogna risalire alla grande ossessione di Ellroy.
Lo scrittore perse la madre, quando era poco più che un fanciullo, uccisa e violentata da un bruto. Questo incredibile trauma lo seguirà per tutta la vita, restando impresso nella sua anima e lasciando innegabilmente un segno indelebile sulla sua produzione artistica. Nelle pagine di quel diario commovente e nerissimo, "I miei luoghi oscuri", Ellroy ricostruisce questa vicenda, infondendo alla sua ossessione il ritmo allucinato e crudo della sua prosa.
La figura della madre tornerà anche in qualche modo come musa ispiratrice di “Dalia nera”, il primo capitolo della “Tetralogia di Los Angeles”. Anche se il romanzo è tratto da un altro caso di omicidio, il fatto che fosse avvenuto a poca distanza da casa sua, ha reso automatico l’accostamento.
Ma liquidare i motivi della sua genialità solo ad un fattore traumatico esistenziale, vuol dire non rendere giustizia pienamente alla sua opera. Perché se è vero che dietro molti grandi artisti c'è un'ossessione, in Ellroy questa viene sciolta all'interno dell'indiscutibile capacità di analizzare dinamiche sociali e relazioni umane di quel grande protagonista che è l'America.
L'altro aspetto che rende grande Ellroy è il modo in cui capovolge il mito, fino a renderlo addirittura disgustoso, ma lasciando alla fine il mito stesso intatto nella sua fastosità. L'America viene messa in discussione, ma non si discute, viene sgretolata fino ad atomizzarla, ma non si annulla, perchè non si può annullare se non nell'eterna rappresentazione di se stessa.
E quale migliore luogo per rappresentare questa tragedia dell'annullamento e del suo mito se non nel Cinema, Los Angeles e la sua "mecca" Hollywood? Da qui il punto più alto della sua produzione: la tetralogia di Los Angeles, ambientata negli anni cinquanta, perché gli anni cinquanta sono gli anni in cui il mito arriva al suo apice, il dominio USA è fatto ormai compiuto. Quindi, anni cinquanta anche come pretesto, come metafora per il presente.
Prendiamo i personaggi. Si è detto più volte che star dietro alla trama dei romanzi di Ellroy inseguendo la folla di personaggi, che li popolano, sia sbagliato e fuorviante, sono nomi, nient'altro che nomi, fantasmi di quel nulla, che si alternano sul palcoscenico. Tuttavia, da questo palcoscenico alcuni fantasmi spiccano in maniera maggiore, non perchè le loro gesta siano effettivamente rilevanti, se non nella funzionalità della vicenda narrata e della contingenza storica, ma perchè entrano ed escono da quel vuoto, appena i riflettori si puntano, anche solo casualmente, su di loro e appena su di loro i riflettori si spengono.
Anche i personaggi storici più importanti, quelli che nell'immaginario collettivo, tendono ad assumere le vesti dell'immortalità, non sono che fantasmi, nomi vuoti e senza senso, buoni solo per un'apparizione scenica un pò più lunga e durevole, per poi perdersi di nuovo nel nulla.
Altro aspetto determinante nella narrativa di Ellroy è la sua scarsa adattabilità alla definizione di genere, pur mantenendo chiari tutti i presupposti che il genere richiede per essere definito tale.
I canoni del poliziesco ci sono tutti, chiariti ancor meglio da quella sorta di sottogenere che è l'hard boiled. Ma poi, alla fine, l'intreccio di elementi è talmente fitto e complesso da far passare in secondo piano il genere narrativo usato, fino a farlo dimenticare del tutto. Altri hanno il problema inverso, preoccupati dal fatto di usare diverse ispirazioni per contaminare il più possibile la propria narrativa, e per rendersi alla fine indefinibili. Ellroy no, nasce nel poliziesco e in tale genere rimane, ma lo prescinde, perché è la sua letteratura ad elevarsi in maniera tale da rendere ogni classificazione superflua.
La sua prosa tagliente, caratterizzata da periodi brevi e brevissimi, fa il resto.
Ellroy, con la “Underworld USA trilogy”, ha voluto dare il suo contributo al racconto della Storia dell'America a puntate, con l'uscita di "American Tabloid", prima, e di "Sei pezzi da mille" e “Il sangue è randagio”, poi. Qualcuno va definendola Storia criminale d'America, non so se a Ellroy possa piacere questa definizione. Io non la trovo calzante, parlerei più di Storia dell'America vista da Ellroy.
E dopo il grandioso affresco poliziesco di “L.A. Quartet” (“Dalia nera”, “Il grande nulla”, “L.A. Confidenziali” e “White Jazz”), ha iniziato nel 2014 “The Second L.A. Quartet”, fermo per ora a solo due capitoli: “Perfidia” e “This Storm".
Che il dio dei disadattati e degli eretici ce lo preservi ancora a lungo.

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