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mercoledì 29 novembre 2023

Philip K. Dick Trilogia di Valis 1: "Valis" (1981)


 Consigli di lettura


Classici della fantascienza 


Philip K. Dick

Trilogia di Valis 1: "Valis" (1981)


«...un essere umano vede qualcosa di brutto che sta giungendo inevitabilmente. Non ha alcun potere di impedirlo; è impotente. Questo senso di impotenza genera la necessità di assumere un certo controllo sul dolore incombente... qualsiasi genere di controllo va bene. Questo ha un senso; la sensazione soggettiva di impotenza è piú dolorosa dell’incombente infelicità. Cosí la persona afferra il controllo della situazione nell’unico modo che le resta: collabora nel tirarsi addosso l’infelicità incombente; l’affretta. Questa attività fornisce la falsa impressione che goda del dolore. Non è cosí. È solo che non può piú sopportare il senso di impotenza, o di supposta impotenza. Ma nel processo di assumere il controllo dell’inevitabile infelicità, diventa automaticamente anedonico (ossia incapace o restio a godere del piacere).»


«Era come se avessi tremato per tutta la vita, a causa di una cronica corrente sotterranea di paura. Tremare, scappare, finire nei guai, perdere le persone che amavo. Come un personaggio dei cartoni animati invece di una persona, mi resi conto. Un cartone animato degli anni Trenta, ammuffito. Dietro a tutto quello che avevo fatto c'era sempre stata la paura di spingermi.»


«… l’universo è irrazionale perché la mente dietro di esso è irrazionale. Tu sei irrazionale e lo sai. Io sono irrazionale. Noi tutti lo siamo e lo sappiamo, a qualche livello. Ci scriverei sopra un libro, ma nessuno crederebbe che possa esistere un gruppo di esseri umani irrazionali quanto noi, e che abbia fatto le cose che abbiamo fatto noi.»



Parlare di Dick non è impresa da poco. Parlare della Trilogia di Valis è ancora più difficile. Una cosa è certa, quest'opera per la complessità e per il carattere di universalità che la contraddistingue, si iscrive tra le opere più importanti della storia della letteratura del novecento.

Leggere Dick dopo aver letto la sua Trilogia si rivelerà qualcosa di completamente diverso. 


Anzi, a mio parere, sarebbe paradossalmente preferibile, se non necessario, per la comprensione delle sue opere precedenti, leggere prima questi tre romanzi, in una sorta di incompiuto “senso inverso”, che sono tra le ultime cose prodotte dal grande scrittore americano. Probabilmente non le sue migliori in assoluto, ma di fatto imprescindibili.


Tuttavia, la cosa, anche se apparentemente lo è, non è così paradossale. La Trilogia di Valis riveste anche il ruolo di una speciale forma di terapia, di cui Dick si è servito, e la quale alla fine svela a se stesso e ai suoi lettori il cammino interiore svolto dall'artista nei suoi decenni di attività letteraria.


Molti hanno creduto di vedere in questa opera l'ormai non recuperabile delirio di un genio, giunto agli inizi degli anni ottanta in una fase di follia senza più ritorno, che lo accompagnerà fino alla morte. E, seppur ne hanno riconosciuto il valore narrativo particolare, la reputano un'opera fine a se stessa, senza logica alcuna, o meglio con la logica solo ridotta a puro esercizio retorico di uno schizofrenico.


Invece no. Già dalla strutturazione in tre capitoli differenti, appare quanto razionale e lucido fosse il progetto dickiano. Certo, di una storia di schizofrenia si tratta, potremmo dire di geniale schizofrenia. Tuttavia, qui si aprirebbe un capitolo particolare, molto complesso e delicato in relazione alla follia e alla sua percezione nella cultura e nell'arte. Argomento che è contenuto, tra l'altro, in maniera trasversale in tutta la trilogia.


Per ora torniamo alla sua divisione in tre capitoli distinti. Anche qui potrebbe applicarsi il concetto di senso inverso, perché, a ben vedere, il primo libro è una sintesi dei due successivi, ma è anche la premessa necessaria per la costruzione di un filo narrativo comprensibile. Quindi vanno letti nell'ordine corretto.

"Valis", pur non essendo, a mio parere, il migliore (ma qui si parla di qualità talmente elevata e di opere inscindibili, che una distinzione del genere fa sorridere), è senz'altro il romanzo centrale, a cui gli altri due ruotano attorno.


Raccontarne in breve la trama è impossibile, oltre ad essere gesto alquanto riduttivo. È la storia di un processo di alienazione, ricomposizione e di nuovo alienazione di una coscienza alla ricerca della verità, quella di uno scrittore scisso in due personalità distinte: Phil Dick e Horselover Fat.

Si parte da questo semplice dato di fatto e si procede con un intreccio narrativo che prevede necessariamente plurimi livelli di lettura. Proverò ad individuarne alcuni, quelli che a me sono parsi più evidenti.


Innanzitutto, la scissione in due dell'anima letteraria dickiana. Le due personalità infatti sono, anche a nome dell'io narrante Phil Dick (e non è casuale che sia lui), come due scrittori distinti: Dick scrittore mainstream, legato ad una percezione della realtà rigida ed estremamente razionale, e il suo alter ego Horselover Fat (che poi è la traduzione dal tedesco in inglese di Dick in Fat, grasso o grosso, e in greco di Philippos, amico dei cavalli). Horselover Fat è invece un folle scrittore di fantascienza. 


In questa scissione dell’io è ricostruito in maniera geniale l'indissolubile conflitto interiore che ha accompagnato tutta la vita d'artista dello scrittore americano, sempre in bilico tra mainstream e letteratura di genere. E non solo: un conflitto nel quale Dick ha preso posizione a favore del mainstream e che con frustrazione, avendo constatato la sua maggiore propensione nel narrare storie di fantascienza, ha contribuito a portarlo al periodo della follia a cavallo tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta. Ma qui, appunto, avviene la ricomposizione, attraverso il peso della terapia svolto dalla trilogia. Nell'apparente insensatezza, Dick ritrova un senso e trova forse una sorta di pacificazione interiore.


Il secondo livello di lettura è quello che consegue al primo: la letteratura come diversa percezione della realtà. Qui il discorso comincia a farsi meno letterario e più filosofico e la conseguenza ulteriore l'avremo nei due capitoli successivi: "Divina Invasione", quale opera della mente di Horselover Fat, e "La Trasmigrazione di Timothy Archer", ad opera invece di Phil Dick. 


Insomma, quale significato e quale ruolo possono avere le due forme letterarie e qual è la forma più adeguata per descrivere la realtà che ci circonda? Il quesito non viene sciolto da Dick, anche perchè lo stesso Dick, pur non affermandolo mai esplicitamente, ci fa intendere che è una falsa questione, come avrebbe dovuto essere, e non lo è stato, per lui negli anni del conflitto interiore. L'importante è trovare un equilibrio e restare nell'attesa di una nuova rivelazione culturale, esistenziale o religiosa che sia. Così come è una falsa questione chiedersi che cosa sia questa misteriosa entità chiamata “Valis”.


Da qui arriviamo al terzo livello di lettura, quello della percezione della realtà pura e semplice nella vita degli umani. Siamo sempre al confine tra razionale e irrazionale, non scegliere una delle due modalità e, anzi, contemplare come possibili entrambe è l'unica alternativa che ci è concessa per crescere e sopravvivere. 


Perché non è dato scoprire quale sia effettivamente la realtà certa. Questa non è pura metafisica o semplice elogio del dubbio, è invece naturale conseguenza esistenziale, alla quale non possiamo sottrarci, pena la vera alienazione o, per bene che vada, il perdurare dell'assenza di consapevolezza. Anzi attraverso la piena coscienza di sè, anche come personalità distinte, che convivono all'interno di una presupposta singola unità, si può arrivare alla realizzazione dei propri sogni.


Il resto sono livelli di lettura secondari, anche se affatto marginali. Quali la speculazione filosofica sull'apparenza del mondo, le verità religiose rivelate, il peso avuto dalla controcultura lisergica nella formazione di una generazione di artisti e alcuni fondamenti di psichiatria. Il tutto condito da un senso dell'ironia unico. Perché Dick ci fa sapere, tra le altre cose, che la via della verità oltre che essere multipla, sta anche nel non prendersi troppo sul serio.

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