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venerdì 26 gennaio 2024

Jeffrey Veidlinger, “L’olocausto prima di Hitler. 1918-1921” (2021)



Consigli di lettura


Jeffrey Veidlinger, “L’olocausto prima di Hitler. 1918-1921” (2021)


«I pogrom che ne derivavano erano pubblici, partecipativi e ritualizzati. Avevano spesso luogo in un’atmosfera carnevalesca di balli e canti in stato di ebbrezza; la folla consentiva una condivisione della responsabilità, attirando cittadini perbene e persone comuni che in circostanze diverse forse non avrebbero preso parte agli avvenimenti. Spesso era proprio la partecipazione di conoscenti stretti, clienti fidati e amici di famiglia ad amareggiare ancora di più le vittime, instillando in esse un senso di impotenza e alienazione, un trauma che durava più a lungo delle ferite fisiche. A conflitto inoltrato, la violenza divenne sempre più organizzata e metodica, attuata da unità militari che agivano su ordine diretto. Questi attacchi ripetuti non avevano alcuno scopo militare ma esprimevano piuttosto la convinzione che la popolazione civile ebraica fosse una minaccia esistenziale al nuovo ordine politico, sociale ed economico. Per le vittime angosciate, le quali avevano sperato che l’esercito le difendesse e ristabilisse la legge e l’ordine, gli attacchi rappresentarono un enorme tradimento.»


«I bolscevichi li disprezzavano in quanto nazionalisti borghesi; i nazionalisti borghesi li bollavano come bolscevichi; gli ucraini li ritenevano spie della Russia; i russi li sospettavano di essere simpatizzanti dei tedeschi e i polacchi dubitavano della loro lealtà verso la neonata Repubblica polacca.»


«I tedeschi, i tedeschi di ferro con i catini sulla testa, erano apparsi a Kiev con il feldmaresciallo Eichhorn e una splendida fila di carri tutti allineati. Partirono senza il feldmaresciallo, senza i carri e perfino senza mitragliatrici. I contadini furiosi avevano tolto loro tutto quanto.» 

Michail Bulgakov


«Molti erano convinti che fosse giunto il momento di vendicarsi degli eccessi dei tribunali bolscevichi, della polizia segreta sovietica, del furto della loro terra e del loro grano, della chiusura delle loro chiese e dell’uccisione dei loro giovani. La propaganda tedesca, facendo rivivere temi che erano stati imperanti durante la guerra civile, convinse tanti a incolpare gli ebrei. Coloro che avevano vissuto i pogrom avevano visto ciò che era possibile in un’epoca di guerra totale. Perfino nel cuore dell’Europa civile.»


È inutile sottolineare che questo saggio è caldamente consigliato a chiunque voglia approfondire una pagina di storia fondamentale per la comprensione delle cause dello sterminio nazista degli ebrei, questa è una delle molteplici cause che contribuirono all’Olocausto.

L’idea nasce all’autore, quando era ricercatore e conduceva interviste ad anziani di lingua yiddish in Ucraina. 


È facile, quindi, comprendere perché la sua analisi è soprattutto limitata ad un territorio e ad un periodo storico; e di conseguenza, non va assolutizzata in senso più esteso, ma compresa per le connessioni legate a quello stesso contesto. L’autore ha preferito, quindi, concentrarsi su un tema ben preciso, e su quanto questo ebbe una ricaduta importante e per dei versi determinante sulla Shoah.


Tra il 1918 e il il 1921 nel cuore dell’Europa dell’est, furono organizzati pogrom e violenze contro le popolazioni ebraiche, come sconsiderata reazione alla miseria che colpì quella zona dopo la Prima Guerra Mondiale.

Se alla base, però, non ci fosse stato il pregiudizio antigiudaico cristiano vecchio di millenni sul “popolo deicida”, la costruzione del capro espiatorio probabilmente non sarebbe stata possibile, o avrebbe incontrato molto meno consensi. Il retroterra culturale in quelle zone era fondato su questo paradigma.


È Jeffrey Veidlinger l’autore di questo prezioso saggio che ricostruisce quelle vicende, storico, docente di Storia e Studi giudaici alla University of Michigan, presidente del consiglio consultivo accademico del Center for Jewish History e membro del comitato esecutivo dell’American Academy for Jewish Research, appartenente alla comunità ebraica dell’Europa dell’est.


«Tra il novembre 1918 e il marzo 1921, nel corso della guerra civile che seguì il primo conflitto mondiale, furono documentate più di mille sommosse e azioni militari antiebraiche (entrambe comunemente definite pogrom) in circa cinquecento località diverse in tutto il territorio dell’odierna Ucraina, all’epoca conteso fra russi, polacchi, ucraini e lo Stato multinazionale sovietico successore degli imperi russo e austro-ungarico.»


È una fetta di Storia rimossa e quasi dimenticata, che spesso non viene neppure citata, e che Veidlinger pone giustamente all’origine di ciò che faciliterà l’orrore dell’Olocausto. 

Contadini ucraini, cittadini polacchi e soldati russi furono tra i protagonisti di questo orrore. Le cifre delle vittime sono controverse. Ma una stima approssimativa recente dà per certo che, in quel triennio, gli ebrei morti furono più di centomila.


La ricostruzione delle vicende non è affatto semplice, complicata da tanti fattori che si intersecano e interagiscono. Veidlinger, attingendo a un numero assai ragguardevole di fonti, lo fa con molta accuratezza.

Allo stesso modo è assai complicato fare una recensione del libro adeguata ed esauriente. Ero tentato di dilungarmi, è stato molto difficile contenermi e fare una recensione più corta, tanta è la complessità del tema e degli avvenimenti trattati.

Il libro è diviso in cinque parti, e ogni parte meriterebbe una recensione a sé.


Seicentomila furono i profughi costretti a fuggire all’estero e milioni gli sfollati. 

«I pogrom traumatizzarono le comunità colpite per almeno una generazione e fecero scattare l’allarme in tutto il mondo.»

Si parlò già all’epoca con inquietante predizione di sei milioni di ebrei a rischio, questo circa vent’anni prima dell’Olocausto. Tanti erano quelli, infatti, che abitavano nei territori di Polonia e Ucraina.


«Gli storici hanno cercato spiegazioni all’Olocausto nell’antigiudaismo teologico cristiano, nelle teorie razziali del XIX secolo, nell’invidia sociale, nel conflitto economico, nelle ideologie totalitarie, nelle politiche governative che stigmatizzavano gli ebrei e nei vuoti di potere creati dal crollo statale. Ma di rado hanno fatto risalire le radici dell’Olocausto alla violenza genocida perpetrata contro gli ebrei nella stessa regione in cui la «soluzione finale» avrebbe avuto inizio di lì a soli due decenni.»


La cosa impressionante è la partecipazione popolare ai pogrom, che non furono solo manifestazioni spontanee della furia di contadini e di cittadini, furono azioni militari programmate.

Le reazioni violente contro gli ebrei trovano spiegazione anche nel fatto che a loro vennero attribuiti, tra le altre cose, i soprusi di anni di bolscevismo, le sue azioni di repressione, di saccheggio e di esproprio nei confronti di quelle popolazioni.


Le cose furono di molto peggiorate dall’intervento dell’Armata dei Bianchi. I Bianchi non erano certo poveri contadini, facevano parte della colta aristocrazia russa, che aveva come modello la cultura occidentale, ma anche il tradizionalismo religioso ortodosso, nonché lo sciovinismo russo di stampo zarista.

Si prodigarono molto nella propaganda antisemita, con mille opuscoli, volantini e manifesti, diffondendo perfino il famigerato falso de “I Protocolli dei Savi di Sion”.


E quando i tedeschi arrivarono in quei territori trovarono terreno fertile a favore dell’antisemitismo nazista, e fu più facile poter realizzare il progetto criminale che avevano pianificato, con tanti solleciti collaborazionisti e carnefici su cui poter contare.

Fu proprio l’Olocausto stesso per la sua enormità che consentì ai pogrom del ‘18 - ‘21 di essere dimenticati, relativizzandone la portata.


L’autore ci offre inoltre un excursus storico, geopolitico e sociale di ciò che era quella parte di Europa all’epoca; sulla numerosa presenza ebraica, assai composita e diversificata; su quanto peso abbia avuto la Russia, sia prima che dopo la rivoluzione; e sul devastante conflitto postbellico sul suolo ucraino, che vide appunto protagoniste soprattutto Russia, Polonia e Ucraina stessa. 


Grande Guerra compresa, «tra il 1914 e il 1921, l’Ucraina perse quasi il venti per cento della sua popolazione totale. La tormentata storia della regione si riflette negli appellativi che le hanno dato gli studiosi: «terre di sangue», «zona di frattura degli imperi», «terre di mezzo», «nessun luogo».»


Alcuni di questi fatti si trovano già citati, per esempio, nel grande capolavoro di Israel Joshua Singer “I fratelli Ashkenazi”. Qui vengono approfonditi e analizzati nel dettaglio, aggiungendo svariati altri episodi.

Parallelamente, l’autore ricostruisce la storia di pregiudizi, stereotipi e persecuzioni nei confronti del popolo ebraico, anche se «in tempi normali, i rapporti tra ebrei e cristiani erano pacifici, a volte perfino amichevoli.»


Significative sono le pagine dedicate al breve tentativo di autodeterminazione degli ucraini attraverso una Repubblica popolare democratica e socialista, con la coraggiosa esperienza libertaria del parlamento della Rada, in cui la tolleranza verso le minoranze etniche e religiose doveva essere il maggiore pilastro. Repubblica che chiedeva l’autonomia e condannava il golpe bolscevico. 

Agli ebrei non sarebbe stato riconosciuto solo il diritto di vivere in comunità, ma anche l’identità come popolo.


Il “paradosso” di questi pogrom, infatti, fu che si verificarono in un paese in cui era insediato «il medesimo governo che, appena un anno prima, era stato il primo al mondo a concedere diritti nazionali al popolo ebraico; il medesimo governo che, solo pochi giorni prima, era stato salutato come foriero di una nuova epoca per gli ebrei nella diaspora; il medesimo governo che aveva promesso di inaugurare una nuova era di pace e sicurezza per l’Ucraina. Fu un momento spartiacque, la dimostrazione, per gli ebrei dell’Ucraina e per il mondo, che perfino un governo fondato sul principio dei diritti delle minoranze e dell’autonomia nazionale non era in grado di proteggere gli ebrei dalla violenza.» Questo fin quando non avrebbero potuto avere una loro patria sulla quale poter contare.


“L’olocausto prima di Hitler” è estremamente documentato, Veidlinger dedica un intero capitolo a spiegare e a citare le sue fonti; ed è anche corredato da numerosissime note.

Una delle maggiori fonti è la documentazione lasciata dal Comitato centrale per gli aiuti alle vittime dei pogrom, e il suo principale fondatore: il cooperante e attivista socialista sionista Nokhem Gergel. Poi, ci sono gli archivi municipali delle città in cui si svolsero i pogrom, con testimonianze dirette, e le pagine che scrissero in proposito alcuni autori ucraini.


Altra fonte è costituita dalla documentazione del Comitato editoriale per la raccolta e pubblicazione di materiale sui pogrom in Ucraina, fondato da altri due socialisti sionisti. Questo «comitato raccolse testimonianze dirette da parte di vittime e testimoni, protocolli dalle varie commissioni, memorie, dichiarazioni ufficiali, ordini militari, ritagli di giornale, elenchi di vittime e fotografie.» 


Il tutto fu pubblicato in diversi periodi in una serie in sette volumi. Ma le raccolte e gli archivi che andarono a costituire tali memorie furono numerosi.

«A causa della situazione caotica sul territorio, il massiccio movimento di persone e le diverse interpretazioni su come contare e chi contare, probabilmente non giungeremo mai a un totale definitivo di vittime. Si può affermare, tuttavia, che nel complesso i pogrom del 1918-1921 siano stati la più grande catastrofe abbattutasi fino a quel momento sul popolo ebraico. E furono solo l’inizio.»

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