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giovedì 22 febbraio 2024

Henrik Stangerup, “L’uomo che voleva essere colpevole” (1973)

 


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Henrik Stangerup, “L’uomo che voleva essere colpevole” (1973)


«Se questa è la società cui, apparentemente, tutti aspiriamo, personalmente preferisco l’anarchia.»

Anthony Burgess 


«Aveva riletto velocemente Orwell, Huxley e Bradbury, ma non era il genere che cercava. Era troppo facile vedere il futuro così radicalmente in modo negativo, pensava, e sorrise fra sé perché, per un riflesso condizionato, automaticamente aveva catalogato 1984 nel futuro. Gli piacevano molto di più quei vari scrittori sconosciuti che avevano cercato di immaginare un domani molto più stimolante e migliore.»


«Doveva pensare solo a se stesso e forse un giorno avrebbe cominciato a scrivere quei famosi romanzi progettati in ospedale. Se anche nessuno voleva pubblicarli, poteva scriverli per sé, nella speranza che un domani, in una società diversa, la sua opera potesse uscire dall’anonimato e testimoniare che la fantasia creatrice dell’uomo sopravvive a tutto, anche a decenni di indottrinamento e di conformismo.»


«C’era qualcosa che somigliava alla pace. Lì poteva ancora illudersi che il mondo intorno non fosse fatto solo di cemento, di luci al neon e di prodotti chimici. Rimase seduto per un po’ su una panchina spostando la ghiaia con la punta delle scarpe e capì che non era importante dove fosse sepolta Edith, e neppure se era stata cremata e le sue ceneri sparse al vento: la cosa davvero importante era che né lo psichiatra né gli Assistenti del suo caseggiato, né gli psicologi, né gli educatori, né chiunque altro, riuscissero a fargliela dimenticare. Inutilmente avevano eliminato tutto ciò che poteva evocare il suo ricordo e manipolato documenti che gli proibivano di vedere. Edith era molto di più di una di quelle parole che facevano ogni giorno sparire dal vocabolario. Non sarebbe mai finita nell’oblio finché lui rimaneva libero e poteva fare ciò che voleva, almeno fino al giorno in cui non avrebbe più resistito e sarebbero riusciti a imporgli la loro volontà, qualunque questa fosse…»


In testa alle citazioni riportate in questa mia recensione trovate una breve frase di Anthony Burgess, autore di “Arancia Meccanica”, frase estrapolata proprio dalla conclusione alla sua postfazione del 1982 a questo romanzo.

Nessuno più degno di lui probabilmente poteva scriverla. È anche la sua una sorta di recensione, che ha affinità e differenze con la mia, fatte le dovute proporzioni, ovviamente. Nulla dirò del suo contenuto, lascio a chi si procurerà il romanzo, che vale assolutamente la pena di essere letto, il piacere di assaporare anche la postfazione di Burgess.


Dopo “Kallocaina”, romanzo del 1940 della scrittrice svedese Karin Boyle, continuano le pubblicazioni di racconti distopici scandinavi da parte della casa editrice Iperborea. Ora, è la volta del danese Henrik Stangerup, che fu appassionato studioso di Søren Kierkegaard, con il romanzo “L’uomo che voleva essere colpevole”, uscito per la prima volta nel 1973. 

E così continua anche il mio viaggio attraverso questo genere letterario. 

Il libro è inoltre anche un originale apologo sul senso di colpa e sul bisogno di espiazione.


L’autore fin dalle prime righe ci precipita in questo singolare mondo nuovo con gli incontri AA (Anti-Aggressività), finalizzati a sfogare violenza, sia fisica che verbale, su oggetti di varia natura, al fine di potersi liberare dalla rabbia e dall’impulso all’individualismo, e per poter essere pronti alla convivenza nelle supercomunità.

Premesso questo, sul romanzo aleggiano proprio “Arancia Meccanica” e “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley. Ma non solo. 


È questo un universo accecato dalla noia e dall’abitudine, in cui gli incontri AA sono in sostanza giochi di rieducazione al conformismo e all’annullamento di qualsiasi individualità, incontri non imposti obbligatoriamente, ma attraverso la persuasione manipolatoria. All’inizio del romanzo, all’improvviso, Torben, il protagonista, sotto i fumi dell'alcol, entra in corto circuito mentale e in un impeto di rabbia uccide la moglie Edith.


Nella realtà di Torben, è necessario dimostrare di essere socialmente conformi, aver riconosciuto la propria asocialità e il proprio egoismo, essersi disfatti dell'individualità, per poi sottoporsi al verdetto degli Assistenti, grigie figure burocratiche, preposte a vegliare sugli incontri AA e al controllo dei singoli. La piena conformità serve anche a ottenere il “certificato di procreazione”, che può però essere revocato in qualsiasi momento e i figli affidati a enti pubblici o a genitori adottivi mentalmente sani.


Torben è uno scrittore fallito, inserito in una realtà dove tediosi programmi televisivi servono a manipolare le coscienze, dove persino le fiabe dei Fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen devono essere “revisionate” e riscritte, tagliando le parti che esaltano l’individualismo asociale, cancellando i “demoni” che agitano i sogni dei bambini, e che potrebbero turbare la grigia e placida educazione dell'infanzia, un vero e proprio esorcismo letterario. Il romanzo di Stangerup anticipa così anche altre tematiche: come la cancel culture di impostazione progressista e le tendenze della sfera pubblica a colonizzare ogni aspetto della vita privata.


Stangerup descrive una Danimarca distopica, arrivata al vuoto cosmico con un governo che avrebbe dovuto portare felicità e invece aveva portato la noia, l’alienazione e il conformismo. Il percorso esistenziale di Torben e della moglie, che da giovani avevano avuto un passato di impegno politico “rivoluzionario”, presto si era gradatamente trasformato in illusione, in estremismo settario e in paranoia. 

Un destino personale che lo scrittore ci presenta come legato a quello della nazione, simboleggiato dall'elevato numero di psichiatri che hanno in “cura” un intero popolo.


“L’uomo che voleva essere colpevole” non è solo narrativa, ma un’occasione per parlare di filosofia, politica ed etica, prendendo a pretesto una vicenda personale di psicosi, ma anche di consapevolezza, e in cui ci si trova immersi in una realtà fondata sul controllo sociale, con la scusa di “tutelare” il bene comune, dove è preclusa ogni via di fuga esistenziale, abolito ogni conflitto, ogni immaginazione. È la fine della Storia o la possibilità di un nuovo inizio?


Torben, preso dalla disperazione, viene spedito in terapia psichiatrica in un ospedale limitrofo ad un'area denominata “Parco della Felicità”, un esperimento terapeutico per i malati di mente, la ricostruzione di una società in miniatura, dove i pazienti hanno anche appartamenti privati. Si ha come la sensazione che lo scrittore qui abbia avuto l’intenzione di fare un parallelo satirico con la celeberrima comunità hippy di Christiania della città di Copenaghen, che veniva fondata all’epoca in cui Stangerup scrisse il romanzo. Una satira ben congeniata e dall’appropriato valore simbolico.


Anche la letteratura, i libri sono stati infettati dal conformismo, dalla propaganda dei buoni sentimenti progressisti. I libri hanno tutti la stessa struttura con una stessa morale, tranne un’esigua minoranza lasciata a chi vuol sentirsi diverso, ma fondamentalmente innocuo.

Copenaghen è una città morta senza più vita sociale e culturale. Una città spettrale.


Come nell’universo orwelliano e nel regime nazista, il sistema in cui vive Torben ha a cuore anche la riscrittura della lingua e dato che quello è un mondo progressista viene inventata la LINGPROG, nel cui vocabolario non può esserci un'espressione negativa che non possa prevedere il suo sinonimo positivo, e che poi lo sostituisca, come avviene in ogni sistema politically correct che si rispetti. Torben partecipa a estenuanti riunioni in cui si lavora per manipolare le parole e il loro significato. Così, per esempio, viene cambiato nome al “certificato di procreazione”, chiamandolo col meno burocratico “tessera di mammaepapà”, e non a caso con un mirato uso infantile del linguaggio.


I tentativi di ricondizionamento dolce sono lo strumento terapeutico per recuperare i “disagiati”, i marginali, e ricondurli verso “l'utopia” del “bene”. È previsto un trattamento con equipe di psichiatri e l'uso di esercizi collettivi di odio, un rito di massa contro personaggi immaginari, cui riversare la propria frustrazione.


All’improvviso a Torben viene annunciato da un medico che, nonostante abbia ucciso sua moglie, il suo percorso di riabilitazione è finito e, da quel momento in poi, è libero. Deve solo seguire delle indicazioni terapeutiche ben precise. Per l’uomo ha inizio una vicenda kafkiana al contrario, come un Josef K., disperatamente in cerca del suo processo e di una sentenza di condanna.

Ovviamente, non è mia intenzione anticipare l’espediente narrativo più importante.


Non è un caso che una parte della letteratura distopica successiva al filone originario, tragga ispirazione da Orwell, Kafka e Dostoevskij, oltre che, in questo caso, dai già citati Burgess e Huxley.

Il personaggio di Torben infatti riassume dentro di sé anche le figure di Josef. K, Raskolnikov e Winston, in una sintesi più consona al contesto in cui fu scritto il romanzo. 


Non è affatto uno scaltro espediente, ma la dimostrazione che un filone della letteratura distopica è basato sul rapporto col senso di colpa, per cui anche il ricorso, come fonti di ispirazione, a opere che non appartengono propriamente al genere, stanno a dimostrare che la crisi dell’individuo in rapporto alla sua identità, e al cospetto dello stato totalitario, possa prescindere dalle gabbie di una singola concezione, e scelga di essere rappresentata dall’ibridazione letteraria, assorbendo le più pregevoli linee narrative del passato.


Sul banco degli imputati di questo acuto romanzo si trova, poi, con tutta evidenza la società socialdemocratica e progressista scandinava dell’epoca, dei rischi che Stangerup percepiva potessero concretizzarsi con la degenerazione del suo modello politico sociale, colmo di depressione e insoddisfazione. Vedeva stagliarsi all’orizzonte il rischio di un totalitarismo dolce e della medicalizzazione del dissenso. E a ben vedere, lo scrittore danese non era affatto così lontano da quel processo di continua degenerazione democratica che si è verificato non solo in Danimarca, ma nell’intero continente europeo.


Mi pare interessante constatare, o quanto meno riconoscere, che la stessa critica sociale, dalla quale prende le mosse lo scrittore danese, è interna allo stesso campo culturale, alla stessa area politica. Si percepisce infatti che il soggetto che muove le accuse condivide origini di appartenenza con l’oggetto della satira. Non è un sentimento da conservatore, men che meno da reazionario, si potrebbe dire, semplificando, una critica che viene da sinistra, ma da una sinistra libertaria, ancora sensibile ai diritti individuali. Negli anni settanta era ancora così.


La vicenda è profondamente caratterizzata dalla fine delle illusioni, delle quali aveva fatto esperienza Torben stesso. Un percorso di decadimento, di degrado personale, che si specchia in quello della società danese così come viene rappresentata nella dimensione distopica.

Il capovolgimento kafkiano ha qualcosa di geniale, simboleggia l’eterogenesi dei fini di una cultura politica apparentemente libertaria e antiautoritaria, che nella presa del potere, si trasforma nel suo opposto.


È molto interessante anche la critica all’illusione di un uso alternativo dei mezzi di comunicazione di massa, dimostrandosi anticipatore anche in questo senso, riportando alla mia mente forse un azzardato collegamento letterario: quello del Norman Spinrad di “Jack Barron e l’eternità” (o “Jack Barron Show”), a cui dedicherò una mia prossima recensione.


Gli sforzi di Torben nel reclamare una punizione, che possa aprirgli le porte alla redenzione e all'espiazione, ben rappresentano la presa di coscienza di un ex sostenitore di quelle idee che hanno portato al loro stesso tradimento. È anche la disperata richiesta di perdono per aver contribuito all’edificazione di quel mostruoso sistema di potere.

In definitiva, questo è un romanzo che sollecita in maniera assai intelligente molteplici e diversi spunti di riflessione anche sull'epoca attuale.

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