Scrivi a Cassiel

Nome

Email *

Messaggio *

giovedì 4 aprile 2024

Fritz Leiber, “L’esperimento di Daniel Kesserich” (1936)

 


Consigli di lettura


Classici della fantascienza 


Fritz Leiber, “L’esperimento di Daniel Kesserich” (1936)


«Abitando in città, ero affascinato dall'immagine della via principale di Smithville, California, che finiva all'improvviso nel deserto. Credo che il fatto di vivere a New York mi avesse segretamente convinto che tutte le strade proseguissero all'infinito, e se proprio andavano a finire da qualche parte, allora lì c'era un palazzo o un fiume. Questa invece finiva dritta in un oceano di sabbia e cespugli e lì si fermava, un po' come se volesse dire: "Adesso entra nel deserto e prendi la strada che vuoi, qui le direzioni sono infinite. Stai attento, però: io ti ho guidato fin qui, adesso il mio compito è finito.”»


«... Non si avverte in questo caso alcuna distorsione. Strano, non ho pensato di usare la morfina la prima volta; allora non si sarebbero verificate quelle incredibili distorsioni... ma cosa c'è di più convincente di una distorsione della realtà? Il cervello da solo può ripetere gli stessi risultati ottenuti con le droghe. Devo solo assicurarmi che il comando a tempo sia affidabile. Renderlo automatico! Perché no? Fissando intervalli regolari, ben distanziati.

Che cosa troverò dall'altra parte? Ma perché fare ipotesi o, meglio, perché metterle sulla carta? La parola scritta non potrà mai tenere il passo del mio cervello.»


«Che cosa pensavo in quei momenti? Le mie riflessioni contorte non escludevano la follia, l'omicidio, l'affetto spinto al limite della maniacalità... ma furono interrotte, e al tempo stesso intensificate, dalla prima vera occhiata che riuscii a dare al volto di Ellis, illuminato all'improvviso dal chiarore notturno che filtrava dalla finestra. Era sicuramente stravolto, ma il fuoco che vi ardeva non era di dolore, ma di gioia e di eccitazione. E non mi piacque affatto. Rimasi seduto con i nervi tesi, soffocando le domande.»


Fritz Leiber, genio eclettico della fantascienza e del fantastico, non deve certo la sua fama a questo piccolo romanzo, uscito postumo nel 1997 e pubblicato in Italia nel 1998, ma scritto addirittura a metà degli anni trenta, durante la proficua corrispondenza con H.P. Lovecraft, e ritrovato circa cinquant'anni dopo.


Ed è proprio a Lovecraft che questo racconto è maggiormente debitore.

Si potrebbe forse dire che lo stile di Leiber era ancora acerbo, visto che era giovane e ancora a inizio carriera, ma a parte qualche ingenuità narrativa un po' naif, le potenzialità del grande scrittore c’erano già tutte, e il romanzo risulta comunque essere un piccolo capolavoro, dal ritmo assai intenso.


L’espediente usato da Leiber è di far interpretare l’io narrante da uno scrittore, con tanto di premessa e un poscritto, e qui già si può notare una similitudine con molta narrativa del genere fantastico, compresa ovviamente quella dello genio di Providence.

Questo racconto ha tutto l’aspetto di essere solo una sorta di divertissement letterario, come ce ne sono tanti altri nella letteratura dell’immaginario. Ma non è esattamente così.


Una novella di genere fantastico, con elementi di fantascienza e di horror, di pura evasione, ma proprio per questo l’espediente per essere tale deve generare una sorta di capovolgimento: il narratore, George Kramer, chiede di essere preso assai sul serio, infatti ciò che sta per rivelare ha del prodigioso, anche se del tutto spiegabile razionalmente.


Quanto, in realtà gli scrittori credessero a questa “serietà” può essere oggetto di speculazioni. Di fatto, era il loro universo interiore che pullulava di queste suggestioni e, in un certo senso, andrebbero anche oggi presi assai sul serio.

Si guardi a Poe, H.G. Wells, a Philip Dick e allo stesso Lovecraft.


Inoltre, Leiber era capace molto bene di giocare ironicamente con la scrittura e la narrazione, prova ne sia quel capolavoro di satira, per l’epoca assai trasgressivo, di “Conjure wife” del 1943, pubblicato in italiano con due differenti titoli: “Ombre del male” e, più appropriatamente, “Il complotto delle mogli”.


La storia dell’“esperimento” di cui si narra qui si svolge nella località di Smithville in California. George Kramer racconta lo strano misterioso caso di Daniel Kesserich, l’Uomo Moltiplicato, suo ex compagno di college, e dell'altro loro amico John Ellis, iniziando col trascrivere la testimonianza di Kesserich da quel poco che resta di un quadernetto.


Comincia così una sorta di indagine speculativa di Kramer per stabilire quanto in questa storia sia dovuto all'uso delle droghe, quanto alle allucinazioni di un folle, quanto all'autosuggestione dello stesso Kramer e quanto invece determinato dalla natura, facendo egli stesso esperienza di strani e assai singolari fenomeni e della diffusa inquietudine tra la popolazione di Smithville, che sembra preda di una forma di folle allucinazione collettiva.


C’è comunque anche dell’altro in questo racconto. C’è il rapporto che molta letteratura intrattiene con il soprannaturale. Un rapporto ambivalente. A ben vedere, è lo stesso che viviamo nella vita di tutti i giorni di fronte all’inusuale e all’inesplicabile. Saperlo rappresentare nella narrativa, non vuol dire necessariamente doverlo spiegare, o tantomeno farlo attraverso una spiegazione razionale. Il più delle volte è preferibile lasciarlo in una condizione di sospensione per consegnarlo all’interpretazione del lettore.


È da questo momento in poi che si apre come una frattura nella narrazione, tra il fantastico, la follia, il reale, il trascendente, coinvolgendo il sospetto di un complotto e la manipolazione di massa. In mezzo c’è anche una misteriosa morte e delle altrettanto misteriose scomparse. Ma soprattutto la manipolazione della realtà, del tempo e dello spazio. 


Quello che emerge è una sorta di squilibrio paranoico, analizzato nella sua essenza e nella sua inesplicabilità. Il dubbio è uno strumento di indagine efficace, e può essere usato come argomento in un romanzo di “evasione”. Evasione per modo di dire.


Dal romanzo di evasione quindi si passa alla metafora sulla manipolazione delle masse, e a ben vedere non c’è niente di particolarmente complottista e di fantascientifico, nonostante il classico espediente letterario che è proprio del genere, e in più punti anche di una interessante e puntuale critica allo scientismo.


La fantascienza anche in questo caso parla della realtà, per mezzo di un uso intelligente dell’immaginario. I problemi, con questo genere letterario, sorgono nel momento in cui si confonde lo strumento della metafora, l’immaginazione, con la presunta rivelazione della realtà stessa, che ci sarebbe stata nascosta, e allora si finisce per coltivare il più demenziale complottismo. 


Questo breve romanzo mi dà modo di esternare una mia riflessione che può essere applicata in senso più generale anche per altre opere.

Non tutto nella fantascienza va interpretato come intenzione reale ad anticipare i fatti o una possibile struttura sociale, similmente a come vengono descritti, alimentando l’idea che gli autori fossero o siano in possesso di chissà quale piano segreto delle élite. O addirittura che certe loro opere siano spesso istruzioni per l’uso. 


Se in alcuni rari casi ciò potrebbe essere vero (Huxley), nella stragrande maggioranza siamo solo in presenza di intelligente, fervida immaginazione, e di grande capacità di analisi del reale; l’anticipazione è volta in particolar modo alla rappresentazione delle dinamiche sociali, scientifiche e di potere politico.


Questo “equivoco” si ingenera soprattutto perché non si hanno gli strumenti culturali sufficienti atti a comprendere la differenza, per scarsa capacità critica, e si finisce con l’essere vittime di un’altra manipolazione uguale e contraria da parte di chi ha interesse a promuovere strumentalmente se stessi e la propria visione del mondo. 


Tutto ciò al netto dei reali elementi di più esplicita anticipazione che bisogna saper estrapolare dal resto della narrazione. Ovvero, il lettore attento si industria a indagare dove finisce la metafora, e dove inizia l’intenzione “profetica”.

Solo in questo modo è possibile percepire il cosiddetto canarino nella miniera, che annuncia la catastrofe.


Nessun commento:

Posta un commento

Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie

ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO” (2025)

ADRIANO VIRGILI, “LA BIBBIA NON PARLA DI UFO:  Ovvero, come si trasforma una bomba in una locomotiva e Dio in un alieno  (2025) «Si tratta d...