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lunedì 8 aprile 2024

Pier Paolo Pasolini i Meridiani “Saggi sulla politica e sulla società” (1942 - 1975)


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Pier Paolo Pasolini

i Meridiani “Saggi sulla politica e sulla società” (1942 - 1975)


«Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni.»

(da “Acculturazione e acculturazione”, 9 dicembre 1973 - “Scritti corsari”)


«Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi attraverso una marxizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili, rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto delle bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera.»

(da “Relazione al congresso del Partito Radicale”, 1975 - “Lettere luterane”)


«Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo», non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia…

…Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.»

(dall'intervista di Furio Colombo “Siamo tutti in pericolo”, 1 novembre 1975 - “Altre interviste”)


Se c'è un volume dell’opera omnia di Pier Paolo Pasolini, pubblicata da Mondadori nei Meridiani, che ritengo più che fondamentale, questo è quello dei Saggi sulla politica e sulla società. Non perché sia il migliore o il più importante, ma perché molto ben rappresenta il percorso umano del suo pensiero più specificatamente politico, etico, religioso e sociologico.


Ovviamente, opera omnia per modo di dire.

I curatori di questo volume, ci tengono a precisare che comunque è stata operata una selezione, che non sono compresi molti contributi sparsi, non facilmente pubblicabili e i molti contributi video relativi a parecchie interviste. 

Inoltre, ne consigliano la lettura insieme agli altri due tomi sempre dei Meridiani che raccolgono i Saggi sulla letteratura e sull’arte, dato che spesso i temi si sovrappongono.


Pasolini è stato un intellettuale con delle caratteristiche uniche, assolutamente uniche, un vero Poeta, nel senso più completo del termine, non nel senso che usualmente gli viene dato.

Ha percorso con straordinaria capacità diverse strade: la poesia, la narrativa, il cinema, la pittura, la saggistica, la critica dell’arte e della letteratura, le inchieste. Tutto ciò con spirito eretico e corsaro. Un artista totale.

Tuttavia, il Pasolini più compiutamente anarchico viene fuori in questi brevi scritti: articoli, saggi, rubriche giornalistiche, posta dei lettori, dichiarazioni, interviste, inchieste, dibattiti. 


Un pensiero che non può e non deve essere riassunto, racchiuso o banalizzato in unicum, perché va letto, nelle tante puntate, sfaccettature e ambiguità di cui si compone, nella sua non fissità e nella vivacità, partendo da quegli scritti giovanili in cui lui lentamente stava maturando il rifiuto del fascismo. 

Pur nella sua iniziale adesione, e con tutti gli ingenui limiti del caso, stigmatizzava già allora il dogmatismo.


Vanno letti, ma non necessariamente nell’ordine stabilito nel volume. Io mi sono divertito ad andare avanti e indietro nel tempo, leggendo un po' a caso, un po' facendomi guidare dall’indice. Un libro che nel corso degli anni ho preso in mano più volte e che certamente prenderò in mano ancora finché vivrò.


Si può imparare molto da tale lettura. Si può imparare anche a fare i conti con la propria ambiguità, le proprie contraddizioni, guardandole in faccia senza vergognarsi.

Perché inseguire una presupposta coerenza, facendo violenza alla propria natura può generare mostri. E di mostri ne abbiamo già a sufficienza.


Vanno letti anche per andare alla vera fonte del pensiero e delle contraddizioni pasoliniane, non accontentandosi di citazioni che girano sul web, decontestualizzate, apocrife, rimaneggiate, manipolate e, a volte, anche palesemente false. Pasolini non è riducibile a un pensiero da slogan consumistico, ne avrebbe avuto orrore.


La maturazione del rifiuto del fascismo e del dogmatismo lo portò entro breve tempo a non nascondere una certa avversione per la politica partitica, quella politica più prosaica, così lontana da chi non vuole conformarsi alle ragioni delle strategie. Era estraneo alle classiche liturgie della politica e al suo linguaggio. Non solo alieno, ma soprattutto ostile a qualsiasi forma di propaganda.


Ma ciò non impedì certo allo scrittore e regista di provare una grande passione etico-civile per la politica e i variegati sistemi di pensiero; e, di conseguenza, non gli impedì certo di continuare, fino alla morte, parallelamente alle altre attività, quella di acuto indagatore della politica e della società e di sviluppare un suo percorso all’insegna del pensiero libertario.


Che valore ha oggi il messaggio pasoliniano? Il suo messaggio apocalittico è ancora attuale? Non va certo interpretato alla lettera. Il suo essere eretico invece trascende il tempo; è in questo che bisogna vedere il suo esempio.

Gli articoli vanno contestualizzati, certo, ma ciò che resta universale è il dire no dell’eretico, del dissidente, essere sempre contro non basta, e a volte non ha neppure senso, è l’essere imprevedibile che servirebbe.


Quella volontà di non appartenere a nessuna gabbia ideologica, cosa che oggi vedo praticato ovunque con rozza coazione a ripetere uno schema, anche da quello che si autodefinisce “dissenso” o dall’altro che crede di essere “antagonismo”.

Non si può essere d’accordo con tutto quello che scriveva Pasolini, non lo si poteva neanche allora. Non era quello che chiedeva. Sua intenzione era tenere vivo il dibattito e il conflitto culturale, suscitare una reazione all’omologazione. Alcune sue provocazioni erano anche irritanti, ma è un bene che lo fossero.


È estremamente istruttivo leggere alcuni di questi testi, oramai diventati dei classici, come il celeberrimo “Romanzo delle stragi” col suo incipit «Io so. Io so i nomi…»; il mitico articolo sulla Scomparsa delle lucciole; oppure quello che, a mio parere, è il punto più alto del volume, ovverosia “Siamo tutti in pericolo” l’ultima sua intervista rilasciata a Furio Colombo, poche ore prima di essere ucciso; o ancora l’acuta analisi nell’intervista “Da un fascismo all’altro”; testi, a volte citati a sproposito. La loro lettura dovrebbe dare la dimensione di cosa voleva dire essere intellettuale per Pasolini. Qualcosa che da decenni manca del tutto. L’unico che ha continuato a farlo per un po' dopo di lui è stato Leonardo Sciascia.


Un altro momento topico, bellissimo, appassionato e, oserei dire, commovente di questi Scritti è costituito dai dialoghi coi lettori; prima, con la rubrica “Dialoghi con Pasolini” sulla rivista “Vie Nuove” dal 1960 al 1965, e poi, con la rubrica “Il caos” sulla rivista “Tempo” dal 1968 al 1970. Il rapporto dialogico coi lettori era una delle cose che amava di più. Questi dialoghi rappresentano inoltre uno spaccato notevole a livello sociologico di quello che era l’Italia negli anni sessanta.


Non di sola politica trattano gli Scritti. Pasolini affronta un intero spettro di argomenti connessi alla vita pubblica del nostro Paese, e non solo del nostro Paese. 

Lo scrittore di Casarsa fu culturalmente estraneo alla media della restante intellighenzia italica. Le interminabili polemiche con Moravia, Fortini e Calvino, e il rapporto sofferto e conflittuale con la Morante lo dimostrano ampiamente.


Non erano però loro quelli ad essere veramente estranei all'universo pasoliniano, anzi, volenti o nolenti vi partecipavano attivamente anche se con notevole conflittualità. Erano quelli omologati ai riti del ceto intellettuale borghese, che detestava e disprezzava profondamente.

In fuga perenne dall'omologazione e dallo stereotipo, preferiva la contraddittorietà. Preferiva l’assoluta libertà.


E poi, c’era il rapporto anche questo altamente conflittuale col Partito Comunista Italiano, nei confronti del quale, nonostante la sua dichiarazione “Il mio voto al Pci”, manifestava senza remore duro dissenso, reso efficacemente, tra gli altri scritti,  dall'invettiva corsara “Il fascismo degli antifascisti”, dove difende Pannella e i radicali. Ma c’è anche la sua accorata lettera luterana proprio all’amato amico Marco Pannella sul tema del dissenso. Ma non solo, ci sono anche le tante video interviste e le dichiarazioni che qui non hanno trovato spazio, come quella a Enzo Biagi del 1971, nella quale arriva a definirsi anarchico.


Se un errore di ingenuità ci fu in Pasolini, fu appunto quello di continuare a credere nel PCI, nonostante fosse stato più volte vittima del gretto moralismo degli ambienti vicini al partito, la sua morte prematura nel 1975 gli risparmiò almeno lo spettacolo della degenerazione finale dei comunisti, che si manifestò soprattutto dopo, anche se lui il sentore lo aveva già avuto; da uomo idealista, permeato di valori etico-civili, si illudeva che tale completa degenerazione non fosse possibile grazie soprattutto al suo popolo di riferimento.


La sua adesione al PCI, all'inizio anche con un’entusiastica militanza fino al noto episodio dell’espulsione, nasce proprio dal contesto del dopoguerra, dalla ben nota ammirazione per Gramsci, perché quel partito viene da lui percepito come il più vicino alle istanze popolari dei contadini e poi degli operai.


In questo senso va ascritta la sua enfasi nel riferirsi al giovane comunista ideale, così come al giovane sottoproletario ideale, figure che probabilmente erano solo una “proiezione” letteraria romantica di Pasolini. Non esattamente un’ingenuità, ma un’invenzione narrativa, una nobile, etica invenzione.

Tale proiezione ideale e poetica riguardava ovviamente anche i radicali e in maniera minore gli estremisti di sinistra.

Tutti rapporti assai conflittuali.


Tuttavia, dal punto di vista ideologico, lo scrittore, negli ultimi anni, si rivelò più vicino al Partito Radicale, che al PCI, sebbene anche nei confronti della compagine di Pannella le critiche non mancassero. Come non mancavano al borghese ceto intellettuale marxista e al marxismo in genere, pur ritenendosi egli stesso marxista.


Probabilmente, avrebbe auspicato una sorta di reciproca contaminazione tra le due organizzazioni politiche, anche se, in ogni caso, il suo ruolo di critico sarebbe rimasto per molti versi immutato, gli apparati restano sempre apparati, e Pasolini era allergico agli apparati. Tutto questo, senza considerare il fatto che la natura delle due componenti politico-ideologiche avrebbe col tempo subito una trasformazione antropologica che neppure lo stesso Pasolini poteva immaginare.


In sostanza, al netto dell’autoritarismo, dello stalinismo e del proibizionismo, propri della cultura comunista, di cui Pasolini parla anche in alcuni passi qui compresi, e del personalismo elitario, caratteristico invece dei radicali, la mutazione antropologica che Pasolini paventava mediante la pesante influenza del consumismo, coinvolse poi tutte le tradizionali formazioni politiche dell’epoca, generando automi senza più spessore.


Il valore di questi scritti non sta nel rigore storico-filosofico-scientifico. Non interessava questo a Pasolini, che, come dice anche Piergiorgio Bellocchio nel suo saggio introduttivo, aveva delle lacune e dei limiti di conoscenza, di cui lo scrittore era ben consapevole, non essendo un “esperto”. 

La grandezza è, nella sua estrema profondità, del tutto letteraria, poetica ed etico-sociale, che rendono queste perle molto più preziose di molti testi teorici. E il miracolo avviene soprattutto negli “Scritti corsari” e nelle “Lettere luterane”.


La preoccupazione maggiore di Pasolini era quella di andare verso il popolo, parlare con il popolo e scrivere per il popolo, con una lingua che il popolo potesse comprendere e per mezzo della quale potesse dialogare.

Sta qui il valore letterario e poetico di molti di questi scritti, le sue invettive sono cariche di passione, di amore per il “suo” popolo.


Visse un’intera esistenza fuori dagli schemi, iscritta anche nella sua morte in qualche modo paradigmatica, oltre che simbolica e oscura, sulla quale molti nel bene e nel male si sono gettati come avvoltoi, non comprendendo che Pasolini non apparteneva a nessuno, neanche al suo popolo, che aveva tanto amato, e dal quale non era stato capito, preferendo uniformarsi al coro moralista di un’Italietta bigotta e senza anima.


Il volume è formato da raccolte di articoli, quasi tutte pubblicate anche singolarmente, anche in versione ebook. Quello che segue è l’elenco.

“Saggi sparsi” (1942-1973)

“Scritti corsari” (1973-1975)

“Lettere luterane” (1975)

“Dichiarazioni, inchieste, dibattiti” (1959-1975)

“Dialoghi con i lettori” (1960-1970)

“Pasolini su Pasolini” (1968-1971)

“Il sogno del centauro” (1970-1975)

“Altre interviste” (1958-1975)

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