Joe R. Lansdale
“In fondo alla palude" (2000)
«Una volta le notizie non viaggiavano come adesso. Non a quei tempi. Né per radio né sui giornali funzionava così. Non nel Texas orientale. Le cose erano diverse. Ciò che succedeva negli altri posti erano affari loro.
Le notizie provenienti dal resto del mondo ci interessavano, naturalmente, ma non dovevamo per forza sapere ogni dettaglio su cose che non riguardavano da vicino Bilgewater nell’Oregon, o El Paso dall’altra parte dello stato, o su verso gli stati del nord, in quel buco del culo di Amarillo…
… Negli anni Trenta poteva avvenire un assassinio a qualche contea di distanza e tu non ne avresti mai saputo niente, a meno di esserne direttamente coinvolto. E ciò perché, come ho detto, le notizie a quei tempi andavano meno veloci e i tutori della legge preferivano badare ai fatti loro.
Certo, sarebbe stato meglio avere notizie trasmesse più velocemente, o almeno trasmesse e basta.»
«— Ci sono assassini fra negri, poi ci sono assassini fra bianchi, e poi ci sono assassini fra negri e bianchi e fra bianchi e negri.
— Un assassinio è un assassinio.
— Mettiamola così. I negri di questa zona non vogliono che nessuno ficchi il naso negli affari loro.
— Noi siamo la legge.
— Sì, ma una donna nera è stata uccisa giù nelle paludi: è un fatto. E non era certo una buona nera. E non ce ne frega niente. Una nera è morta, non c’è altro da dire. È stato probabilmente uno dei suoi amanti. Jacob, tu hai intenzioni cristiane, e questo è buono. Ma i negri si interessano delle cose loro. Gli piace così e a noi piace così. Se si mischiano nelle cose dei bianchi, allora ci interessiamo noi di loro. Se un uomo bianco uccide un negro, è competenza nostra. Se un negro uccide un uomo bianco, è chiaro che è nostra competenza. Ma questo…
— Quando una persona è morta, è morta — disse papà. — Non è nostra competenza?
— Ci sono cose che sono state in un certo modo per molto tempo e devono rimanere così.»
«Gli alberi odoravano di marcio e con gli alberi che salivano verso l’alto e il sole che mandava giù i suoi raggi sembrava di essere in una cattedrale con le luci che filtravano dalle vetrate. Aghi di pino secchi crocchiavano sotto i piedi e le foglie multicolori si spostavano ai nostri passi, fitte come gocce di pioggia.»
«Una ferita dell’anima può portarti via per sempre. C’è chi si lascia andare, ma molta gente riesce a tirarsi su anche attaccandosi a una bugia.»
Joe Lansdale, nei suoi migliori romanzi, ha il potere di riconciliare con la realtà, senza sconfinare nel luogo comune e senza edulcorare la narrazione. Non sono molti gli scrittori che hanno una qualità del genere e fanno questo effetto. Per carità niente a che vedere con l'essere rassicurati o confortati. Lansdale è duro e ruvido, a volte anche implacabile. Dipinge l'esistenza senza infingimenti, con le speranze ridotte ai minimi termini.
Tuttavia, il miracolo della riconciliazione, quasi una sorta di ricomposizione della realtà, avviene attraverso la "pietas" con cui guarda i suoi personaggi. Lansdale ama profondamente le sue creature, anche il più stronzo e il più figlio di puttana. Il suo non è uno sguardo distaccato; è partecipato, empatico e passionale.
“In fondo alla palude” è sicuramente uno dei libri più belli di Lansdale. Vincitore del premio "Edgar" 2001", ed è un vero e proprio capolavoro.
La vicenda è narrata in prima persona da Harry, che oramai vecchio e inabile, bloccato nel letto di un ospizio, ricorda un fondamentale episodio della sua fanciullezza a cavallo tra infanzia e adolescenza. Anche se è un episodio terribile, il vecchio lo richiama alla mente con intensa nostalgia.
È un romanzo scorrevole che si fa leggere bene, ma non è una lettura semplice. È una storia dura e cruda. Lansdale però riesce agevolmente a evitare il cinismo. La sua è una prospettiva etica che si percepisce chiaramente in ogni frase e in ogni pagina; non viene mai meno. È lo sguardo di un fanciullo costretto a venire a contatto con il lato più oscuro dell'anima e dell’esistenza.
Harry è Lansdale stesso. Quest’innocenza violata è un leitmotiv presente in quasi tutti i suoi romanzi, torna come una costante, come se quello dello scrittore texano fosse un unico grande poema con diverse puntate, in onore alle anime pure, incontaminate, nonostante l’inferno che sono costrette ad attraversare: morire dentro, per poi tornare a vivere, portandosi appresso le ferite, che, tuttavia, possono essere risanate con l’amore. Nonostante gli orrori che descrive, non è affatto uno scrittore nichilista.
I giovani protagonisti sono anime incontaminate, come lo sono molti dei paesaggi, non ancora raggiunti dall’industrializzazione. Questa sorta di candore, di ingenua purezza, crea un contrasto con la crudeltà e la cattiveria dei pregiudizi. È come una boccata d'aria in mezzo all’inferno dell’odio e dell'efferatezza dei delitti.
Siamo nel profondo Texas negli anni trenta, durante la Grande depressione, e un serial killer sta uccidendo numerose donne della zona. Harry e la sorella Tom restano coinvolti nella storia, avendo rinvenuto il primo di una serie di cadaveri. Ma questa è solo la traccia più evidente del romanzo, che si intreccia con la formazione di Harry, che alla fine della vicenda si ritroverà uomo, con gli episodi di crudele razzismo, cui sono protagonisti alcuni abitanti della cittadina, affiliati al Klu Klux Klan, e in più con il mistero impersonato dall'oscura figura dell'Uomo - Capra.
La comunità nera del luogo vive separata, con leggi proprie e una diffusa omertà. La tendenza è quella di non denunciare reati, omicidi, aggressioni e scomparse dei propri membri. Un terrore profondo, a causa dell’odio di cui sono fatti oggetto, e anche alcuni radicati pregiudizi li tengono avvinti a dei precisi codici comportamentali.
Lansdale evita accuratamente il luogo comune, il politicamente corretto, e di cadere nel gioco scontato in cui una trama del genere può facilmente finire. Descrive luoghi e accadimenti con la consueta perizia. Si cala in una realtà di sconcertante aridità senza mai esagerare, conservando un’intensa umanità. Commuove profondamente e delinea alcuni personaggi a dir poco memorabili. Il personaggio più riuscito è forse June, la vivacissima e dinamica nonna materna di Harry, che arriva all’incirca a metà romanzo.
“In fondo alla palude” deve molto a Mark Twain e al John Steinbeck di “Furore”, ma la riscrittura è del tutto originale. I dialoghi sono strepitosi.
Di grande incantevole suggestione l’attraversamento del bosco da parte di Harry, di sua sorella Tom e del loro cane Toby. Lansdale ci mostra il paesaggio, le paure, la curiosità con gli occhi di due bambini. E poi, i primi turbamenti, a cui Harry non sa dare un nome preciso, e il suo stupore di fronte all'inspiegabile odio razziale.
Nessuno di noi è scevro da pregiudizi e da razzismo, per quanto possa lottare contro pregiudizi e razzismo, è qualcosa che ci resta attaccato come una lebbra. Non basta esserne consapevoli, ma è già qualcosa. Questa è una delle cose che impara Harry, e questa è un po' la “morale” del libro. Di conseguenza, impara anche che a volte i bianchi non sono affatto “bianchi” e che i neri non sono affatto “neri”; che il razzismo è solo stupidità e ignoranza; impara, infine, a non fidarsi delle apparenze, perché in alcuni casi nulla è come sembra.
L’ambientazione rurale, come è consueto in Lansdale, è descritta con una profonda cura dei minimi dettagli, il risalto dato al luogo selvaggio, fatto di umidità, acqua e fango, e dal grande, misterioso e inquietante fascino, è l’elemento in più che fa la differenza, al di là del fatto che la storia possa appartenere o meno al thriller e all’horror.

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