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lunedì 22 aprile 2024

Niccolò Ammaniti "Come Dio comanda" (2006)

 


Niccolò Ammaniti

"Come Dio comanda" (2006)


«Svegliati! Svegliati, cazzo!» Cristiano Zena aprì la bocca e si aggrappò al materasso come se sotto ai piedi gli si fosse spalancata una voragine.

Una mano gli strinse la gola. «Svegliati! Lo sai che devi dormire con un occhio solo. È nel sonno che t'inculano.

«Non è colpa mia. La sveglia...» farfugliò il ragazzino, e si liberò dalla morsa. Sollevò la testa dal cuscino.

Ma è notte, pensò.

Fuori dalla finestra era tutto nero tranne il cono giallo del lampione in cui affondavano fiocchi di neve grossi come batuffoli di cotone.

«Nevica» disse a suo padre, in piedi al centro della stanza.

Una striscia di luce s'infilava dal corridoio e disegnava la nuca rasata di Rino Zena, il naso a becco, i baffi e il pizzo, il collo e la spalla muscolosa. Al posto degli occhi aveva due buchi neri. Era a petto nudo.»


«Dio si accanisce sui più deboli. Tu sei medico e questo lo devi sapere. È importante, Enrico. Il male è attratto dai più poveri e dai più deboli. Quando Dio colpisce, colpisce il più debole.»


«Solo chi ha paura muore facendo stronzate come camminare su un ponte. Se a te di morire non te ne frega niente puoi stare tranquillo che non cadi. La morte se la piglia con i paurosi.»


«Aveva ripetuto "Ammazzami, ammazzami" per fargli capire che si sentiva in colpa, ma non lo voleva davvero: dentro, mai come in quel momento, aveva desiderato vivere.

Vivere. Vivere dopo aver ucciso. Vivere comunque. Vivere con il peso della colpa. Vivere in una prigione per il resto della sua vita. Vivere picchiato e disprezzato fino alla fine dei suoi giorni.

Non importava come, ma vivere.»


Nessuna particolarità sociale può essere ricondotta facilmente ad una tipologia umana classica, e neanche ad una classe economica precisa, così per come le si è conosciute storicamente. La complessità e la frammentazione del tessuto sociale è oramai cosa fatta e compiuta. Ideologia e politica, rimaste affezionate a vecchie categorie, non sono più in grado di trovare il bandolo della matassa. Inoltre la politica, per quella sua degenerazione elitista, mostra di voler comunicare per lo più solo attraverso un linguaggio opportunistico e autoreferenziale, che l'ha condannata da tempo ad essere lontana dalla società.


Detto questo, appare tutt'altro che agevole il compito di quella letteratura che intenda parlare di questioni sociali senza cadere nel luogo comune, nel clichè rassicurante, nella monotonia intimista o nello standard televisivo. C'è chi ha scelto la forma del noir o delle indagini poliziesche, con esiti diversi a seconda della fonte. Parlare di delitti può aiutare a semplificare e, parlarne nell'ambito di un'indagine più o meno perfetta, in cui i protagonisti siano isolati investigatori "don chisciotte", può aiutare ancora di più.


Ma è la letteratura di strada quella che in qualche modo viene a mancare, se si eccettua quel filone che si rifà alla storia criminale del nostro paese e che quindi è rivolto al passato, a cui però sono già in pochi a dedicarsi. Così come sono pochissimi quelli che si avventurano nella grande letteratura drammatica, se vogliamo, sociologica, sociale, quella sull’individuo solo di fronte al moloch delle varie manifestazioni del potere. Quel tipo di letteratura che ha avuto nell'ottocento esponenti quali Dickens e Dostoevskij e nel novecento, qui da noi, giganti come Kafka e Pasolini. Paragoni ingenerosi è ovvio, ma che servono a rendere l'idea.


Però c’è qualcuno che anche in Italia che questa strada in un passato recente l’aveva già tentata, mediante un respiro più ampio, la capacità di stringere sul particolare e sulle vicende individuali, è stato il Niccolò Ammaniti di alcuni romanzi, non conosco la sua produzione più recente, sono fermo a ”Io e te” del 2010. Ma a me interessa circoscrivere un periodo, solo quello, e specificatamente parlare di questo anomalo e interessante romanzo. Non ho visto il film che ne ha tratto Salvatores nel 2008, quindi qui parlerò esclusivamente del libro.


Lo scrittore Ammaniti, però, purtroppo, è oggetto di un equivoco fondamentale. Buona parte dei critici e dei lettori vedono nella sua produzione letteraria una continuità che non esiste più da molto tempo, quella della “Gioventù Cannibale”, denominazione che un ridicolo equivoco ha prodotto recentemente sui social in questa nostra disgraziata epoca da neo-moralismo stile anni cinquanta, abituati a leggere solo i titoli degli articoli o solo le copertine dei libri.


È bene, invece, saper distinguere in modo categorico tra quella che è stata la prima parte di questa produzione, quella rappresentata dai libri "Branchie" e "Fango" e quella dei tre romanzi usciti tra il 1999 e il 2006, quella che io chiamerei della trilogia sociale, come se veramente fossero scritti fa un altro scrittore.


Pur se una continuità logica può essere rintracciata in alcuni aspetti dello stile e nella vena crudelmente satirica di Ammaniti, a fine anni novanta, con l'uscita del romanzo "Ti prendo e ti porto via", ha luogo una rottura definitiva. La "Gioventù Cannibale" e la letteratura pulp non sono più luoghi a cui far riferimento, per questo diventano privi di senso logico ragionamenti riferiti a tali contesti letterari.


Lo scrittore romano si era affrancato da tempo da un certo mondo.

Se l'affermazione non risultasse preda, a sua volta di ulteriori, ridicoli equivoci, direi che Ammaniti aveva progredito e fatto il salto nella grande letteratura. Addirittura, proprio il riconoscimento massimo gli arrivò nel 2007 e proprio per questo romanzo, dall’”Olimpo” dell’alta letteratura con il Premio Strega, che ogni tanto ci azzeccava ancora. Ma tutto sommato, non è neanche questo il punto. La verità è che con i tre romanzi ("Ti prendo e ti porto via", "Io non ho paura" e "Come Dio comanda") aveva creato un universo letterario di notevole potenza narrativa.


Se, però, ho parlato di trilogia è perché vedo una continuità, non solo qualitativa e letteraria, in quanto ogni romanzo ha dei punti di contatto con gli altri due, ma perfino per elementi molto più logici e da un punto di vista strettamente legati ai meri contenuti narrativi.

Esistono delle correlazioni tra luoghi, personaggi, eventi, simboli che ne stabiliscono contorni non così definiti e che non si esauriscono all'interno dello stesso libro.


Se ne possono individuare alcune in maniera decisamente chiara.

La prima è il contesto geografico. Luoghi non ben definiti, per lo più di fantasia, in cui si inseriscono, però, elementi certi, che ne restituiscono ben definita l'ambientazione: Centro Italia in "Ti prendo e ti porto via", Sud in "Io non ho paura" e Nord in "Come Dio comanda". 


Inoltre lo sguardo prescinde dalle grandi città, dedicando attenzione alla dimensione rurale, al piccolo centro urbano e alla provincia. E questo rende ancor più scottante il senso panico di alienazione, dato che il microcosmo, come si sa, amplifica e spesso destruttura di più.


Il secondo riguarda il mondo dell'infanzia. In tutti e tre i romanzi, il protagonista è un bambino, prossimo o già nella pubertà. Un'infanzia violata, ma che non ha i tratti dell'innocenza, e che vive in contesti di emarginazione e brutalità. Da qui deriva uno degli aspetti centrali delle vicende: il rapporto padre figlio, che nell'ultimo romanzo assume connotati ancora più decisi e per nulla scontati.


La caratterizzazione nel grottesco di molte delle figure (sarei tentato di dire di tutte), fatti salvi i bambini stessi. Grottesco che assume aspetti al limite del realistico e che spesso, per fortuna, sfuma nel fantastico quando è riferito ad emarginati e borderline. Situazioni che, non solo alternano tragedia e commedia, ma che mischiano tragedia e commedia all'interno della stessa descrizione. 


Qui viene alla mente chiaro e forte il nome di Joe Lansdale, a cui Ammaniti stesso ha spesso tributato più di qualche elogio. E di conseguenza il rifiuto della letteratura da pseudo neo-realismo piccolo borghese progressista, tanto in voga nel nostro Paese.


Detto così, lo schema sembrerebbe semplificato assai, peccato e per fortuna che l'estro dello scrittore romano in queste tre opere aveva dalla sua parte la capacità di descrivere la complessità senza semplificare. Questo è forse il merito maggiore che gli va ascritto. Non c'è ansia di sintesi a tutti i costi. Anzi, non è presenta nessuna velleità a voler fare sociologia spicciola o ideologia e ciò lo salva dalla sconfitta a cui facevo riferimento all'inizio.


Personaggi quali "Quattro Formaggi", Danilo e Rino Zena, nelle loro particolari caratteristiche, non esistono nella realtà, non perchè prodotti di fantasia, ma perchè sono unici e irripetibili, come sono unici e irripetibili tutti gli "attori" della vita quotidiana, i quali attraverso le loro storie, la loro sofferenza e le loro esperienze, non possono essere ridotti a nessuna categoria nello specifico. 


Vite che sono frutto anche di un'atomizzazione del tessuto sociale, che ha prodotto solitudine e alienazione in gradazioni diverse e a secondo del livello di emarginazione. Questo in fondo è l'unico elemento, per così dire, sociologico certo e che in qualche modo potrebbe avere valenza assoluta.


In "Come Dio comanda" tutti questi elementi si trovano a convergere, estremizzati dall'elemento ultimo, rappresentato da una delle espressioni, tutt'altro che minoritaria, dello spirito religioso della nostra epoca, che bene faremmo a chiamare con il suo nome: delirio mistico, il cui sommo sacerdote è la televisione. 


Una televisione non solo pervasiva, ma che perde anche di significato razionale, acquisendo quello di entità metafisica volta alla trasformazione antropologica, della quale non hanno più importanza i messaggi in quanto tali, ma la loro fruizione in termini di passività assoluta. 


E tutto questo quando ancora non c’erano i social, che come sappiamo hanno dato il loro contributo, come amplificatori della TV, nonostante le comiche e grottesche dichiarazioni di molti suoi frequentatori che non ne usufruirebbero mai, quindi sarebbero salvi dal suo mefistofelico influsso, mentre nessuno, dato l’effetto amplificativo, può definirsi salvo.


Un nuova frontiera della comunicazione quindi, che prescinde dalla ragione e si affida al trascendente, facendo quasi da mediatore per l'ultima possibilità umana, quella dell'individuo che resta da solo con la sua personale idea di Dio, pregna di superstizione, e, come dicevo, degenerata fino al puro delirio, alienato, lontano da Dio stesso.


Il taglio tragicomico e la farsa grottesca fanno da ulteriore corollario a storie di "ordinaria disperazione", seppure il mondo infantile cerca di proporre un'alternativa di lucida speranza, anche se possiede la sola intensità di un piccolo lieve lumicino.


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