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sabato 23 novembre 2024

Cormac McCarthy, “Il passeggero” (2022)


Cormac McCarthy, “Il passeggero” (2022)

«La prima cosa da fare è individuare la linea narrativa. Non è necessario che sia a prova di bomba. Comincia a imbastire il materiale dei vari episodi. L’aneddotica. Vedrai che ci riesci. Ricordati solo che dove non c’è linearità non c’è delineazione. Cerca di rimanere concentrata. Nessuno ti sta chiedendo di firmare niente, okay? E comunque non hai tutte queste alternative.»

“Il passeggero” è il penultimo romanzo di quel genio che fu Cormac McCarthy, ma è paradossalmente anche il sequel dell’ultimo: “Stella Maris”, che uscì a pochi mesi di distanza da questo, ed entrambi poco prima della sua morte, ha un andamento molto complesso, o meglio, è all’apparenza molto complesso, finché non si intuisce e si decodifica il meccanismo. 

I protagonisti principali sono due: fratello e sorella, Bobby e Alicia Western, legati da un rapporto morboso, il cui senso verrà svelato nel corso della storia. 

Si potrebbe anche invertire l’ordine di lettura, visto che “Stella Maris” è il prequel, ma è preferibile comunque rispettare l’ordine di pubblicazione, seguendo la volontà e la “sensata” e affascinante illogicità di McCarthy, e così ho fatto e per ora ho letto solo “Il passeggero”. 

Chi ha un minimo di dimestichezza con il modo di narrare che aveva lo scrittore americano dovrebbe sapere che nessuna sua creazione è di facile interpretazione. “Il passeggero” complica ancora di più le cose. 

Innanzitutto, la scombinata e approssimativa alternanza di quelli che per convenzione possono essere definiti capitoli. Quelli più brevi, scritti in corsivo, sono relativi alle allucinazioni di Alicia e sono numerati; gli altri, quelli più corposi, dovrebbero seguire una narrazione più lineare. Dovrebbero. Ma non è esattamente così. Perché tutta la narrazione è filtrata attraverso un velo inquietante, dal sapore fantastico, al limite dell’horror, e un amore infinito per i sentieri letterari del paradosso. 

“Il passeggero” è duro e cinico come una folata di vento ghiacciato. Ma anche dolce, suadente e lirico. 

La storia si apre come fosse un delirio, va avanti in maniera contorta, misteriosa. Perché è da un mistero che si dipana. 

Bobby fa il sommozzatore di professione. Fa lavori rischiosi, come quello che gli capita a inizio romanzo: relativo al recupero dei corpi di nove passeggeri di un aereo che si è inabissato nel Mississippi, e un decimo passeggero che è scomparso. Siamo nel 1980. 

È un lavoro che gli sta causando qualche guaio con personaggi non proprio raccomandabili, né esattamente definibili. Alicia, invece, è preda di allucinazioni, nelle quali le appare una inquietante creatura: il Kid.

La narrazione di McCarthy è densa e ritmata, quasi fosse una filastrocca o una preghiera. È fatta di flash tra le lande di Knoxville, città dove Cormac visse gran parte della sua infanzia e della sua giovinezza, e New Orleans, e di dialoghi surreali, tra le cui pieghe è nascosto il senso che sfugge continuamente, fino a quando non lo si riagguanta, e tutto sembra tornare, fino ad arrivare a un finale delirante, allucinato, ma altamente poetico. 

I dialoghi in McCarthy non hanno mai una forma tradizionale, mancano di punteggiatura. Si possono individuare solo per mezzo degli “a capo” e dell'intuizione del lettore. I dialoghi con l'eccentrico amico Sheddan, disseminati in tutto il romanzo, hanno, a dimostrazione di ciò, un enigmatico e oscuro andamento filosofico, tutti giocati sul filo di un esasperante, sorprendente estetismo.

In questo romanzo, ho avuto come la sensazione di ascoltare voci diverse, interconnesse: postmoderno alla Thomas Pynchon e alla Don DeLillo, mistero alla Joe Lansdale, visioni allucinate alla Philip Dick, e thriller e complotti alla James Ellroy, con periodi brevissimi e fulminanti. Ma è soprattutto lo stile inconfondibile di McCarthy a prevalere. Un romanzo assolutamente conturbante, collocato in una terra letteraria non facilmente individuabile, fuori dalle consuete coordinate, di difficile catalogazione, e anche i riferimenti letterari che ho fatto, seguono solo delle suggestioni del tutto soggettive: le mie.

Il problema è proprio quello di individuare la linea narrativa e non solo per Alicia, che è un’Alice nel Paese delle Meraviglie, e il Kid, un oscuro Bianconiglio, più simile a un pinguino. Un fottuto djinn, insomma. Ma anche per lo scrittore stesso, che gioca a rimpiattino coi lettori e gli riesce alla grande.

I due piani narrativi sembrano destinati a non incontrarsi mai. Anche perché quello di Alicia non si sa bene quando e dove è collocato. 

Il romanzo ha anche l’aspetto di una raccolta di racconti e di aneddoti. La prosa contorta, evocativa e fulminante di McCarthy si adatta alla perfezione. È la storia di una fuga dal sapore kafkiano, di ricchezze improvvise e di solitudine, della ricerca di qualcosa, di un posto nel mondo. Bobby è un novello Josef K. che legge il “Leviatano” di Hobbes. Tutto molto simbolico. Western è accompagnato in questo travaglio dall'affascinante personaggio di Kline. 

Le due linee narrative hanno però in comune una cosa: una galleria di personaggi sui generis. In quella delle “meraviglie” di Alicia, sono figure grottesche e assurde, da vaudeville e grand guignol, guidate dall’invadente Kid, che appaiono e scompaiono in pochi attimi; quella di Bobby è fatta di storie reali, ma in buona parte, allo stesso modo, allucinanti. Bobby è circondato dalla morte. Dalla morte di persone che ama e da un minaccioso senso di mortifera precarietà.

Ed è così che fanno capolino nella storia anche il Progetto Manhattan, Hiroshima e Nagasaki, e l’assassinio di JFK.

Non è una lettura facile, come non lo è stata quella di “Non è un paese per vecchi”, “Meridiano di sangue” e “La strada”. È una storia impregnata di fango, di miseria esistenziale, di speculazione filosofica da strada o, per meglio dire, da palude, con i macchinari che sferragliano, i sub che si immergono. A momenti, si trasforma in una cacofonia assurda, ma anche certe storie impossibili e cacofoniche hanno una loro armonia.

È un romanzo da amare o di fronte al quale restare perplessi. Non ha infatti molta importanza la trama, quanto la struttura stessa della storia, una grande riflessione sull'esistenza, sul senso di colpa, sulla felicità, sulla follia, nonché una galleria di personaggi, unici nella loro singolarità.

Una storia che potenzialmente potrebbe funzionare per ulteriori diramazioni narrative, che vengono però solo abbozzate, ma che possono lasciare traccia nella fantasia di quei lettori che ne vorranno magari immaginare i possibili sviluppi. Costituisce, infatti, un materiale letterario potenzialmente enorme che McCarthy pare trattenere a stento e costringere all’interno del romanzo e che ha quasi il valore di testamento, da lasciare a chi vorrà e riuscirà a cavarne degli spunti per ulteriori narrazioni, raccogliendone l'ispirazione.


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