Cult Movie
“Lenny” (1974)
regia di Bob Fosse
con Dustin Hoffman, Valerie Perrine, Rashel Novikoff, Jan Miner, Stanley Beck, Gary Morton
Che sia chiaro: Lenny Bruce fu distrutto e ucciso dal moralismo bigotto, dalla società dello spettacolo e dalla censura. La sua “autodistruttività” fu indotta. Era quella di un uomo troppo sensibile per poter reggere la persecuzione a cui venne sottoposto, vittima anche dell'antisemitismo. Un alfiere del politicamente scorretto e della libertà d’espressione.
Nel film di Bob Fosse c’è un solo “errore”, o meglio un'imprecisione dovuta al contesto degli anni in cui fu girato. Non poteva certo sapere cosa sarebbe accaduto dopo. Negli anni settanta, infatti, poteva sembrare ridicolo e assurdo che un uomo venisse censurato e arrestato per quei motivi. Oggi, purtroppo, non più, ed è di nuovo possibile far scattare la censura come negli anni cinquanta. Ovviamente, mi riferisco ai paesi occidentali, alle democrazie liberali e costituzionali.
Il biopic su Lenny Bruce, infatti, fu allora ideato come un film di denuncia sul moralismo dell’America dei decenni passati, oggi invece suonerebbe come altamente trasgressivo. È paradossale, ma è così. Quindi, l’affermazione sul ridicolo e l’assurdo, apparteneva a un mondo più libero, che si era da poco liberato dai fantasmi del maccartismo e nel quale era in pieno svolgimento la rivolta per la liberazione sessuale.
Siamo sinceri. Un film del genere, oggi invece, in un mondo regredito, preda di una polarizzazione di carattere moralista, non potrebbe probabilmente essere concepito semplicemente per motivi opposti, ma speculari: contrario alla bibbia progressista del politicamente corretto, ma anche al bigottismo reazionario.
Un monologo come quello sul razzismo oppure quello sull’omosessualità tenuti da Dustin Hoffman, nei panni di Lenny, verrebbe stigmatizzato come razzista e omofobo da una parte, e contemporaneamente, immorale, in quanto contrario all’integrità sociale e mosso da una mente sacrilega e depravata, dall’altra.
Infatti, per il secondo fronte peserebbe anche l'ironia nei confronti delle religioni e del papa. Ed è surreale che Lenny fu difeso da quella parte politica che oggi probabilmente lo disapproverebbe.
A nessuno oggi, per fare solo un esempio, è consentito di esprimersi sui social su differenze etniche e sessuali con termini, giudicati “inappropriati” e “discriminanti”, perché scatterebbe automaticamente la censura.
Sul perché si sia arrivati a questo punto, la risposta non è affatto semplice. È la manifestazione della banalità del conformismo, in una delle sue molteplici manifestazioni.
Se da una parte abbiamo chi sostiene, arrivando fino al delirio iconoclasta, che impedendo la diffusione di tali parole e di certe opere, si combatterebbero razzismo e omofobia, dall’altra c’è chi si indigna per questo tipo di censura, ma solo perché vorrebbe continuare ad usare certi termini come insulto e dileggio.
Un'indignazione a favore della libertà, ma, nel secondo caso, a targhe alterne, che si fermerebbe cioè davanti alla religione, alla chiesa e ai matrimoni gay, e che sogna la proibizione di gay pride e di movimenti LGBT.
Ipocrisia dell’uno e dell’altro bigottismo.
Qui però, c’è da aggiungere che, anche se contestualizzato all'Occidente, il film di Bob Fosse contiene un messaggio contro la censura in senso universale.
Quanto possa essere mostruoso che in nome di qualsiasi morale, della ragion di stato o degli interessi di singoli o di gruppi il diritto alla libera espressione venga negato. Un meccanismo di esclusione fondato su una logica intrinsecamente totalitaria.
«È la repressione di una parola che le dà violenza, forza, malvagità!» diceva giustamente Lenny.
Bob Fosse compie un’operazione filologicamente molto accurata, racconta, con grande creatività, ispirandosi all’opera teatrale di Julian Barry, che cura anche la sceneggiatura del film, la parabola professionale di Lenny Bruce, la sua vita privata, le vicissitudini con la giustizia, supportato da una delle migliori interpretazioni di Dustin Hoffman, che si cala nella parte in maniera a dir poco impressionante, e da quella toccante di Valerie Perrine.
Eccellente è l'uso della macchina da presa e di un bianco e nero di taglio documentaristico, con tanto di immaginarie interviste post mortem. Spettacolare la fotografia di Bruce Sartees.

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