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lunedì 18 novembre 2024

Giorgio Scerbanenco "Venere privata" (1966)

 


Classici

Giorgio Scerbanenco

"Venere privata" (1966)

«Ogni volta che si trova uno sfruttatore bisogna schiacciarlo. Ma chi vuoi schiacciare, tenerezza mia, più ne schiacci e più ce ne sono. E va bene, ma forse bisogna schiacciarli lo stesso.»

Se amate il noir e leggete per la prima volta Giorgio Scerbanenco, allora non potrete farne più a meno. Questo è uno dei migliori, che grande influenza ha avuto sugli scrittori noir nostrani, leggendolo, capirete il perchè della fortuna e della bravura dei tanti venuti successivamente. Sì, perché qui siamo davanti non solo ad un maestro della letteratura di genere, ma anche a un grande scrittore del novecento, del quale l'opera comincia ad essere apprezzata veramente da non molti anni.

Straniero in terra straniera, Scerbanenco era nato a Kiev da padre ucraino e madre italiana, anzi romana, come tiene a specificare lui, nella bellissima nota autobiografica posta in appendice a questo romanzo e dal titolo "Io, Vladimir Scerbanenko". 

Arrivato a Roma a pochi mesi, cresce e vive qui insieme alla madre. Poco più che bambino intraprende con lei un viaggio in Russia alla ricerca del padre, che poi verrà fucilato dai bolscevichi durante la rivoluzione. All'età di sedici anni si trasferisce a Milano, che diverrà fino alla morte la sua città. Patisce stenti, miseria e discriminazione etnica, vive ai margini della società arrangiandosi, fino all'incontro miracoloso con Zavattini che lo inserisce nella redazione di una rivista.

Inizialmente negli anni quaranta scrive per i Gialli Mondadori, che all’epoca era nota anche come “I Libri Gialli”. Ma il furore censorio del fascismo pone fine temporaneamente all'esperienza di questa collana. Si adatta allora a scrivere romanzi e racconti rosa, diversi dei quali pare non fossero affatto da disprezzare. Negli anni sessanta torna nuovamente al poliziesco, dando alle stampe la sua narrativa più interessante.

Come scrive anche la figlia Cecilia nella commovente e commossa premessa ad un’altra più recente edizione di “Venere privata”, Scerbanenco cambiò completamente genere, rinnovando il noir, quando si trasferì a Lignano Sabbiadoro e quando ebbe modo di stringere amicizia con Oreste Del Buono, famoso geniale editore dell’epoca. Del Buono rimase entusiasta del romanzo e lo fece pubblicare immediatamente.

Questo romanzo è il primo della tetralogia che vede protagonista Duca Lamberti, ex medico radiato dall'albo dopo aver scontato tre anni di carcere, per aver concesso l'eutanasia ad una sua supplicante paziente malata di cancro. Tra le pagine di questo libro, Lamberti inizia la sua attività di investigatore. Duro antieroe mosso a tenerezza da figure che vivono quasi ai margini della società e con un grande senso di protezione nei confronti delle donne. Inizia, col lavorare per l'ingegner Pietro Auseri, ricco possidente: deve occuparsi del figlio alcolizzato.

È la storia dolente e disperata di Davide Auseri e della sua Venere Privata. Di un dolore dell'anima terribile che non vuol passare, e che nulla ha il potere di cancellare, di un senso di colpa logorante fino alle ossa. È commovente la dedizione di Duca alla sorte di questo povero ragazzo, toccato nella sensibilità da un accadimento crudele, sul quale il protagonista indagherà aiutato proprio da Davide. È un atto d'accusa alla Milano bene e al sordido traffico della prostituzione.

Lamberti disprezza i bari, che con una efficace descrizione, reputa «i banditi con l'ufficio legale a latere, imbrogliano, rubano, ammazzano, ma hanno già studiato la linea di difesa con il loro avvocato nel caso fossero scoperti e processati e non vengono mai puniti abbastanza. Vogliono che gli altri stiano al gioco, alle regole, ma loro non ci vogliono stare». Con questi Lamberti è impietoso, un duro, quasi un "giustiziere".

Scerbanenco può apparire un moralista e a tratti anche uno sciovinista, ma si limitava invece a raccontare la realtà così com'era, fuori dagli stereotipi del politicamente corretto. Come l'ha vissuta lui. La sua Milano e la sua Italia degli anni sessanta è così terribilmente reale, tanto da suscitare in me alcuni sfumati ricordi e sapori. I suoi personaggi sono incredibilmente veri. È bravissimo infatti a tratteggiare personalità e comportamenti da non trascurare nemmeno i più piccoli dettagli. E poi c'è la trama: avvincente dalla prima all'ultima riga, solo come i grandi scrittori sanno fare.

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