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venerdì 15 novembre 2024

“Umberto D.” (1952) regia di Vittorio De Sica


 Cult Movie 

“Umberto D.” (1952)

regia di Vittorio De Sica 

con Carlo Battisti, Maria Pia Casilio, Lina Gennari, Memmo Carotenuto, Alberto Albani Barbieri 

Un’opera d’arte può assumere valore e aspetto diversi, a secondo di chi la guarda. È talmente ovvio che è superfluo sottolinearlo. Quello che invece però è straordinario è che gli stessi occhi possono guardare un’opera d'arte con sentimenti e punti di vista diversi col passare degli anni. 
È questo l’effetto che può fare la visione di “Umberto D.” ripetuta più volte nel corso della vita: cambia la percezione e muta anche il processo di identificazione col protagonista.

È inutile a mio parere stabilire qualsiasi primato all’interno della cinematografia di Vittorio De Sica, quale sia il suo film migliore, ciò dipende infatti proprio dal processo di identificazione: “Miracolo a Milano”, “Sciuscià”, “Ladri di Biciclette”, “La ciociara”, “Umberto D.” narrano le storie di umiliati e offesi, nelle quali, seppure ha valenza il messaggio politico sociale, ha però molto più valore la storia degli individui unici e irripetibili che ne sono protagonisti, e questo elemento dovrebbe aiutare l’empatia e la comprensione.

Fa sorridere oggi pensare che all’epoca il film fu al centro di polemiche politiche, certo il messaggio, visto in un’ottica universale, resta ancora dirompente, e, nonostante il fatto che siano passati più di settant’anni, continua a commuovere e ad essere attuale, a prescindere dagli elementi specifici di un dato e preciso contesto storico-sociale.
Tuttavia, il corteo di pensionati, posto all’inizio del film, con l’accenno di scontri con le forze dell’ordine, ha più valore estetico e simbolico, che realistico. È quasi una frattura all’interno dello stesso ordine delle regole del neorealismo.

Il contesto del lungo secondo dopoguerra in cui è ambientato il film rende decisamente netti i contorni della vicenda. De Sica e Zavattini, in un certo senso, “giocano sporco”, costruendo una storia dalla tristezza infinita, in un orizzonte di un’Italia che sta cambiando, Roma stessa viene precipitata in questa atmosfera grigia, senza luce o con una luce malata. Ma lo fanno in un doppio senso: da una parte radicalizzando l’estremismo pessimista di pensionati piccolo borghesi, ridotti in povertà da pensioni di fame, e dall’altra operando contemporaneamente un’astrazione, che pone Umberto Domenico Ferrari e il suo cagnolino Flike fuori dal tempo, cosa confermata dal surreale finale alla Charlot.

Sulle singolari, ma limpide prove, di Carlo Battisti e di Maria Pia Casilio, c’è poco da dire: perfetti per il taglio minimalista della pellicola. Soprattutto la Casilio è di una spontanea, sconfinata dolcezza, impersona la servetta Maria con una naturalezza fuori da ogni comprensione. La sua interpretazione è il valore aggiunto dell'intero film, quando appare sulla scena illumina la vicenda di luce propria con la sua irriducibile ingenuità. Una luce di speranza.
Quella di Carlo Battisti, glottologo e linguista di fama, rimase l’unica prova d’attore. Ma immaginare un "signor Umberto” diverso da lui credo sia impossibile.

Il “cameo”, da commedia comica, dell’apparizione di Memmo Carotenuto rompe per pochi minuti l’aspetto tragico della vicenda, quasi anticipando di diversi anni il personaggio di Cosimo dei “Soliti ignoti”, ma si risolve con un malinconico congedo, impotente anche lui di fronte alla triste realtà delle cose.


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