Cult Movie
“Umberto D.” (1952)
regia di Vittorio De Sica
con Carlo Battisti, Maria Pia Casilio, Lina Gennari, Memmo Carotenuto, Alberto Albani Barbieri
È inutile a mio parere stabilire qualsiasi primato all’interno della cinematografia di Vittorio De Sica, quale sia il suo film migliore, ciò dipende infatti proprio dal processo di identificazione: “Miracolo a Milano”, “Sciuscià”, “Ladri di Biciclette”, “La ciociara”, “Umberto D.” narrano le storie di umiliati e offesi, nelle quali, seppure ha valenza il messaggio politico sociale, ha però molto più valore la storia degli individui unici e irripetibili che ne sono protagonisti, e questo elemento dovrebbe aiutare l’empatia e la comprensione.
Il contesto del lungo secondo dopoguerra in cui è ambientato il film rende decisamente netti i contorni della vicenda. De Sica e Zavattini, in un certo senso, “giocano sporco”, costruendo una storia dalla tristezza infinita, in un orizzonte di un’Italia che sta cambiando, Roma stessa viene precipitata in questa atmosfera grigia, senza luce o con una luce malata. Ma lo fanno in un doppio senso: da una parte radicalizzando l’estremismo pessimista di pensionati piccolo borghesi, ridotti in povertà da pensioni di fame, e dall’altra operando contemporaneamente un’astrazione, che pone Umberto Domenico Ferrari e il suo cagnolino Flike fuori dal tempo, cosa confermata dal surreale finale alla Charlot.
Il “cameo”, da commedia comica, dell’apparizione di Memmo Carotenuto rompe per pochi minuti l’aspetto tragico della vicenda, quasi anticipando di diversi anni il personaggio di Cosimo dei “Soliti ignoti”, ma si risolve con un malinconico congedo, impotente anche lui di fronte alla triste realtà delle cose.

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