Cult Movie
“Il processo” (1962)
regia di Orson Welles
con Anthony Perkins, Orson Welles, Romy Schneider, Jeanne Moreau, Arnoldo Foà, Elsa Martinelli, Akim Tamiroff, Suzanne Flon, William Chappell, Michael Lonsdale
Anthony Perkins deve la sua fama al Norman Bates di “Psycho”. Lo sanno tutti. Però non molti conoscono la sua riuscitissima versione di un isterico Josef K., il protagonista del capolavoro kafkiano. Il merito non va ascritto infatti solo all’inventiva di Orson Welles, ma anche alla sua istrionica ottima interpretazione, che purtroppo non tutti hanno voluto e saputo apprezzare.
Welles reinventa “Il processo”, mantenendosi però abbastanza fedele alla trama. Cambia il contesto e lo adatta al periodo in cui il film è stato prodotto. Ma cambia soprattutto il finale, con un sorprendente epilogo.
Quello del Josef K. di Welles è un universo ancor più totalitario di quello kafkiano, perché le "anticipazioni" del praghese, se anche di anticipazioni si può parlare, non solo si sono rivelate fondate, ma si sono “avverate” in modo a dir poco radicale, e il regista americano seppe registrarle, rilaciandole, a sua volta nel futuro, verso di noi. Gli strumenti di oppressione del potere sono ancora tutti qui: apparati statali, burocrazia, controllo poliziesco e tribunali, situazione aggravata da strumenti di sorveglianza ancora più pervasivi e raffinati.
Welles trasforma l’opera del praghese in una sorta di noir barocco, onirico e surreale, ambientato in un luogo indefinito, con riferimenti espliciti all’espressionismo tedesco, con un uso spregiudicato della macchina da presa, con prospettive oblique, riprese dal basso verso l’alto, nelle quali il soffitto sembra schiacciare il protagonista, che trasmettono un vivido senso di claustrofobia, di oppressione, di alienazione e di urgenza, scenografie dall'ambientazione e dal sapore industriale, con corridoi e tunnel dalla struttura straniante, con gabbie di cemento, di metallo o di legno, periferie desolate stile Europa dell’est e il solito gioco degli specchi, tanto caro a Orson Welles.
L’isolamento, a cui il Josef K./Perkins si condanna, col suo ostinato non rassegnarsi agli eventi, mantiene l’andamento progressivo e ossessivo del romanzo, enfatizza il risalto della figura esile e solitaria del protagonista in mezzo alla folla, che sia quella di una sala cinematografica, quella della sala delle udienze e degli anfratti del tribunale o quella irreggimentata in innumerevoli scrivanie nel suo ufficio abnorme. L’introduzione nel film, come novità assoluta, di un immenso cervello elettronico è una delle tante trovate estrose del regista.
Molti anni fa assistetti ad una sua proiezione nell’ambito di una rassegna cinematografica estiva e fu scelto come location dell’evento il vecchio Palazzo di Giustizia di Roma, il cosiddetto Palazzaccio. La scelta fu dovuta al fatto che l’edificio appariva nel film, e con l’intento di richiamare appunto la suggestione architettonica e scenografica della pellicola.
Welles, forse esagerando, come era sua abitudine, riteneva che questa fosse la sua opera migliore. «Non sono mai stato così felice come quando ho fatto questo film». Il divertimento che ne deve aver tratto è una cosa che si percepisce dall'inizio alla fine. Eppure, ha avuto anche una parte di critica contro, soprattutto per la mancata capacità di tenere in giusto conto il meccanismo interiore kafkiano. Si potrebbe però obiettare che Kafka è pressoché cinematograficamente intraducibile e Orson Welles ha tentato di essere all’altezza di una trasposizione, che nessun altro probabilmente sarebbe stato in grado di affrontare.

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