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mercoledì 6 novembre 2024

“Il processo” (1962) - regia di Orson Welles


 Cult Movie 

“Il processo” (1962)

regia di Orson Welles

con Anthony Perkins, Orson Welles, Romy Schneider, Jeanne Moreau, Arnoldo Foà, Elsa Martinelli, Akim Tamiroff, Suzanne Flon, William Chappell, Michael Lonsdale 

«Avvocato Hastler: Ascolta figliolo, lo sbaglio che tu stai commettendo è descritto nelle note introduttive della Legge: davanti alla porta della Legge c'è un guardiano, un uomo di campagna si presenta a lui e lo prega di farlo entrare, ma il guardiano non può lasciarlo passare. L'uomo, sperando di essere ammesso più tardi, resta lì ad aspettare di sua iniziativa...
Joseph K.: E quando l'uomo ormai vecchio sta per morire il guardiano gli rivela che quella porta era destinata a lui solo.
Avvocato Hastler: Nessuno oltre te poteva varcare questa porta, e adesso, io andrò a chiuderla. Alcuni commentatori sottolineano che l'uomo venne spontaneamente alla porta, nessuno gliel'aveva imposto.»

Anthony Perkins deve la sua fama al Norman Bates di “Psycho”. Lo sanno tutti.  Però non molti conoscono la sua riuscitissima versione di un isterico Josef K., il protagonista del capolavoro kafkiano. Il merito non va ascritto infatti solo all’inventiva di Orson Welles, ma anche alla sua istrionica ottima interpretazione, che purtroppo non tutti hanno voluto e saputo apprezzare.

Welles reinventa “Il processo”, mantenendosi però abbastanza fedele alla trama. Cambia il contesto e lo adatta al periodo in cui il film è stato prodotto. Ma cambia soprattutto il finale, con un sorprendente epilogo. 

Quello del Josef K. di Welles è un universo ancor più totalitario di quello kafkiano, perché le "anticipazioni" del praghese, se anche di anticipazioni si può parlare, non solo si sono rivelate fondate, ma si sono “avverate” in modo a dir poco radicale, e il regista americano seppe registrarle, rilaciandole, a sua volta nel futuro, verso di noi. Gli strumenti di oppressione del potere sono ancora tutti qui: apparati statali, burocrazia, controllo poliziesco e tribunali, situazione aggravata da strumenti di sorveglianza ancora più pervasivi e raffinati. 

Welles trasforma l’opera del praghese in una sorta di noir barocco, onirico e surreale, ambientato in un luogo indefinito, con riferimenti espliciti all’espressionismo tedesco, con un uso spregiudicato della macchina da presa, con prospettive oblique, riprese dal basso verso l’alto, nelle quali il soffitto sembra schiacciare il protagonista, che trasmettono un vivido senso di claustrofobia, di oppressione, di alienazione e di urgenza, scenografie dall'ambientazione e dal sapore industriale, con corridoi e tunnel dalla struttura straniante, con gabbie di cemento, di metallo o di legno, periferie desolate stile Europa dell’est e il solito gioco degli specchi, tanto caro a Orson Welles.

L’isolamento, a cui il Josef K./Perkins si condanna, col suo ostinato non rassegnarsi agli eventi, mantiene l’andamento progressivo e ossessivo del romanzo, enfatizza il risalto della figura esile e solitaria del protagonista in mezzo alla folla, che sia quella di una sala cinematografica, quella della sala delle udienze e degli anfratti del tribunale o quella irreggimentata in innumerevoli scrivanie nel suo ufficio abnorme. L’introduzione nel film, come novità assoluta, di un immenso cervello elettronico è una delle tante trovate estrose del regista.

Nel guardare il film di Welles si ha netta la percezione di quanta scuola abbia fatto il regista, anche in questa occasione, ai cineasti successivi. È difficile non accorgersi del fatto che “Il processo”, come il suo omologo letterario, sia stato “saccheggiato” di intuizioni e di idee. 
Le sequenze memorabili non si contano, a cominciare da quella originalissima del prologo, quella del “davanti alla porta della legge”, strutturata in "diapositive". 
Orson Welles era di un altro mondo, il suo genio era di una versatilità e di un eclettismo fuori dall’ordinario e ogni scena ne reca l’evidente segno.

Molti anni fa assistetti ad una sua proiezione nell’ambito di una rassegna cinematografica estiva e fu scelto come location dell’evento il vecchio Palazzo di Giustizia di Roma, il cosiddetto Palazzaccio. La scelta fu dovuta al fatto che l’edificio appariva nel film, e con l’intento di richiamare appunto la suggestione architettonica e scenografica della pellicola.

Welles, forse esagerando, come era sua abitudine, riteneva che questa fosse la sua opera migliore. «Non sono mai stato così felice come quando ho fatto questo film». Il divertimento  che ne deve aver tratto è una cosa che si percepisce dall'inizio alla fine. Eppure, ha avuto anche una parte di critica contro, soprattutto per la mancata capacità di tenere in giusto conto il meccanismo interiore kafkiano. Si potrebbe però obiettare che Kafka è pressoché cinematograficamente intraducibile e Orson Welles ha tentato di essere all’altezza di una trasposizione, che nessun altro probabilmente sarebbe stato in grado di affrontare.

Tuttavia, come in tutti i suoi film, ciò che interessa a Welles in fondo è soprattutto la teatralità. Riesce ad estrarre anche dal testo di Kafka proprio questo elemento, si potrebbe dire che gli conferisce quasi un sapore shakespeariano. 
Una delle scelte più felici è il commento musicale affidato all'Adagio di Albinoni, ripetuto più e più volte. Eccellente il cast, nel quale fa la sua bella figura anche il regista stesso, nella parte di un ironico avvocato Hastler.

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