𝙇𝙖 𝙢𝙚𝙜𝙖𝙢𝙖𝙘𝙘𝙝𝙞𝙣𝙖 𝙙𝙚𝙡 𝙥𝙤𝙩𝙚𝙧𝙚
Nella mia ultima recensione cinematografica, partendo dal capolavoro di Kafka, riadattato in maniera geniale da Orson Welles, ho tentato di mettere in rilievo un aspetto dell’oppressione da parte del potere nei confronti dei singoli individui, che costituisce quello più evidente e pervasivo, che indistintamente attraversa i secoli e tutto il pianeta, che arriva ad assumere anche aspetti metafisici, e sul quale si riflette ben poco, presi "politicamente” da questioni irrilevanti, marginali e secondarie.
Ripropongo un passo della recensione:
-Quello del Josef K. di Welles è un universo ancor più totalitario di quello kafkiano, perché le "anticipazioni" del praghese, se anche di anticipazioni si può parlare, non solo si sono rivelate fondate, ma si sono “avverate” in modo a dir poco radicale, e il regista americano seppe registrarle, rilaciandole, a sua volta nel futuro, verso di noi. Gli strumenti di oppressione del potere sono ancora tutti qui: apparati statali, burocrazia, controllo poliziesco e tribunali, situazione aggravata da strumenti di sorveglianza ancora più pervasivi e raffinati.-
Burocrazia, controllo poliziesco, tribunali, sorveglianza digitale e non, funzionano come un unico leviatano a cui non si può sfuggire, sbaglia infatti chi crede che siano aspetti distinti del potere dominante, alcuni buoni e altri perversi, e buoni o perversi a secondo di chi sia il manovratore o di come vengano usati, e che basterebbe riformare singolarmente in “senso democratico”.
Tutta la megamacchina del potere non potrebbe esistere senza uno di questi tasselli e non potrebbe funzionare se non fosse al massimo dell'efficienza in termini di dominio. In quanto è fisiologicamente necessaria all'esercizio del potere stesso. E anche le sue presunte “inefficienze” servono a controbilanciare il funzionamento in senso oppressivo. Perché inducono il cittadino a chiedere più efficienza e più controllo.
L’individuo è solo di fronte al mostro, sempre e in ogni contesto.

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