Qualche volta mi sembra ancora di sentire il suo ticchettare, il suo lieve ronzio al di sopra dei nostri letti nella penombra. Passa come l’ombra di un meccanismo a orologeria nei lunghi androni della memoria, come un alveare di api intellettuali che sciamano dietro allo spirito delle Estati Perdute.
Qualche volta mi sembra ancora di sentire il sorriso che ho imparato da lei, stampato sulla mia guancia alle tre nell’oscurità della notte…
Va bene, va bene! griderete voi. Ma com’era il giorno in cui questa vostra fantastica e stupenda-incredibile-adorabile nonna nacque?
Fu la settimana in cui finì il mondo…»
Ray Bradbury non ha avuto solo il merito di essere l’autore di "Fahrenheit 451” e di “Cronache Marziane”. È stato uno scrittore che ha esplorato l’immaginario in lungo e in largo, narratore sopraffino sia nel romanzo, che nella narrativa breve. Molti dei suoi racconti sono entrati nel canone della letteratura fantastica. Questo è uno dei suoi capolavori.
“I sing the body Electric!” è un racconto che prende il titolo da una famosa poesia di Walt Whitman, che ispira anche il titolo del secondo album del gruppo jazz rock dei Weather Report.
Al centro della raccolta, questa novella, quasi una fiaba per ragazzi, ispirata esplicitamente a Pinocchio, straordinaria parabola sull'amore e sui simulacri, è tratta dalla sceneggiatura di un famoso episodio omonimo di "Ai confini della realtà" del 1962, sempre a firma di Bradbury, il centesimo episodio della serie, compreso in quelli della terza stagione, con molte variazioni e anche un finale diverso.
Quando perdiamo una persona amata, l’universo intero ci crolla addosso. È un dolore vecchio come il mondo, al quale però non ci si abituerà mai. Vorremmo poter tornare indietro, riportarla in vita, o sparire pure noi. Per dei bambini, degli adolescenti, la morte di un genitore è un vero e proprio cataclisma, oltre al dolore per la perdita, e al vuoto affettivo, si aggiunge la perdita della protezione, di quel qualcuno che aveva il potere di allontanare la paura dal nostro giovane cuore.
Di tutto ciò si occupa Bradbury in questo apologo, non solo sull’amore e sull’impossibilità della sostituzione degli affetti. Ma soprattutto sulla, a dir poco, problematica relazione affettiva con un androide, per quanto somigliante, bello, dolce ed empatico possa essere. Sulle illusioni riposte nel far rivivere i ricordi, i desideri e i sogni, in maniera tale che possano diventare sostanza reale, strappandoli alla dimensione delle idee; sulle illusioni riposte nella ricerca dell'umano in una macchina; sulla nostalgia dell’infanzia.
Una famiglia alla morte della madre, abbandonata dalla zia, con il solo padre, decide di rivolgersi alla società di Guido Fantoccini, che costruisce macchine molto "umane", volte al bene e a dispensare amore in parti uguali.
Una nonna ideale costruita grazie alle registrazioni delle voci e dei desideri dei bambini, viene consegnata loro chiusa in un “sarcofago”, simbolo di morte e insieme di resurrezione.
«Ascoltava, ascoltava davvero tutto quello che dicevamo, sapeva e ricordava ogni sillaba, ogni parola, ogni frase, l’accento, il pensiero, e l’idea più pazzesca. Noi sapevamo che tutti i nostri giorni erano stati immagazzinati dentro di lei e che in un qualsiasi momento l’avessimo desiderato avremmo potuto sapere quello che avevamo detto all’ora X, nel secondo X il pomeriggio X, bastava che noi nominassimo semplicemente quell’X, e lei ci avrebbe descritto l’avvenimento di X con amorevole prontezza, se lo desideravamo nella forma di una arietta, cantata con umorismo.»
«La sua era una maschera formata da tante maschere e contemporaneamente era un solo viso per ogni singola persona, in un dato momento. E così, mentre attraversava una stanza dopo aver sfiorato colla sua carezza un bambino mentre si muoveva, questa meravigliosa mutazione avveniva sotto la sua pelle ed ecco che, quando aveva raggiunto l’altro bambino, era diventata l’autentica sua vera madre! e lo sguardo che rivolgeva a lui o a lei proveniva da un viso che aveva la stessa struttura delle loro ossa sottili.»

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