Cult Movie
“I duellanti” (1977)
regia di Ridley Scott
con Keith Carradine, Harvey Keitel, Albert Finney, Edward Fox, Cristina Raines, Robert Stephens, Tom Conti, John McEnery, Diana Quick
«Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l'Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione.
Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell'esercito, percorre l'epopea delle guerre imperiali. Fra la sorpresa e l'ammirazione dei loro compagni, due ufficiali, come artisti folli che cerchino di dorare l'oro zecchino o biancheggiare il giglio, proseguirono una contesa privata lungo quegli anni di carneficina universale…
… I due ufficiali si chiamavano Feraud e D'Hubert ed erano entrambi tenenti degli ussari, ma non nello stesso reggimento.»
Joseph Conrad, da “Il duello - Racconto militare” (1908)
Ridley Scott è forse attualmente il regista più chiacchierato di quelli della vecchia guardia ancora sulla cresta dell'onda: più di Eastwood e più di Scorsese.
Ha la capacità di far discutere sempre e di dividere pubblico e critica.
Nel giro di neanche due anni ha fatto uscire due film che, nel bene e nel male, non lasciano indifferenti e si nutrono delle polemiche che hanno suscitato: “Napoleon” e “Il Gladiatore II”.
Ridley Scott alla sua età si diverte da matti e si vede.
Tuttavia, per capire il suo Cinema è necessario tornare indietro nel tempo. Non solo al primo “Gladiatore” che è cosa ancora relativamente recente, ma soprattutto ad “Alien”, a “Blade Runner” e a questo grande gioiello, che non è affatto inferiore agli altri tre che ho appena citato.
“I duellanti" è il suo primo film. Ha quasi cinquant'anni e sembra girato ieri. È tratto dal romanzo breve di Joseph Conrad “Il duello - Racconto militare”. Lo scrittore britannico si era ispirato a una vicenda vera, ricostruita da un breve articolo su un giornale francese.
Sorprendentemente, Scott, opera una sintesi quasi fedele del racconto dall'inizio alla fine. Ci aggiunge poco di suo, non omette niente di rilevante, a parte qualcosa nel finale, e compie un'operazione storicamente molto rigorosa.
La vicenda è ambientata lungo tutto l'arco delle guerre napoleoniche e si conclude subito dopo la caduta definitiva del Grande Corso col suo esilio a Sant'Elena.
È la storia di un duello a puntate che, per un motivo o per un altro, sembra non risolversi mai nella morte di uno dei due contendenti.
Sono poco più di quindici anni di storia. Quindici anni che sconvolsero il mondo all’inizio del XIX Secolo. E i due contendenti si affrontano in un duello che pare interminabile e quasi immotivato, iniziando come tenenti degli ussari, per poi attraversare tutti i gradi superiori della carriera militare, per finire come generali sotto sua maestà Luigi XVIII.
Per Ridley Scott è la prima occasione per dimostrare la sua grande abilità di manipolatore di immagini, con una lunga carriera alle spalle come regista di spot pubblicitari. Vinse a Cannes, per questo film, il premio della giuria come miglior esordio.
Bisogna porre attenzione al fatto che “I duellanti” esce due anni dopo il capolavoro di Kubrick "Barry Lyndon” e, guardandolo, ci si accorge subito che potrebbe essere definito proprio come una risposta di Scott al suo blasonato collega. Le analogie non si contano, come per esempio alcune parti trattate alla stregua di affreschi dell’epoca con zoom out e scene girate alla luce delle candele.
Sequenza cult: i due sfidanti a cavallo ed entrambi col sole alle spalle, che è chiaramente una metafora sul doppelgänger, un po’ il leitmotiv di tutto il film.
Ma la maestria di Ridley Scott non si limita alle immagini riesce ad individuare gli interpreti adatti per le parti di Feraud e D’Hubert, rendendo adeguatamente e con stile i caratteri psicologici dei due protagonisti, con un supponente e beffardo Harvey Keitel e un misurato e gentile Keith Carradine. La contrapposizione tra i due è l’essenza del romanzo di Conrad, non solo come duellanti, ma soprattutto come indole. Feraud e D'Hubert intendono in maniera differente i concetti di onore e di orgoglio, anche se finiscono entrambi per aderire astrattamente al codice cavalleresco.
Ridley Scott spinge allo stesso modo di Conrad nella caratterizzazione positiva del personaggio di D’Hubert, malcelando in più una certa simpatia. E anche la fedeltà di Feraud nei confronti di Napoleone finisce per risultare irritante, rispetto all’apparente “opportunismo” di D’Hubert, uomo che si piega ai cambiamenti, mantenendo però intatto il senso dell’onore, con la sua reticenza e con le azioni volte a non danneggiare, ma a favorire il suo amico/nemico.
Geniale l’idea di Feraud come alter ego di Napoleone, totale invenzione visiva di Ridley Scott, che poggia però sullo specifico concetto di esilio fornito dallo scrittore.

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