Amos Oz, “Giuda” (2014)
«La verità è che tutta la forza del mondo non basta per trasformare l’odio in amore. Colui che odia lo si può trasformare in servo, ma non in uno che ama. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare il fanatico in illuminato. Tutta la forza del mondo non basta per trasformare in amico chi ha sete di vendetta.»
«Chi è pronto al cambiamento, disse Shemuel, chi ha il coraggio di cambiare, viene sempre considerato un traditore da coloro che non sono capaci di nessun cambiamento, e hanno una paura da morire del cambiamento e non lo capiscono e hanno disgusto di ogni cambiamento.»
Non vorrei aprire la recensione con l'ovvia affermazione che ci troviamo di fronte ad un altro capolavoro di Amos Oz, ma è esattamente così. La celebrazione quindi per me è un po' un obbligo, dato che ho scoperto l’autore quando purtroppo non era più in vita.
Siamo nella Gerusalemme dell'inverno tra il 1959 e il 1960, durante il secondo mandato del governo di Ben Gurion, al confine tra la Gerusalemme israeliana e quella Giordana.
Shemuel Asch è un giovane uomo assai emotivo, timido, ma corpulento, fin troppo esagitato, sensibile, asmatico, sognatore, logorroico e con una folta barba. Shemuel Asch è il protagonista di questo delizioso romanzo.
Amos Oz non usa troppi preamboli e già dall'incipit, ci trasporta di colpo in un'atmosfera lontana, ma dai sapori in qualche modo familiari. Shemuel stesso lo conosciamo già. Ognuno di noi ha conosciuto uno Shemuel, potremmo dire, anzi, che Shemuel ha più di qualcosa di alcuni di noi.
Questo romanzo inizia con un viaggio alla ricerca della solitudine.
Shemuel partecipa alle vivaci e polemiche riunioni del Circolo di rinnovamento socialista e sta preparando una tesi su Gesù in una prospettiva ebraica, ma che reputa senza futuro.
È ossessionato dalla sua ex fidanzata Yardena e da Stalin che sogna anche di notte, ed è Stalin stesso che in uno di questi sogni lo chiama Giuda, accusandolo di aver tradito Cristo. È un classico sogno rivelatore.
Per fuggire da tutto ciò, risponde ad un annuncio che lo porta ai margini di Gerusalemme in una casa isolata con giardino dall'aspetto insolito, che Shemuel riconosce come affine alla sua indole e che lo attrae irrimediabilmente.
L'incontro col vecchio intellettuale invalido Gershom Wald, immerso nella biblioteca di casa, come se fosse immerso nel folto di un bosco, e con l’affascinante e algida vedova quarantacinquenne Atalia, cambia il suo destino.
Il desiderio di solitudine si scontra con gli atroci tormenti d'amore.
Il romanzo si tinge di storia di Israele e della Palestina, di cultura biblica, di mistero, di lunghe ore passate a discettare di religione, di filosofia, di darwinismo con Wald, ad ascoltare le sue telefonate a misteriosi interlocutori.
I punti chiave, però sono la legittimità dello Stato di Israele, il rinnovarsi dell'antigiudaismo da parte cristiana e dell'anticristianesimo da parte giudaica, e soprattutto il concetto di tradimento, elaborato sulla figura di Giuda. La parte in cui il romanzo affronta concetti storico-teologici, anche se a tratti in modo impreciso, è la parte sicuramente più preziosa, riprendendo e approfondendo diversi motivi già presenti in altre opere di Oz.
“Giuda” è il puntuale atto d'accusa contro ogni fondamentalismo religioso e contro ogni ortodossia ideologica. È l'elogio del traditore.
Prendendo a pretesto Il tradimento di Giuda a Gesù, lo scrittore presenta un diverso approccio, una versione alternativa, del concetto di tradimento, collegandola anche all’ebraismo e alla questione israeliana, alla politica di Ben Gurion e ai suoi oppositori interni.
Per Amos Oz, questo romanzo è l'occasione di riassumere un po’ tutto il dibattito storico, sociale e politico sulla sua terra e di far intravedere il suo punto di vista, filtrato da un rapporto dialettico con le altre letture della Storia.
Amos Oz, per mezzo dei vari personaggi dà conto delle diverse posizioni interne al sionismo socialista, allora al governo, e alla sinistra ebraica, posizioni così diversificate da risultare anche opposte.
Uno dei meriti di questo capolavoro sta proprio qui: un dialogare polifonico di voci, comprese quelle degli arabi, voci che erano presenti all'epoca della nascita dello stato di Israele e nel decennio appena successivo.
Di grande potenza lirica è il confronto appassionato tra Shemuel e Wald sulle ragioni degli ebrei e degli arabi, su una terra senza pace, sul concetto di amore e di odio; e la ricerca ossessiva sulle tracce dell'oppositore di Ben Gurion, Shaltiel Abrabanel, il padre di Atalia, il “traditore”, amico di arabi e cristiani, un sionista eretico, un altro sognatore, un altro Giuda, morto in solitudine, emarginato e, al contrario dello stesso Giuda, cancellato.
Abrabanel credeva nella convivenza, era contrario allo stato ebraico, a qualsiasi tipo di stato, una delle forme massime di oppressione, contrario alle frontiere di qualsiasi tipo, una sorta di anarchico, che credeva però che quella fosse anche la terra degli ebrei, la terra dei kibbutzim, oltre che la terra degli arabi. Poteva essere la terra della pace. Era preso da un vivace attivismo: parlava con tutti, incontrava tutti, cercando di comunicare il più possibile le sue idee. Questo è anche il romanzo di Abrabanel, un uomo lacerato dal dubbio. Amos Oz costruisce quindi una storia parallela con quella di Giuda e un personaggio indimenticabile.
Una delle parti più belle è appunto la commovente rielaborazione della storia di Giuda Iscariota, che ricava da Rabbi Yehuda Aryeh da Modena, un rabbino italiano del XVII secolo, arricchita dall'ammirazione sconfinata di Amos Oz per Gesù. Sono pagine di un lirismo assoluto. Un'appassionata difesa dell’apostolo, dell’uomo più odiato e disprezzato dalle genti, con tanto di stereotipo antigiudaico che attraversa i secoli e che dura tuttora.
Amos Oz, nei panni di Shemuel cerca di dimostrare, invece, quanto Giuda fosse il vero unico interprete del messaggio di Gesù, l’apostolo più amato da lui, a cui toccò una sorte uguale e contraria a quella del suo maestro. Morì con lui, lontano da lui, da suicida. E mentre nel corso dei millenni l’amore per Gesù crebbe smisuratamente, così accadde all’odio per Giuda.
Il capitolo dedicato alla Passione di Gesù si tinge dei colori da cupo e magnifico affresco rinascimentale. Siamo giunti all’apice del romanzo, prende la parola Giuda e in un crescendo drammatico allucinato, racconta del suo amore, della sua disperazione, del suo irrimediabile senso di colpa, della sua fine. E ho pianto.
La parte più terribile è invece il racconto cinico e disperato di Atalia sulla morte del marito e sul padre Shaltiel Abrabanel, di cui aveva assunto le idee con ancora maggiore radicalità, priva del tutto di illusioni, al contrario di Abrabanel.
“Giuda” però è anche una storia dai risvolti romantici, di un romanticismo melanconico e un bel po’ doloroso: i vagabondaggi attraverso la città di Gerusalemme, le passeggiate intime di Shemuel con Atalia, le riflessioni brucianti sull’amore, la solitudine e le illusioni, il rapporto dinamico tra amore e odio, il valore etico del compromesso.
In definitiva, “Giuda” è un incantevole romanzo, profondamente intriso di spirito ebraico, sulle illusioni: sulle illusioni della religione, della politica e dell’amore. Un romanzo dolce amaro, il testamento narrativo e umano di un grande scrittore.

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