Robert Jay Lifton, “I medici nazisti - Storia degli scienziati che divennero i torturatori di Hitler” (1986)
«Essi [i medici ss] facevano il loro lavoro esattamente come una persona che se ne va in ufficio. Erano persone distinte che andavano e venivano, che esercitavano la loro supervisione ed erano rilassati, a volte sorridenti, a volte scherzosi, ma mai infelici. Erano spiritosi, se erano nell’umore giusto. Personalmente non avevo l’impressione che risentissero molto di ciò che stava accadendo, e tanto meno che ne fossero traumatizzati. La cosa andò avanti per anni, non per un giorno.»
Un medico prigioniero ad Auschwitz
Questo è un libro terribile, da incubo, nel vero senso della parola, ma fondamentale. Una lettura, oserei dire, doverosa per capire fino in fondo cosa accadde.
"I medici nazisti" di Robert Jay Lifton, psichiatra, è una lettura indispensabile per la ricostruzione meticolosa che fa di un argomento, di un periodo storico e delle ragioni di menti complici e in diversi casi criminali. Su quanto la classe medica nella sua stragrande maggioranza trovò naturale collaborare all'abominio e in taluni casi promuoverlo direttamente.
Un libro non facile, soprattutto per quanti nutrono una fede cieca nella scienza e nelle “magnifiche sorti e progressive” della medicina.
Perché questi medici, persone normali, credevano fermamente nella loro missione medica e scientifica, nel loro ruolo di selezionatori di sani e malati, di sperimentatori e nella loro azione volta alla cura e alla guarigione del corpo collettivo, del corpo del “volke”. Così come Eichmann credeva nel suo ruolo di solerte funzionario.
Un libro che stimola, a questo proposito, anche diverse riflessioni sul presente, quando si parla con troppa disinvoltura del bene collettivo, al quale va sacrificato il bene individuale.
È però anche un libro da leggere col contagocce, a puntate. Non perché sia una lettura ostica, ma perché descrive cose e sentimenti talmente mostruosi, da rendere necessarie pause e interruzioni.
Tuttavia, non ci sono parole per definire un tale orrore che nella Storia non ha avuto paragoni, né prima né dopo.
E proprio per questo bisogna fare attenzione ad usare con leggerezza certe equiparazioni, se non vogliamo che certi concetti si svalutino, e si decontestualizzino. Ciò non vuol dire che non potrà mai più verificarsi, magari sotto altra forma, anche lo stesso Lifton esprime timori in tal senso, ma che è necessario attenersi alla realtà, mantenere il senso delle proporzioni ed evitare preconcetti ideologici, cercando di forzare i fatti a proprio uso e consumo al fine di confermare le proprie “verità”.
Questo non vuol dire rinunciare a condannare duramente senza riserve il male, la complicità con il male, ogni atto criminoso, compresi, soprattutto, i crimini di guerra. Anzi, è necessario fare attenzione al potenziale distruttivo, al mostro che giace dentro ognuno di noi, saperlo riconoscere e saperlo combattere. Questo libro ci insegna in qualche modo a farlo.
Segnalo, a tal proposito, la corposa sezione dedicata alla psicologia del genocidio, analizzato anche dal punto di vista filosofico.
Quindi ritengo opportuno lasciare la parola all'autore, ad alcune sue citazioni, senza aggiungere nient'altro. E auspico che chi non lo abbia letto se lo procuri e lo legga, considerato anche l’estremo rigore storico scientifico di Lifton.
«… i nazisti non furono certamente gli unici a coinvolgere i medici nel male. È sufficiente, per rendersene conto, considerare il ruolo svolto dagli psichiatri sovietici nella diagnosi dei dissenzienti come malati di mente, e nel farli internare in ospedali psichiatrici; quello dei medici in Cile (documentato da Amnesty International) nel ruolo di torturatori; quello dei medici giapponesi che praticarono esperimenti medici e la vivisezione su prigionieri di guerra durante il secondo conflitto mondiale; quello dei medici sudafricani bianchi che falsificarono rapporti medici su neri torturati o uccisi in prigione; di medici e psicologi degli Stati Uniti usati nel recente passato dalla CIA per esperimenti medici e psicologici immorali implicanti farmaci e la manipolazione della mente; e il giovane medico «idealista» membro del culto del Tempio del Popolo in Guyana che preparò il veleno (un misto di cianuro e di Kool-Aid) per l’assassinio-suicidio combinato, nel 1978, di quasi un migliaio di persone. I medici, a quanto pare, possono partecipare anche troppo facilmente agli sforzi di gruppi fanatici, demagogici o clandestini per controllare questioni di pensiero e di sentimento, e di vita e di morte. Io mi ero interessato, a titolo professionale o personale, di tutti questi esempi, i quali presentano qualche rapporto con i tipi distruttivi di esercizio dell’attività medica di cui ci occuperemo.
Trovai però che i medici nazisti si differenziarono in modi significativi da questi altri gruppi, non tanto nella loro sperimentazione sull’uomo quanto nel ruolo centrale da loro svolto in progetti di genocidio: progetti fondati su visioni biologiche che giustificavano il genocidio come mezzo di risanamento nazionale e razziale. (Forse i medici turchi, nella loro partecipazione al genocidio a danno degli armeni, furono quelli che si avvicinarono di più all’esempio nazista, come vedremo in seguito.) Per questa, e per molte altre ragioni, i medici nazisti richiedono uno studio a sé, e anche se nell’ultima sezione mi occuperò più diffusamente dei tipi di genocidio, questo libro è dedicato principalmente allo studio della loro psicologia…
…Quel che sono riuscito a evidenziare è il rapporto di gruppi specifici di medici nazisti, e di particolari individui, allo sterminio, oltre che alla più ampia rivendicazione di «risanamento» della razza propugnata dal regime. Questo rovesciamento dei concetti di risanamento e di uccisione divenne un principio organizzatore della mia ricerca, e io pervenni a sospettare che esso avesse attinenza anche ad altri progetti di genocidio…
…Il comportamento dei medici nazisti suggerisce gli inizi di una psicologia del genocidio. Per chiarire i princìpi implicati, mi concentrerò sistematicamente sul modello psicologico dello sdoppiamento, che fu il meccanismo complessivo messo in atto dai medici per partecipare al male. È necessario anche identificare certe tendenze nel loro comportamento, promulgate e persino richieste dall’ambiente di Auschwitz, le quali facilitarono enormemente lo sdoppiamento. Questa esplorazione intende servire a due fini: innanzitutto, essa può fornire una nuova comprensione delle motivazioni e delle azioni dei medici nazisti e dei nazisti in generale. In secondo luogo, può sollevare questioni più vaste sul comportamento umano, sui modi in cui le persone, individualmente e collettivamente, possono abbracciare varie forme di distruttività e di male, con o senza la consapevolezza di farlo. I due fini, in un senso molto reale, si riducono in verità a uno solo. Se c’è una qualche verità nei giudizi psicologici e morali che noi diamo dei caratteri specifici e unici dello sterminio nazista, noi siamo tenuti a derivare da tali caratteri dei princìpi che abbiano un’applicazione più vasta: princìpi che hanno attinenza con la straordinaria minaccia e col grandissimo potenziale di autoannientamento che incombono oggi sull’umanità…
…Lo sdoppiamento era quindi il veicolo psicologico per il baratto faustiano del medico nazista con l’ambiente diabolico: in cambio del suo contributo all’eccidio egli riceveva vari benefici psicologici e materiali che contribuivano al suo adattamento in una posizione privilegiata. Al di là di Auschwitz c’era la più vasta tentazione faustiana offerta ai medici tedeschi in generale: quella di diventare i teorici e i realizzatori di uno schema cosmico di terapia razziale per mezzo dell’immolazione e dello sterminio in massa di una razza vista come corruttrice…
…Eppure, quando veniamo a considerare il ruolo del medico nazista ad Auschwitz, la cosa più significativa non furono gli esperimenti. Fu piuttosto la sua partecipazione al massacro, e anzi la sua supervisione dell’eccidio di Auschwitz dall’inizio alla fine. Questo aspetto del comportamento dei medici nazisti si è finora sottratto a un pieno riconoscimento, anche se abbiamo familiarità con fotografie di medici nazisti intenti a compiere le loro famigerate «selezioni» degli ebrei in arrivo al lager, per stabilire quali dovessero essere avviati immediatamente alla camera a gas e quali dovessero sopravvivere, almeno temporaneamente, per lavorare nel campo. Eppure questo eccidio diretto da medici aveva una sua logica che non solo era profondamente significante per la teoria e il comportamento nazisti ma che vale anche per altre espressioni di genocidio.
In questo libro esaminerò tanto la generale «visione biomedica» del nazismo come principio psicostorico centrale del regime quanto il comportamento psicologico di singoli medici nazisti. Noi dobbiamo considerare entrambe le dimensioni se vogliamo capire di più su come i medici nazisti – e i nazisti in generale – fecero quel che fecero…
…Nel completare questo libro sono colmo di molti sentimenti diversi: sollievo all’idea che i medici nazisti abbiano finito di frequentare questo mio studio, senso di disagio per la consapevolezza dei limiti del mio lavoro, di rabbia verso gli assassini nazisti e verso i medici nazisti in particolare, e una certa soddisfazione per essere giunto al termine della mia fatica. La mia mente corre avanti e indietro fra le stanze in cui ho conversato con medici nazisti e immagini di ebrei in fila per le selezioni ad Auschwitz e di malati di mente gassati nei centri della morte. Fin dal principio sono stato in guardia contro il rischio di permettere che tali conversazioni lasciassero fuori le vittime.
Eppure è stato proprio nelle stanze in cui ho intervistato i medici nazisti che ho compiuto gran parte della mia ricerca, e in un modo che mi imponeva di considerare i responsabili medici dell’eccidio, quale che sia stato il loro rapporto con il male, come esseri umani e nient’altro. Questo compito mi imponeva una forma di empatia verso i medici nazisti: dovetti immaginare me stesso calato nella loro situazione, non per giustificarli ma per tentare di conseguire una conoscenza della suscettibilità umana al male. La logica della mia posizione era abbastanza chiara: soltanto una qualche misura di empatia, pur con tutte le riserve del caso, poteva permettere di comprendere le componenti psicologiche del male anti-empatico in cui molti di tali medici nazisti si erano impegnati.
Ma quale che fosse tale logica, sembrava una cosa strana e scomoda nutrire un’empatia per quanto piccola (e persino con una piena consapevolezza della distinzione fra empatia e simpatia) per i partecipanti a un progetto tanto criminoso, e diretto specificamente contro il mio popolo, contro di me. Se non riuscii mai a risolvere perfettamente questo problema, ne venni però a capo prendendo coscienza del fatto che la mia empatia doveva servire a una presentazione critica delle azioni e delle esperienze psicologiche di quei medici. A volte ci si cala nella situazione di un’altra persona non per aiutarla, ma per descriverne e valutarne motivazioni e comportamento…
…Il mio comportamento psicologico consistette nel modificare il mio senso del sé quanto bastava per immaginare il suo atteggiamento in relazione agli eventi che mi veniva descrivendo; al tempo stesso, si trattava per me di eseguire altre due manovre: portare all’interno del quadro le vittime, e mantenermi fedele a un contesto etico dipendente dal mio senso del sé. Questo atteggiamento è in accordo con la concezione attuale dell’empatia, la quale «non va equiparata all’identificazione, ma anzi è in un certo senso in contrasto con essa..., [poiché] noi entriamo in empatia con ciò che la persona sta cercando di comunicarci, non con la persona o con la sua condotta». L’empatia ha un aspetto cognitivo importante e può essere intesa, nel modo più semplice, come un «venire a conoscere». Lo stesso osservatore, Michael Basch, scrive anche che «l’empatia implica la risonanza con l’emotività inconscia dell’altro e il rivivere la sua esperienza, mantenendo però intatta l’integrità del proprio sé». Io venni a vedere in questa tensione concernente l’empatia la chiave del mio approccio, e forse dello studio in generale…
… Quel che io ho tentato di descrivere è stata una particolare sequenza di azioni umane implicate in una particolare forma di eccidio di massa e di genocidio: quella dell’uccisione sotto l’egida della medicina. La mia testimonianza concerne il fatto che dei medici uccisero e che lo fecero nel nome della medicina, e comprende domande circa il come e il perché…
…I medici nazisti si sdoppiarono in modi omicidi; ma quello stesso meccanismo può operare in altre circostanze e in altre persone. Lo sdoppiamento fornisce un principio di connessione fra il comportamento omicida dei medici nazisti e il potenziale universale di un tale comportamento. Lo stesso vale per la capacità di uccidere senza fine nel nome del risanamento nazional-razziale. In certe condizioni quasi tutti – con ben poche eccezioni – potrebbero rispondere a un appello collettivo di eliminare fino all’ultimo i membri di un presunto gruppo di portatori del «germe della morte».»

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