“Oslo” (2021)
regia di Bartlett Sher
soggetto e sceneggiatura J. T. Rogers
con Ruth Wilson, Andrew Scott, Itzik Cohen, Salim Daw, Sasson Gabai, Dov Glickman, Jeff Wilbusch, Yigal Naor, Waleed Zuaiter, Tobias Zilliacus, Karel Dobrý
«Il più delle volte il fanatico riesce a contare solo fino a uno, perché due è un’entità troppo grande per lui. Al tempo stesso i fanatici sono quasi sempre degli incorreggibili romantici, preferiscono il sentimento al pensiero, e sono affascinati dalla loro stessa morte. Disprezzano questo mondo e lo barattano volentieri in cambio del “cielo”. Il loro cielo, a ogni buon conto, è normalmente concepito in maniera non dissimile dal lieto fine di un brutto film.»
«Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione.
Il contrario di compromesso è fanatismo, morte… Permettetemi allora di aggiungere che quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l’altra guancia a un avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro, più o meno a metà strada.»
Amos Oz, “Contro il fanatismo” (2002)
Non dirò molto su questo bellissimo film, perché le parole a volte sono superflue. E perché “Oslo” va comunque visto, perché vale più di cento saggi sull’argomento: parla in un linguaggio comprensibile a tutti, senza giustificazioni ideologiche e culturali. Va dritto al punto. È insieme dramma e commedia, perché “Oslo” rispetta i tempi teatrali della recitazione e questa è sempre ai massimi livelli, perché è tratto da una pièce teatrale del 2016 dello stesso sceneggiatore del film, ed è diretto da uno che di teatro se ne intende, è un mio coetaneo e quella stagione l’ha vissuta.
“Oslo” racconta di una tragedia che è rimasta irrisolta, racconta di un fallimento, dovuto per lo più ai rispettivi fanatismi che, guarda un po' il caso, sono al potere oggi. “Oslo” parla ai sentimenti delle persone, dei singoli, lo fa mediando con una narrazione semplice, che farà storcere il naso a molti. “Oslo” però non parla alle tifoserie che farebbero bene a evitare di vederlo, perché non comprendono le ragioni degli altri, e perché direbbero entrambe che rappresenta la narrazione della parte avversa, perché la colpa è sempre degli altri. O, forse, no, dovrebbero vederlo anche loro. Hai visto mai.
“Oslo”, proprio per tutto ciò, è stato quasi ignorato, confinato all’ambito televisivo, invece “Oslo” va visto, perché, anche se apparentemente con una veste da prodotto mainstream, dimostra che la pace e un altro mondo sarebbero possibili, anche se purtroppo, il pessimismo è d’obbligo.

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