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giovedì 8 maggio 2025

Il male come normalità: Eichmann e la macchina del totalitarismo in Hannah Arendt e Vasilij Grossman


Il male come normalità: Eichmann e la macchina del totalitarismo in Hannah Arendt e Vasilij Grossman

«La cosa più inquietante in Eichmann era precisamente che molti erano come lui, e che questi molti non erano né pervertiti né sadici, bensì erano – e sono ancora – terribilmente normali. Dal punto di vista dei nostri istituti giuridici e dei nostri criteri di giudizio morale, questa normalità era molto più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme, perché implicava... che questo nuovo tipo di criminale, il quale è in realtà colui che commette crimini in condizioni che quasi gli impediscono di sapere o sentire di fare del male, costituisce un fenomeno moderno.»

«La questione della colpa e della responsabilità personale esiste anche quando un uomo agisce sotto costrizione; e questa questione sorge nel momento stesso in cui egli si rende conto che quello che gli viene chiesto è un crimine.»

Hannah Arendt, “La banalità del male”

«Il bene si realizza nella libertà, il male è sempre associato alla coercizione.»

«I campi di concentramento tedeschi e quelli sovietici si somigliano. Là come qua, si creano condizioni tali che l’uomo deve perdere la sua umanità per sopravvivere.»

«Esiste il giudizio divino ed esiste il giudizio dello Stato e della società, ma esiste anche un giudizio supremo: quello di un peccatore su un altro peccatore. Chi ha peccato ha conosciuto sulla sua pelle la potenza – sterminata – di uno Stato totalitario, una forza tremenda che incatena la volontà umana con la propaganda, la fame, la solitudine, il lager, la minaccia di morte, l’anonimato, l’ignominia. Ma a ogni passo che compie sotto la minaccia della miseria, della fame, del lager e della morte, l’uomo ha sempre e comunque accanto la propria volontà, libera e senza catene.»

Vasilij Grossman, “Vita e destino”

Il fatto che Adolf Eichmann compaia da protagonista in alcune delle opere più famose di Hannah Arendt e Vasilij Grossman, come “La banalità del male” e “Vita e destino”, non è affatto casuale. I due intellettuali ebrei hanno indagato in profondità il male nel dispotismo, nelle sue diverse sfumature. La mia intenzione è quella di mettere in luce alcune analogie nel loro pensiero, partendo proprio dal burocrate criminale nazista - tra i maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei - un espediente per mettere a confronto le due opere.

Anche se, nel saggio della Arendt, Eichmann è il protagonista principale, mentre nel romanzo epico di Grossman appare solo in alcuni capitoli, la sua presenza lascia comunque un segno non trascurabile, e per quanto riguarda lo scrittore sovietico è funzionale a una parte fondamentale del suo romanzo.

Nonostante le due opere siano pressoché contemporanee e presentino palesi affinità, era assai improbabile che gli autori sapessero l’uno dell’altro, né tantomeno delle rispettive intenzioni. Grossman, infatti, completò “Vita e destino” prima del 1960, anno in cui Eichmann fu catturato. Il processo si tenne l’anno successivo e il libro della Arendt fu pubblicato nel 1963. Inoltre, “Vita e destino” uscì postumo, e per la prima volta solo nel 1980. Non ci sono prove che i due si conoscessero o fossero in contatto epistolare.

Pur essendo contemporanei, i loro mondi erano troppo distanti e difficilmente comunicanti. La Arendt, quasi certamente, non sapeva nulla delle opere di Grossman né delle sue condizioni in URSS; allo stesso modo, era improbabile che Grossman conoscesse gli scritti della Arendt, pubblicati solo in Occidente e inaccessibili in Unione Sovietica a causa della censura. Le loro esperienze personali furono molto diverse, ma giunsero a risultati e conclusioni simili e convergenti.

Le affinità che legano le loro opere sono infatti evidenti, a cominciare dalla riflessione sul male e sul totalitarismo. D’altronde, la filosofa tedesca aveva già pubblicato nel 1951 il monumentale saggio “Le origini del totalitarismo”, in cui – come in “Vita e destino” – i temi centrali sono l’analisi e la narrazione di ciò che accomuna il nazismo e il regime sovietico.

Non si tratta, dunque, di una semplice coincidenza: il personaggio di Eichmann è per entrambi l’occasione per affrontare il tema del male come fenomeno banalmente e profondamente umano, e quelli conseguenti della burocrazia come arma e strumento del dominio, che disumanizza e riduce le persone a meri ingranaggi della macchina totalitaria, e della responsabilità dell’uomo comune nel consenso e nell’attivazione dei dispositivi autoritari. I due autori, di conseguenza, utilizzano linguaggi diversi – la saggistica e la narrativa – per raccontare lo stesso orrore: l’una attraverso un punto di vista filosofico e teorico, l’altro mediante un racconto vivido e realistico, che evidenzia le tensioni tra conformismo e desiderio di libertà.

Il male non si presenta sotto le spoglie dell’eccezionalità, ma in quelle della vita quotidiana, della normalità, della mediocrità e dell’assenza di empatia. Eichmann e i funzionari sovietici condividono molte caratteristiche: si nascondono dietro gli ordini superiori e sono privi di scrupoli morali. Grossman mette in luce l’emergere dell’egoismo e del bisogno di compiacere il partito e il capo, ma, con una prosa caratterizzata da profonda umanità, anche le contraddizioni e i conflitti interiori; la Arendt sottolinea la mancanza di pensiero autonomo e ideale e il desiderio di conformarsi quanto più possibile al “buon senso” dell’autorità dominante e delle gerarchie.

I motivi di interesse e di riflessione, per noi che viviamo in un’epoca diversa ma storicamente e temporalmente connessa, sono molteplici: la riflessione sul male, sul totalitarismo e sulle dinamiche di potere resta universale e attuale, soprattutto in considerazione dei crescenti rischi di involuzione autoritaria. La possibilità che si offre agli esseri umani è ancora una volta quella della scelta personale, indipendentemente dal contesto, dal sistema di governo o dalle ideologie. L’individuo, di fronte al totalitarismo, è spesso solo con la propria coscienza. Ma, anche al cospetto della sua forma più feroce, conserva sempre la possibilità di scegliere, di resistere con atti disinteressati di amore e di solidarietà, e di opporsi con la forza della disobbedienza.

Tornerò ancora a parlare di queste due grandissime personalità del Ventesimo secolo.


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