Autogoverno e alienazione: due visioni opposte del legame sociale
«La comunità non è qualcosa che si costruisce a comando, ma qualcosa che si realizza nella trasformazione delle relazioni umane, giorno per giorno, attraverso la vita solidale.»
Gustav Landauer, La rivoluzione (1911)
«La democrazia non è il governo della maggioranza: è l'autogoverno del popolo. È la capacità dei cittadini di prendere collettivamente e consapevolmente le decisioni che regolano la vita comune, e di rimettere costantemente in discussione le istituzioni, le leggi e i significati.»
Cornelius Castoriadis, La società autonoma (1975)
«L'individuo può essere veramente libero solo in una società libera, in cui le comunità si autogovernano in base al principio del consiglio, della discussione pubblica e dell'azione diretta.»
Murray Bookchin, Verso un'ecologia della libertà (1982)
«L’essere umano ha bisogno, più ancora che di pane, di appartenere a un ambiente in cui possa sentirsi parte di qualcosa, dove i legami non siano di dominio, ma di reciprocità. Le istituzioni che privano l’uomo di questa appartenenza non sono solo ingiuste: sono disumane.»
Simone Weil, La prima radice (1949)
«Ciò che distingue la massa dalla comunità politica non è solo la numerosità, ma la mancanza di struttura, di legami interni. Le masse non pensano, non deliberano: si muovono in blocco, rispondono a slogan, vivono nella solitudine e nell’illusione dell’appartenenza. Il totalitarismo le nutre proprio di questa illusione.»
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (1951)
«La massa desidera l’uguaglianza, ma non quella della giustizia. Vuole che tutti siano ugualmente privi di volontà, che nessuno ecceda. La massa odia la differenza, perché la differenza minaccia la sua esistenza. Essa è una forma di morte collettiva in vita.»
Elias Canetti, Massa e potere (1960)
«L’uomo moderno, reso libero dalla caduta delle autorità tradizionali, spesso non sa che fare della propria libertà. Per questo cerca di rifugiarsi in nuove forme di dipendenza: l’obbedienza cieca a un potere, l’identificazione con una massa, l’annullamento della propria individualità in nome di una causa superiore.»
Erich Fromm, Fuga dalla libertà (1941)
Volendo proseguire il discorso iniziato con la mia recensione al libro autobiografico di George Orwell, Omaggio alla Catalogna, conclusosi con l’epilogo della sconfitta della rivoluzione libertaria spagnola, si può tentare un’analisi più articolata di due percorsi paralleli, spesso accomunati frettolosamente come se mirassero al medesimo obiettivo: il socialismo. Questi progetti si sono incrociati più volte nel corso di oltre un secolo e mezzo di storia, ma le loro origini possono essere rintracciate anche più indietro nel tempo.
In realtà, nel pensiero politico contemporaneo, queste due concezioni si sono sempre dimostrate radicalmente inconciliabili, come testimoniano i frequenti conflitti — talvolta aspri e violenti — che le hanno contrapposte. Esse nascono e si sviluppano infatti come visioni opposte della convivenza umana: da un lato, una visione fondata sulla comunità, sull’autogestione e sulla libertà condivisa; dall’altro, un modello che riduce l’individuo a massa amorfa, funzionale a progetti collettivisti imposti dall’alto a beneficio di élite politiche ed economiche.
Questa divergenza riflette due strutture teoriche profondamente differenti. Nella pratica, tali modelli possono subire modifiche più o meno moderate, ma con esiti distinti: la prima concezione, se inquinata da compromessi o rigidità dogmatica, rischia di perdere la propria essenza (come nel caso della Comune di Parigi), o di chiudersi in se stessa fino a marginalizzarsi (come alcune comunità anabattiste). La seconda, anche quando si presenta in forme più “democratiche”, tende comunque alla sclerosi: intrappolata in una rete di burocrazie, degenera nella corruzione e in una condizione autoritaria prossima al totalitarismo.
Comprendere queste differenze è fondamentale per chi voglia orientarsi criticamente e continuare a sognare una partecipazione orizzontale, specie oggi, in un’epoca segnata dalla crisi del modello democratico costituzionale e liberale, sempre più degenerato in un sistema oligarchico.
Il comunitarismo, il consiliarismo e il libertarismo rappresentano tre espressioni teoriche di una stessa visione politica, che valorizza la partecipazione orizzontale dei singoli, in un intreccio dinamico di relazioni sociali profonde, fondate sul mutuo aiuto e sulla solidarietà. Il comunitarismo si oppone sia all’individualismo atomistico sia al collettivismo oppressivo.
Il consiliarismo, forte della tradizione dei consigli operai e dei comitati di base, si fonda su un’organizzazione leggera, non burocratica, priva di gerarchie e rappresentazioni autoritarie. Il libertarismo, infine, difende l’autonomia dell’individuo e delle comunità, rifiutando ogni forma di centralizzazione. Insieme, queste tre correnti compongono una visione dell’ordine sociale basata su libertà, responsabilità e cooperazione volontaria. Non mirano alla classica “presa del potere”, ma alla sua destrutturazione, creando spazi di “contropotere” autogestito.
Tutte e tre le componenti condividono una critica radicale nei confronti dello Stato, considerato intrinsecamente autoritario — anche nelle sue forme democratico-socialiste o liberal-costituzionali. Lo Stato, ritenuto irriformabile, va sostituito con forme orizzontali di organizzazione e con un federalismo libertario: comunità autogestite (o anche singoli individui o piccoli nuclei che scelgano di vivere al di fuori di esse), legate da patti volontari, sempre revocabili e mai imposti. Deve essere garantita, in ogni caso, la libertà di entrare e uscire da queste comunità e federazioni.
Al contrario, l’elitarismo collettivista pone la massa in una condizione di subalternità permanente, in cui l’individuo è sorvegliato, spogliato della propria soggettività e ridotto a parte anonima di un tutto astratto e omologato. È privato di voce, plasmato da media, ideologie, istituzioni centralizzate, apparati coercitivi, partito, burocrazie: presidenti, segretari, dirigenti, commissari… e dalle relative istituzioni: comitati centrali, direzioni, congressi, parlamenti...
Lo Stato diventa così l’attore principale della vita quotidiana e l’unico regolatore della società e dell’economia — soprattutto nelle sue forme autoritarie, ma anche in quelle democratico-costituzionali, specie quando assumono connotazioni nazionalistiche o sovraniste, favorendo l’accentramento del potere e il dominio del grande capitale.
Nella migliore delle ipotesi, il collettivismo si riduce a una parodia delle istituzioni della democrazia liberale. Esso sacrifica le libertà individuali e reprime il pluralismo in nome di un presunto “bene comune”. Ne deriva un’alienazione profonda: la partecipazione autentica è negata, l’azione politica ridotta a obbedienza, e la crescita della coscienza individuale ostacolata. Come afferma Guy Debord, lo Stato crea uno “spettacolo” separato dalla vita reale, trasformando il cittadino in spettatore passivo del potere.
Le due visioni del legame sociale sono, dunque, inconciliabili: da una parte, un orizzonte etico-politico fondato sull’autonomia condivisa e sul principio consiliare; dall’altra, una struttura gerarchica che appiattisce le differenze e sopprime la libertà in nome dell’uniformità e di un astratto bene comune. In tempi di crisi della democrazia rappresentativa, di derive autoritarie e di nuovi culti della personalità, l’autogoverno orizzontale e dal basso può rappresentare una vera alternativa — forse l’unica — nonostante una realtà storica che oggi sembra muoversi nella direzione opposta.
In definitiva, solo riscoprendo la forza delle comunità autodeterminate e immaginandone di nuove potremo evitare, ancora una volta, di cadere nelle tradizionali trappole dell’alienazione organizzata. C’è ancora molto da sperimentare, soprattutto laddove gli altri sistemi hanno fallito — o avuto successo, a seconda del punto di vista.
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