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domenica 4 maggio 2025

George Orwell, “Omaggio alla Catalogna” (1938)

 


George Orwell, “Omaggio alla Catalogna” (1938)

«La rivoluzione in Aragona era un fatto più reale che a Barcellona. In alcuni villaggi il denaro era stato abolito e le terre lavorate collettivamente; la gente viveva in condizioni di uguaglianza che sembravano incredibili. [...] Era evidente che qui non era il terrore a mantenere l’ordine: era la convinzione.»

«La stampa comunista aveva costruito un’intera leggenda sulla rivolta anarchica del maggio 1937: bugie così grosse da sembrare quasi assurde. [...] Il POUM era diventato un partito illegale, e chiunque fosse stato inquadrato nelle sue file rischiava l’arresto o la fucilazione. La rivoluzione era stata strangolata da coloro che si dicevano i suoi difensori.»

«Vedere, sentire, pensare che quello che è stato, non è stato, era l’inizio della fine. [...] La menzogna sistematica [...] stava già preparando il terreno per la dittatura. Questo, più di ogni altra cosa, fu ciò che portai via dalla Spagna.»

«La rivoluzione è stata tradita, proprio come la Rivoluzione russa. È stata fermata, congelata, e adesso viene fatta regredire. Tutta la sua essenza è morta.»

«Sento il bisogno di scrivere subito qualcosa su ciò che è accaduto in Catalogna. Ma nessuno vuole stamparlo. Ho scritto un pezzo per il New Statesman, ma mi hanno detto che non potevano pubblicarlo: era troppo ostile ai comunisti.»

«Sono appena tornato da una guerra dove il fronte popolare stava schiacciando la rivoluzione con menzogne, arresti e fucilazioni, e in patria la stampa di sinistra finge che nulla sia accaduto.»

«Ogni linea di pensiero autenticamente socialista implica la difesa della libertà di parola, di stampa e di assemblea.»

«Il socialismo è compatibile solo con la libertà. Un socialismo senza libertà è un’illusione, e una truffa.»

Che le radici politiche di George Orwell traggano origine dal socialismo democratico e libertario è ormai un dato acquisito. Altrettanto evidente dovrebbe essere la sua disillusione riguardo alla possibilità di realizzare ideali di emancipazione e libertà. L’alone di oscurità e il profondo pessimismo che avvolgono e pervadono “1984” non lasciano molte speranze in tal senso, se si escludono quelle flebili riposte nei “prolet”. Tuttavia, tali elementi emergono con chiarezza già nel suo primo romanzo.

“Omaggio alla Catalogna" è un libro unico, anche all'interno del genere letterario cui appartiene: un originale diario autobiografico, che racconta un'esperienza di lotta e di maturazione politica esemplari. Senza la dolorosa esperienza narrata con maestria in queste pagine, non sarebbero nati né “La fattoria degli animali”, né, soprattutto, “1984”. Dovrebbero tenerlo ben presente coloro che citano Orwell a sproposito, ignorandone le reali intenzioni.

È proprio per questa sua autenticità e unicità che considero “Omaggio alla Catalogna” l’opera che più amo dello scrittore inglese.

La scelta di Orwell di combattere contro il fascismo non fu affatto casuale. Partì per la Spagna nel 1936 con l’intenzione di scrivere una serie di articoli su quanto stava accadendo, ma quelle intenzioni si infransero, al suo ritorno, contro i pregiudizi ideologici della stampa di sinistra britannica, che si rifiutò di pubblicarli o li alterò pesantemente. Il motivo era il legame tra i socialisti inglesi, il partito comunista spagnolo e l’Unione Sovietica: criticare quest’ultima equivaleva, per molti, a fare il gioco dei fascisti.

Per aggirare questa vera e propria censura, Orwell decise di scrivere “Omaggio alla Catalogna”. All’epoca fu un insuccesso editoriale, penalizzato dalla polarizzazione dell’opinione pubblica e dalla scarsa promozione, anch’essa frenata da motivi ideologici. Solo dopo la pubblicazione di 1984 il libro fu riscoperto e apprezzato per il suo rigore storico e per il suo valore anticipatore, diventando un'opera fondamentale per comprendere tanto la guerra civile spagnola quanto il percorso letterario e umano di Orwell.

Il suo coinvolgimento diretto nella guerra, attraverso l’arruolamento nelle milizie repubblicane, fu naturale conseguenza, ma l’adesione al POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista) fu in parte casuale e dettata da ragioni pratiche. Col senno di poi, si rivelò una scelta azzeccata: fu proprio grazie a quell’esperienza che Orwell poté consolidare la propria visione della libertà. Intuì fin da subito la genuinità di quel movimento, che lo accolse senza difficoltà.

All’epoca, Orwell non si identificava con alcuna corrente politica precisa. Aveva idee vagamente socialiste e democratiche, ma ciò che desiderava davvero era offrire un contributo concreto alla lotta contro il fascismo.

Il 1937 segnò un punto di svolta, non solo nella storia della sinistra internazionale, ma anche nella vicenda personale di Orwell. In coincidenza con le grandi purghe staliniane, i comunisti spagnoli filosovietici iniziarono a reprimere duramente le componenti anarchiche e rivoluzionarie del fronte repubblicano. Da qui nacque una profonda trasformazione della coscienza politica dello scrittore: il rifiuto radicale dello stalinismo e la progressiva maturazione di una visione libertaria e "anarchica", non soltanto sul piano politico.

È opportuno precisare che l’adesione di Orwell all’anarchismo fu soprattutto ideale, priva di implicazioni organizzative o dottrinali. Lo scrittore mantenne sempre un atteggiamento critico verso le strutture ideologiche rigide. Tuttavia, il suo sincero libertarismo, non schematico né dogmatico, è pressoché indiscutibile.

La partecipazione diretta al conflitto, alla dura vita di trincea, alle privazioni e alla disorganizzazione, accompagnata però da entusiasmo e solidarietà tra le forze rivoluzionarie, lo segnò profondamente. Il ferimento, il ritorno a Barcellona, l’arresto e la morte di molti suoi compagni, la fuga con la moglie in Francia: tutto contribuì a formare in lui un’esperienza umana decisiva, dalla quale sarebbe nata la genialità delle opere successive.

La critica di Orwell allo stalinismo non fu solo emotiva: fu puntuale, argomentata, basata sull’osservazione diretta. Fu una denuncia rivolta contro chi, per puro calcolo geopolitico, subordinò la lotta antifascista alla repressione del dissenso interno. Il PCE, sostenuto dall’Unione Sovietica, sacrificò le istanze rivoluzionarie per conservare un’effimera egemonia all’interno di un governo sempre più moderato.

Ma la critica di Orwell non si fermò qui. Si estese anche all’informazione internazionale, che si limitava a ripetere la propaganda comunista senza verifiche o dubbi. Iniziò così a riflettere sulla manipolazione del linguaggio e della realtà, fino al rovesciamento del vero: il POUM fu persino accusato di connivenza con il franchismo. Questa esperienza sarà alla base del concetto di "bispensiero" e di “Miniver” che troverà piena espressione in “1984”.

“Omaggio alla Catalogna”, pubblicato nel 1938, rappresenta dunque un passaggio imprescindibile per comprendere “La fattoria degli animali” (1945) e “1984” (scritto nel 1948 e pubblicato l’anno successivo).

“La fattoria degli animali” è l’allegoria della rivoluzione tradita: un socialismo dal basso soffocato dall’emergere del totalitarismo. Orwell stesso la definì “una satira contro la rivoluzione russa, vista con gli occhi di chi ha visto morire una rivoluzione in Spagna.”

In “1984” ritroviamo i temi sviluppati in Spagna: la falsificazione dell’informazione, la manipolazione del reale, la propaganda che trionfa sulla verità, il controllo totale delle coscienze, la cancellazione di ogni possibilità di dissenso. La storia viene riscritta in funzione del potere. La menzogna diventa sistema e strumento massimo di dominio.

Un ulteriore legame ideale con “Omaggio alla Catalogna" lo si può trovare nel film “Terra e libertà” di Ken Loach. Entrambi sono animati da uno spirito libertario affine. Loach ha dichiarato apertamente di essersi ispirato a Orwell, ma non si tratta di una semplice trasposizione: le affinità e le divergenze non sono ideologiche, bensì narrative. Ciò che le accomuna profondamente è il dolore e il disincanto.

Le forze rivoluzionarie del fronte repubblicano non erano affatto marginali. Gli anarchici della CNT-FAI, in particolare, erano all’inizio del conflitto la forza politica più rappresentativa in Catalogna, Aragona, Levante e Andalusia. Il sindacato CNT, fortemente radicato nelle fabbriche e nei posti di lavoro, contava circa un milione di iscritti. Il POUM era più piccolo, ma molto attivo; marginali le altre componenti trotskiste e consiliariste.

Gli anarchici diedero vita a esperimenti di federalismo e consiliarismo libertari non statuali, al contrario dei soviet, assorbiti nello statalismo sovietico. Il federalismo libertario spagnolo era basato sull'adesione volontaria di comunità autonome, sulla solidarietà mutualistica e sulla collettivizzazione autogestita in agricoltura, nelle fabbriche e nei servizi, soprattutto in sanità e istruzione. Nonostante ingenuità e contraddizioni, tali esperienze furono profondamente democratiche e orizzontali, diedero vita ad un’appassionata partecipazione, a vivaci discussioni e suscitarono l’ammirazione di Orwell. 

Il PCE riuscì a imporsi grazie all’appoggio logistico, militare ed economico dell’URSS, che, dopo un drammatico scontro armato a maggio del ‘37 per le vie di Barcellona, impose una repressione delle forme di autogestione e delle correnti non allineate. Le ragioni erano chiare: meglio mantenere un’influenza in un governo moderato che rischiare di perderla a causa di una rivoluzione libertaria. Una rivoluzione democratica, decentrata, senza Stato, partito unico, polizia segreta né terrore, avrebbe minato l’autorità dell’Unione Sovietica come guida del socialismo mondiale. Questo calcolo contribuì alla sconfitta del fronte repubblicano e alla vittoria del franchismo. Tutto ciò alla vigilia del Patto Molotov - Ribbentrop.

Insomma, c'era chi combatteva contro il fascismo e il capitalismo, ma anche contro lo stalinismo e contro ogni forma di autoritarismo. Una lezione anche per i nostri tempi.

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