Stanislaw Lem, “Eden” (o “Pianeta Eden”) (1959)
«Forse non c’è nulla da capire, e tutto quello che vediamo è solo un frammento. Una superficie. Un riflesso di qualcosa che non possiamo nemmeno immaginare.»
«Abbiamo portato con noi strumenti per misurare tutto, tranne l’assurdo.»
«Non abbiamo il diritto di giudicarli secondo i nostri parametri. Ma neppure possiamo ignorare ciò che ci sembra mostruoso.»
«Forse ciò che vediamo non è nemmeno un linguaggio. Forse è un codice, un costume, una funzione. Non abbiamo il vocabolario per descriverli.»
Di fronte alla narrativa di Stanislaw Lem, diventa grottesca ogni presupposta distinzione qualitativa tra letteratura alta e letteratura di genere. In molti luoghi del mondo non è più così da tempo. Nel nostro paese, invece, dove domina una sottocultura provinciale fatta di supponenti finto acculturati, questo atteggiamento resiste pervicacemente. Ne sono esempio le ridicole polemiche che hanno accompagnato la pubblicazione delle opere scelte di Philip K. Dick nei Meridiani di Mondadori.
È molto probabile che il lettore venga colto da un senso di claustrofobia durante la lettura di questo capolavoro di Stanislaw Lem, considerato ingiustamente come un'opera di secondaria importanza nella produzione del grande scrittore polacco. È apparentemente una sensazione insolita considerato che l'ambientazione in un altro pianeta è il tema centrale, in un luogo dove gli spazi, per così dire, “aperti” dominano la scena.
Tuttavia, si può affermare tranquillamente che il senso claustrofobico è proprio un effetto cercato deliberatamente da Lem stesso, proprio per accentuare le tematiche portanti del romanzo: l'incomunicabilità, l'inconoscibilità, l'irrazionalità, il fallimento della scienza e dell’etica, il totalitarismo, e il modo in cui queste tematiche interagiscono tra loro. Non solo il pianeta non si riesce a decifrare, ma è come se opponesse resistenza a ogni tentativo di seppur minima comprensione.
È una realtà profondamente contraddittoria, paradossale, inumana, fuori da ogni logica culturale, fisica, naturale e architettonica. Per questo il senso di claustrofobia dei lettori diventa lo stesso di quello che provano gli astronauti. Il processo di identificazione a livello empatico è quindi inevitabile. L’incubo dei protagonisti umani diventa l'incubo di chi legge. È tangibile, è doloroso, ma di grande e attrattiva suggestione.
Il fatto che l'astronave terrestre faccia naufragio su questo singolare mondo ha già un significato più che esplicito: la sorte riservata al genere umano di imbattersi prima o poi in forze che non possono essere piegate alla comprensione e alla manipolazione. L’incontro con l'assoluta alterità che non può essere domata e che diventa ostile, nel caso in cui non la si riconosca e non la si rispetti come non riducibile alla nostra dimensione culturale e al nostro dominio.
E proprio in questa ottica, “Eden” anticipa molti dei temi che saranno poi sviluppati qualche anno dopo da Lem anche in “Solaris”. Tuttavia, mentre in “Eden” l’espediente del viaggio stellare mette l’umano di fronte allo “spazio esterno”, in “Solaris” alla fine del viaggio l’uomo incontra lo “spazio interiore”, anche se è possibile una lettura alternata di entrambi, che bilancia l’estraniamento tramite il rovesciamento. Quello che però resta in ognuno dei due casi è l'incomprensione di fronte al mistero. È l’incapacità di andare oltre il limite. È l'angoscia di trovarsi al cospetto del nulla.
Non tutte le cose contenute nell'universo debbono e possono essere spiegate, quindi, e di conseguenza addomesticate, un po’ come ricordava Amleto al suo amico Orazio. La profondità filosofica, della quale Lem era maestro, cattura fin dalle prime pagine, in una sorta di vortice irresistibile, ma di progressivo costante turbamento. Viene messa sotto accusa l’etica del colonialismo, quella della conquista in nome della civiltà, così come lo scientismo positivista che si arroga il diritto di trovare risposte per qualsiasi problema, anche quando si tratta di fenomeni inintelligibili, col rischio di rompere un delicato equilibrio in nome di una presunta felicità.
I doubloni, le entità aliene enigmatiche che popolano il pianeta di Eden, chiamato così dai terrestri con amara ironia, incarnano l'altro, il mostruoso, quello con il quale misurare la nostra tolleranza e capacità di andare oltre la gretta “comprensione”, l'empatia che spesso mettiamo in atto in modo selettivo. “Eden” mette in scena il fallimento ultimo dell’antropocentrismo.
Le analogie col nostro tempo sono esplicite.
Il romanzo è del 1959 e Stanislaw Lem all'epoca viveva nell'atmosfera soffocante della Polonia sotto la dittatura comunista. “Eden” è dunque anche metafora del totalitarismo e del suo rapporto con l'opposizione. I doubloni sono gli altri, sono i dissidenti, ma sono anche, in un gioco di specchi, i detentori di un sistema di controllo ancora più pervasivo. Rappresentano noi, ma non quel “noi” che gli astronauti sperano di riconoscere: non quelle illusorie analogie.
L'acume di Lem è qui di sorprendente livello, come lo sarà in altre opere successive, non solo in “Solaris”, mettendo in scena con potenza quasi visionaria tutto il potenziale anticipatorio della sua narrativa. La mancanza di nomi propri tra gli umani, sostituiti dai ruoli: il Capitano, l’Ingegnere, il Dottore, conferisce maggiore intensità al senso di indeterminatezza.
[Quella nell’immagine è l'edizione in mio possesso, le edizioni più recenti sono: quella degli Oscar Moderni Cult di Mondadori del 2022 e quella di Urania Collezione del 2023]
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