Il paradosso è evidente nella retorica di chi invoca una nebulosa “sovranità nazionale”, immaginata come riscatto collettivo, mentre al tempo stesso propone soluzioni che richiederebbero un potere statuale ancora più invasivo, e auspica alleanze con regimi apertamente autocratici e anti-liberali. In questa torsione si rivela l’anima autoritaria di un libertarismo dichiarato che, in realtà, non aspira a meno Stato, ma a uno Stato di altro tipo: meno liberale, più identitario, più verticale.
La stessa incoerenza si manifesta nella critica alla famiglia. Non si riconoscono più le dinamiche concrete di potere al suo interno; si preferisce sostituire la complessità con narrazioni semplicistiche e oppositive. Così si verifica una convergenza inattesa: da un lato gruppi che immaginano ecovillaggi e micro-comunità fondate su codici morali alternativi, spesso altrettanto rigidi; dall’altro chi sogna il ritorno a un’idilliaca famiglia patriarcale chiusa, con ruoli definiti e gerarchie naturali.
Il cerchio, così, si chiude. La critica non è più rivolta allo Stato in quanto possibile strumento di oppressione, ma esclusivamente alla sua forma liberale. E in questo rovesciamento, ciò che appare come opposizione reciproca – il “woke” e il tradizionalismo identitario – finisce per trovare una sorprendente sintonia: entrambi cercano una comunità disciplinante, una forma alternativa di autorità, un ordine che sostituisca il pluralismo liberale con un codice più rigido, sia pure apparentemente per vie opposte.

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