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mercoledì 26 novembre 2025

Le origini del totalitarismo, l’importanza dei pan-movimenti nel nazismo e nello stalinismo e un parallelo con la situazione attuale


Le origini del totalitarismo, l’importanza dei pan-movimenti nel nazismo e nello stalinismo e un parallelo con la situazione attuale

«Il nazismo e il bolscevismo devono, rispettivamente, più al pangermanesimo e al panslavismo che a qualsiasi altra ideologia o movimento. Ciò è più evidente nella politica estera, dove la strategia della Germania nazista e della Russia sovietica ha seguito così strettamente i programmi di conquista vagheggiati dai pan-movimenti prima e durante la prima guerra mondiale, che gli obiettivi totalitari sono stati spesso confusi col perseguimento di presunti interessi permanenti tedeschi o russi. Fatto significativo, Hitler e Stalin si sono sempre ben guardati dall’ammettere di aver tenuto conto della lezione dell’imperialismo nell’elaborazione dei loro metodi di governo, ma non hanno mai esitato a richiamarsi esplicitamente all’ideologia dei pan-movimenti o a imitarne gli slogans.»

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (1951)

Questo passaggio apre il capitolo “Imperialismo continentale e Pan-movimenti" e contiene uno dei nuclei teorici più importanti dell’intero libro. Arendt sostiene che i due grandi totalitarismi del Novecento non nascano soltanto dalle loro ideologie dichiarate — il razzismo biologico nel caso del nazismo, il marxismo rivoluzionario nel caso del bolscevismo — ma che traggano la loro forma politica, la loro logica del movimento e la loro concezione dello spazio da due ideologie ottocentesche di espansione continentale: il pangermanesimo e il panslavismo.

È fondamentale comprendere che Arendt, quando parla del “bolscevismo”, si riferisce al bolscevismo divenuto totalitarismo, cioè allo stalinismo. Non sostiene che il bolscevismo originario fosse panslavo: di Lenin e del suo autoritarismo si possono dire molte cose, ma era internazionalista e ostile ai nazionalismi russi. È con Stalin che il regime assume una struttura mentale, una visione imperiale e una missione storica che riprendono direttamente la tradizione panslava, trasformandola in ideologia di conquista. È in questo senso che “il bolscevismo deve più al panslavismo che ad altro”.

Arendt distingue due tipi di imperialismo: l’imperialismo occidentale d’oltremare, diretto verso l’Africa e l’Asia; l’imperialismo continentale, volto alla conquista di territori confinanti in Europa e fondato su una concezione organica, storica e messianica della nazione. La differenza è decisiva. L’imperialismo d’oltremare non mirava a rendere il mondo omogeneo: governava altri popoli, magari li schiavizzava, ma non li voleva assorbire. Il suo razzismo era strumentale al dominio politico-economico. I pan-movimenti, invece, concepivano la missione nazionale come illimitata: la nazione doveva espandersi senza confini, unificare o “liberare” i popoli affini, ridefinire lo spazio secondo criteri etnici.

Da queste ideologie non nascono semplicemente grandi nazionalismi, ma una concezione della politica come movimento espansivo permanente. Il nazismo e lo stalinismo ereditarono proprio questa dinamica: l’idea che la nazione non fosse una realtà storica da consolidare, ma una forza da spingere oltre ogni limite, abolendo confini geografici e giuridici. Nel nazismo e nello stalinismo il razzismo — biologico o storico-culturale — non fu un complemento propagandistico, come nell’imperialismo d’oltremare, ma il fulcro di una weltanschauung totalizzante: non spiegava solo l’inferiorità dell’Altro, ma definiva l’essenza della nazione, il suo destino e la sua missione.

Il totalitarismo nasceva quando il movimento nazionale prescindeva dallo Stato, quando la missione etnica prendeva il sopravvento su ogni istituzione e creava una dinamica politica illimitata, che poteva sfociare nella purificazione razziale, nei pogrom, nella pulizia etnica e, infine, nel genocidio. E poiché il totalitarismo voleva apparire come qualcosa di totalmente nuovo, scientifico e ineluttabile, Hitler e Stalin negarono sempre l’eredità pan-imperiale che invece utilizzavano apertamente: ne riprendevano slogan, miti, idee di superiorità e destini continentali.

È possibile attualizzare questa analisi senza confusioni anacronistiche. I nazionalismi etnocratici contemporanei — pur non essendo totalitari nel senso arendtiano — ereditano alcuni tratti dei pan-movimenti: la fusione tra Stato e identità etnica, la delegittimazione dell’opposizione come “tradimento”, la concezione della sovranità come proprietà di un gruppo culturale definito. Ciò vale, per esempio, con differenze anche sostanziali, per: la Russia putiniana, la Turchia dell’AKP, l’India di Modi, l’Ungheria di Orbán, la destra messianica israeliana, il palestinismo fondamentalista, la “Grande Cina” proposta dal PCC.

Tutte concezioni che si muovono tra nazionalismo transfrontaliero e revival di miti storici, spesso ibridati con elementi religiosi, ideologici o di “civilizzazione”. Non tendono verso le forme classiche di totalitarismo. Tuttavia, condividono tre elementi arendtiani: erosione del pluralismo; etnicizzazione della cittadinanza e della legittimità politica; sovrapposizione tra Stato e nazione etnica.

La Repubblica Popolare Cinese, però, rappresenta anche un fenomeno diverso. Non è più totalitaria nel senso classico arendtiano: non mobilita continuamente le masse, non propone un’ideologia onnipresente e non è più maoista. Ma ha sviluppato un modello nuovo, fondato sulla sorveglianza digitale, sull’ingegneria sociale, sulla tecnocrazia e su una forma di razionalità strumentale che interiorizza il controllo. Più che una replica del totalitarismo, è una forma di neo-totalitarismo tecnologico, in cui il terrore non deve essere visibile: basta che sia possibile, potenziale, pervasivo.

Esistono poi forme di totalitarismo teocratico transnazionale: lo Stato Islamico, con la sua ideologia pan-religiosa, e l’Iran, che combina autocratismo, teocrazia e una missione rivoluzionaria sciita globale. Anch’essi non si collocano nel quadro arendtiano classico, ma rappresentano forme di totalitarismo ibrido, dove ideologia religiosa, missione universale e distruzione del pluralismo coincidono.

Pertanto, la democrazia si svuota, i sistemi democratici vanno in crisi di libertà e si lascia spazio a forme ibride di dominio: democrazie etniche, regimi illiberali, autocrazie competitive, post democrazie, neo-totalitarismi, autoritarismo populista, un movimento opposto all’allargamento della democrazia e alla redistribuzione dei poteri verso il basso, cosa di cui ci sarebbe davvero bisogno. Si critica giustamente l’involuzione autoritaria dell’Occidente, ci si allarma per il rischio di dispotismo, ma sale paradossalmente il sostegno per i sistemi dispotici.

Il nazionalismo etnocratico e l'occidente post democratico potrebbero, quindi, sviluppare, accanto ai neo-totalitarismi, ulteriori forme di totalitarismo, anche se diverse, seppur accomunate dall’uso di strumenti tecnologici di sorveglianza a da raffinate tecniche di manipolazione del consenso, sia dentro che fuori i propri confini. 

Le potenze contemporanee, occidentali e non occidentali, sperimentano quindi modalità diverse di controllo politico: alcune attraverso forme di imperialismo continentale rinnovato, altre mediante un nuovo imperialismo di oltremare, altre ancora tramite forme miste, tutte però utilizzano strumenti ibridi, a prescindere dalle tradizionali azioni militari: guerra asimmetrica, propaganda, manipolazione informativa, armi di migrazioni di massa, pressione commerciale e finanziaria.

Il cuore dell’analisi rimane quello di Arendt: quando la politica diventa movimento illimitato, quando l’identità si fa missione storica, quando la nazione pretende di ridefinire lo spazio in modo globale e totalizzante, allora la sostanza del totalitarismo può rinascere in forme nuove, più sofisticate, meno riconoscibili, ma non meno pericolose.


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