John Coltrane, “My Favorite Things” (1960)
L'incontro che ebbi con questo disco (una quindicina d'anni dopo la sua incisione) produsse in me quasi un trauma. Quando ascoltai per la prima volta la title track, non volli credere alle mie orecchie. Pochissime altre volte aveva e avrebbe preso forma, nella mia esperienza di ascoltatore, un così intenso stupore.
Con “My Favorite Things” — brano e album — John Coltrane compie un’operazione audacissima, soprattutto per un musicista come lui e per il 1960. È l’esordio discografico del quartetto classico di Coltrane. Realizza un disco di “cover” fuori dall’ordinario, trasformando un materiale popolare in un capolavoro senza tempo. Prende un celebre brano da musical e lo reinventa radicalmente, pur mantenendone intatta l’aura vitale e gioiosa. La trasfigurazione attraverso il jazz modale dona nuova vita a ciò che, all’apparenza, era solo un “pezzo leggero”. Bisogna ricordare che appena un anno prima Coltrane aveva partecipato a “Kind of Blue” di Miles Davis, una pietra miliare e uno dei primi vertici del jazz modale.
Il sassofonista compie così un gesto quasi sovversivo: porta una canzone appartenente alla cultura di massa nella dimensione dell’esplorazione sonora. La nuova versione ha una struttura ipnotica e circolare; ogni ritorno introduce una variazione che amplia il respiro del tema. Ho sempre immaginato Julie Andrews, in una scena mai girata di “Tutti insieme appassionatamente", danzare sull’erba seguendo il ritmo della versione di Coltrane.
Anche la scelta del sax soprano è un atto di rottura. La leggendaria copertina lo sottolinea con forza. Fino ad allora relegato a un ruolo marginale nel jazz, lo strumento diventa ora protagonista assoluto, sostenuto dagli altri tre musicisti del quartetto: il pianoforte di McCoy Tyner — già in grande evidenza anche nel resto del disco — la sezione ritmica con il mago Elvin Jones alla batteria e Steve Davis al contrabbasso. Insieme reggono quasi quattordici minuti di estasi sonora ininterrotta.
Non è comunque neanche un caso che la scelta cada su un brano del genere. Pensiamoci bene: privo di qualsiasi attinenza con la tradizione musicale afroamericana, la canzone originale era un semplice valzer. Coltrane, quindi, cerca di dimostrare la capacità del jazz, anche di quello più ardito, non solo di adattarsi a qualsiasi tipo di fonte sonora, ma addirittura di riadattare e stravolgere i canoni della musica bianca, anche di quella meno colta. Reclama per il jazz la vocazione al "popular" e, nello stesso tempo, alla migliore avanguardia.
Il gruppo non si ferma qui: dopo Richard Rodgers, arriva l’omaggio a Cole Porter con la reinterpretazione della celebre ballad “Everytime We Say Goodbye”, l’esatto contrario della title track. È una versione rilassata, con Coltrane che passa al sax tenore in un gesto di apparente rispetto per la tradizione. Il brano è dolce, intimo, ma l’impronta di “Trane” è inconfondibile, e la sua lettura lascia un segno personale e deciso.
La seconda facciata del vinile è interamente dedicata a George Gershwin, con due classici senza tempo. Il celeberrimo "Summertime", tratto da “Porgy and Bess", è probabilmente la composizione più nota dell’intero album. Si torna al soprano e a un clima teso, ruvido, quasi drammatico: il jazz modale qui sfiora il free. Coltrane stravolge la canzone secondo i canoni sperimentali che caratterizzeranno sempre più la sua evoluzione futura.
Il secondo brano di Gershwin, e ultimo del disco, è una delle sue composizioni più amate: “But Not For Me”. Le versioni di Ella Fitzgerald e di Chet Baker sono indimenticabili, quella di Coltrane — di nuovo al tenore — conserva sorprendentemente una certa qual leggerezza melodica, trasformandola però con fraseggi vertiginosi e improvvisazioni straordinarie. Da notare anche l’incredibile assolo di McCoy Tyner, un vertice del pianismo modale.
“My Favorite Things” è insomma un album di transizione, sospeso tra tradizione e innovazione. Paradossalmente — ma con Coltrane nulla è davvero paradossale — il lato più sperimentale emerge soprattutto nelle reinterpretazioni di Gershwin. Qui si apre il nuovo percorso grandioso che Coltrane intraprenderà negli anni successivi, un cammino che la sua prematura scomparsa nel 1967, a soli quarantun anni, interromperà troppo presto.

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