La rivoluzione falsificata
«…la società moderna ha già invaso in modo spettacolare la superficie sociale di ogni continente. Essa definisce il programma di una classe dirigente e presiede alla sua costituzione. Nello stesso modo in cui presenta gli pseudobeni da desiderare, essa offre ai rivoluzionari locali i falsi modelli di rivoluzione. Lo spettacolo proprio del potere burocratico che controlla alcuni dei paesi industriali fa precisamente parte dello spettacolo totale, come sua pseudonegazione generale, e suo sostegno. Se lo spettacolo, visto nelle sue diverse localizzazioni, mostra l'evidenza delle specializzazioni totalitarie della parola e dell'amministrazione sociali, questa vanno poi a fondersi, a livello del funzionamento globale del sistema, in una divisione mondiale di compiti spettacolari.»
Guy Debord, “La società dello spettacolo” (1967)
Guy Debord in questo passo de “La società dello spettacolo”, con precisa anticipazione, descriveva ciò che stava accadendo a livello globale. Parlava di spettacolo che non invadeva più solo la “superficie sociale”: invadeva direttamente la coscienza.
Quando Debord scriveva, lo spettacolo si diffondeva attraverso media unidirezionali (cinema, televisione, radio, giornali, pubblicità). Oggi questa colonizzazione è diventata interattiva, costante, incorporata nella vita quotidiana: la società dello spettacolo ha smesso di essere un contesto esterno: è diventata ambiente della coscienza interiore. Oggi arriva come infrastruttura digitale: smartphone, piattaforme globali, sorveglianza verticale e orizzontale. La base materiale può mancare, ma l’infrastruttura immateriale è già totale.
Debord quando parlava dello “spettacolo burocratico”, si riferiva ai regimi dell’Est come pseudonegazione del capitalismo. Oggi questa dinamica è esplosa su scala globale e si è evoluta verso un grande capitale totale, totalitario e totalizzante. I vari modelli non convivono in vera opposizione, coesistono e si rafforzano reciprocamente in un mercato globale delle tecniche di sorveglianza, dei dati e della propaganda. Persino le democrazie liberali adottano strumenti di controllo propri degli autoritarismi, mentre gli autoritarismi adottano forme estetiche e modelli commerciali occidentali.
Per Debord non era solo la merce a essere falsificata: anche la rivolta poteva essere trasformata in spettacolo, cioè resa innocua, estetizzata, destoricizzata. La rivoluzione falsificata è una messa in scena del cambiamento prodotta e gestita dallo stesso sistema che la rivoluzione dovrebbe rovesciare. Non è semplicemente una rivoluzione fallita, è una rivoluzione che sembra tale, ma che in realtà funziona come valvola di sfogo controllata, spettacolo mediatico di opposizione, simulacro che neutralizza la possibilità di una rivoluzione reale. È, in sintesi, antagonismo prefabbricato.
Il sistema offre un’immagine di rivolta già pronta, fornisce modelli iconografici e linguistici della protesta. Trasferisce il conflitto sul piano estetico e comunicativo. Il ribelle viene indotto a “interpretare” un ruolo spettacolare, non a creare una prassi autonoma di emancipazione e di elaborazione. La ribellione si palesa attraverso cortei e sit in effimeri, eventi social, performance, occasioni per produrre immagini. Lo spettacolo può tollerare ogni tipo di dissenso, purché non tenda a sovvertire la struttura del potere, economico-sociale, elitaria, verticale e burocratica della società, e soprattutto il dominio dell'immagine, rendendosi inafferrabile e incatalogabile. La contestazione del ’68, in questo senso fu paradigmatica: autentica nel desiderio, ma subito catturata dal sistema nell’estetica, nell’immagine, rivenduta come merce.
Le proteste digitali sono senza anima, lontane anni luce dalla trasformazione e dal sovvertimento. Gli “scioperi” del like, gli hashtag, le mobilitazioni lampo, anche quando dilagano nelle piazze, possono essere forme di attivismo visibili, virali, emozionali, ma prive di continuità, prive di reale creatività, catturate solo da un simbolico conformismo, pronte per essere digerite dalla società dello spettacolo. Il conflitto è consumato nella sfera comunicativa, non trasferito in quella materiale. La protesta è un mercato, l’antagonismo in fin dei conti vende, ed è questo quello che conta. Il sistema assorbe e rivende ogni voce contraria, chiudendola in appositi recinti virtuali autoreferenziali e di autorappresentazione.
L’immaginario della ribellione diventa merce pronta per il consumo: identità estetica, stile personale, guru e influencer, appartenenza tribale. La ribellione diventa un marchio, un mood, un format, addirittura certificato online dagli algoritmi. È la forma più perfetta di falsificazione: una rivoluzione che non vuole realmente cambiare nulla, ma solo apparire, che non riesce a fare neanche degna testimonianza.
La rivoluzione falsificata è una forma di neutralizzazione preventiva della trasformazione: una rivoluzione di superficie, performativa, estetica, che consente allo spettatore di vivere il brivido della sovversione senza toccare i fondamenti della società spettacolare. Per paradosso l'atto autenticamente rivoluzionario dovrebbe essere quello di non apparire, di sottrarsi all'immagine e, quindi, alla società dello spettacolo. Le foto online di famigliole sorridenti, isolate in un bosco, ma apparentemente soddisfatte, sono invece un altro modo di partecipare allo spettacolo.
Talune aree del cosiddetto dissenso occidentale promuovono come alternativa quei regimi autoritari che rivendicano una retorica (anti-occidentale, anti-imperialista, identitaria), mentre, nei fatti, mantengono rapporti capitalistici di accumulazione, reprimono il dissenso interno, si servono di reti gestite dalla grande criminalità organizzata, adottano tecnologie di sorveglianza quasi sempre più pervasive, producendole in proprio, acquistandole o vendendole all'occidente stesso. È in sostanza la promozione di una pseudo-rivoluzione retorica che funziona come legittimazione spettacolare del potere di quei regimi.
D’altronde i movimenti identitari — sia quelli “progressisti” sia quelli “sovranisti” — si presentano come forze radicali che intendono rovesciare l’ordine dominante. Ma finiscono per incarnare una rivolta prefabbricata, integrata perfettamente nel funzionamento dello spettacolo. Non perché i loro temi siano irrilevanti, ma perché il dispositivo spettacolare è capace di neutralizzare qualsiasi identità collettiva, soprattutto se artificiosa, trasformandola in immagine.
Infatti i movimenti identitari si fondano sulla costruzione di un noi rigido, con tanto di liturgia che non consente deroghe ideologiche, né tantomeno eresie, contrapposto a un loro: una semplificazione simbolica che lo spettacolo trova perfetta, perché è polarizzante, è immediatamente visibile, fruibile, è spendibile commercialmente, e strumentalizzabile politicamente. Il conflitto diventa una lotta per la rappresentazione spettacolare. La battaglia si sposta dal terreno materiale a quello simbolico, e lì rimane, riproducendosi circolarmente in un incessante eterno ritorno.
[Nell'immagine: “Il falso specchio” René Magritte(1928)]

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