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venerdì 21 novembre 2025

Jonathan Coe, “La famiglia Winshaw” (1994)


Jonathan Coe, “La famiglia Winshaw” (1994)

«“Ha ragione: è un bello spettacolo, eh? Il compleanno di Saddam Hussein è sempre una gran giornata a Baghdad. Gli autobus circolano tutti inghirlandati di fiori, e nelle scuole i bambini cantano particolari canzoni augurali. Quest'anno, però, ha fatto davvero le cose in grande."

La prima Fiera internazionale di materiale bellico di Baghdad era davvero stata all'altezza delle aspettative. Vi erano rappresentati ventotto paesi e più di centocinquanta società avevano allestito stand e tendoni: dalle piccole aziende come l'Ironmaster e la Matrix Churchill ai colossi internazionali - la Thomson-Csf, la Construcciones Aeronàuticas e la British Aerospace. Le star, veri fiori all'occhiello della mostra, erano tutte presenti.»

«Le pareti e il soffitto della camera di Michael erano coperti da pannelli di quercia scura e c'era una piccola stufetta elettrica che non aveva ancora avuto il tempo di asciugare l'umidità. Nonostante la luce emanata dalla stufetta e un paio di candele accese sulla toletta, ogni angolo della stanza era immerso in una fosca tenebra.

Anche l'aria della stanza era d'una qualità particolare: sapeva di decomposizione in atto, di quel muffo freddo e umido che si sente nei sotterranei. L'unica finestra alta e stretta sbatteva incessantemente, agitata dal vento di tempesta, al punto che il vetro pareva dovesse andare in frantumi.»

«Non avrebbero mai potuto prevedere l'effetto che quel film avrebbe avuto. So che si fa fatica a crederci, ma fu… insomma, fu proprio la cosa più eccitante che mi sia mai successa. Non avevo mai visto nulla di simile, prima d'allora. E a metà spettacolo - ma forse era a meno di metà - mia madre ci fece alzare e uscire. Disse che dovevamo andare a casa. E così ce ne andammo: ce ne andammo e io non seppi mai come andava a finire.

Per anni, d'allora in poi, non ho fatto altro che domandarmelo.»

È molto difficile riuscire a rendere l'idea di quello che contiene uno dei capolavori letterari degli anni novanta. Senz'altro il vertice narrativo dello scrittore inglese Jonathan Coe, un'opera complessa e stratificata. È infatti altrettanto difficile anche definirne il genere: thriller, noir, romanzo sociale, romanzo storico, riflessione politica, saga familiare, satira, postmoderno, romanzo autobiografico, tragedia e commedia, e anche un pizzico di fantascienza con le fantasie sullo “Starman” Yuri Gagarin. Il tutto fuso insieme con grande abilità. Un romanzo totale inglese di gran classe.

Non è solo un libro sul thatcherismo come lo definisce una critica un po' frettolosa, è una storia sulla cupidigia in senso più vasto. Non a caso il periodo storico preso in considerazione copre quasi l’intera seconda metà del ventesimo secolo, con al centro sicuramente gli anni ottanta, ma che si proietta sia indietro, che avanti nel tempo, così come la narrazione che non segue lo svolgersi degli eventi in maniera lineare. 

Coe, nel far questo, dipingendo un ceto politico ed economico cinico e senza scrupoli, non risparmia nessuna parte politica: laburisti e sinistra radicale compresi. Una narrazione ricca di registri e documenti diversi: dal diario agli articoli di giornale, dalle lettere ai ritagli, che conferiscono al racconto un tono multiforme e un ritmo assai dinamico.

La famiglia Winshaw è un vero e proprio clan, una dinastia di privilegiati che attraversa il potere britannico in diverse forme: politica, finanza, agricoltura industria, informazione, traffico di armi, spettacolo. Ogni membro rappresenta un aspetto di quel periodo: privatizzazioni selvagge, culto del profitto, manipolazione dell’opinione pubblica, cinismo verso i deboli, culto dell’efficienza produttiva, militarizzazione degli interessi economici, fino ad arrivare alla crudeltà gratuita. 

Ogni Winshaw è la metafora di ben precisi aspetti: c’è il politico cinico e trasformista, simbolo della corruzione del potere; la giornalista prezzolata e senza scrupoli, immagine della degenerazione dei media, della diffusione di una cultura tossica e della manipolazione della propaganda; il gallerista insidioso e truffaldino, che rappresenta la mercificazione dell'arte; l'allevatrice senza empatia, che incarna lo sfruttamento senza scrupoli; i trafficanti di armi, che rappresentano il legame tra finanza e guerra. Gli Winshaw sono come dei cavalieri dell’apocalisse del grande capitale contemporaneo, crudele e selvaggio. 

Coe tratteggia questo insieme di figure come un mosaico di vizi privati diventati virtù pubbliche: una galleria di mostri moderni, non caricature isolate ma incarnazioni precise di una mutazione sociale e politica. Da questa fiera delle vanità e delle mostruosità della famiglia Winshaw di salvano solo pochissimi componenti, vittime anche questi di soprusi, ma che possono trasformarsi a loro volta in carnefici.

È un intero sistema sociale a essere messo sotto accusa, di cui il thatcherismo è solo un segmento, anche se il più evidente, perché maggiore responsabile nell’aver sdoganato un'etica del guadagno a tutti i costi e una mancanza di empatia verso i meno fortunati. Un’intera classe dirigente che parla la stessa lingua e si muove all’interno di codici prestabiliti, con una morale confezionata a parte, una classe che si riproduce, attraverso meccanismi autoreferenziali. 

È di fatto una parabola sull’erosione del patto democratico e sull'emersione di oligarchie che nulla hanno da invidiare a quelle dei sistemi dispotici. Si veda per esempio la carica allegorica della festa di compleanno di Saddam Hussein, nella quale i ceti politico-economici di due mondi diversi si incontrano e si riconoscono, al di là delle apparenze, come partecipanti che condividono gli stessi interessi e si identificano negli stessi comportamenti, esenti da ogni turbamento di carattere morale.

Lo scrittore usa un registro sarcastico e ironico spesso feroce, che dal comico passa al tragico e che ricorda anche certa cinematografia. Perché anche di cinema si racconta. Infatti, il titolo originale, “What a Carve Up!”, allude esplicitamente a un film comico-horror del 1961 (“Sette allegri cadaveri"), che funge da leitmotiv e anticipa il tono macabro della "spartizione" narrata nella trama del romanzo e che arriva all'apice nel finale geniale e rocambolesco.

Michael Owen è il protagonista, testimone dei fatti, la cui voce narrante attraversa obliquamente l’intero romanzo, scrittore quasi fallito a cui viene affidato il compito di scrivere un libro biografico sulla famiglia. Michael è un uomo goffo e apparentemente ordinario, intellettuale disilluso, il cui spirito critico tenta di emergere, ma che puntualmente viene soffocato. Tra frustrazione, blocchi, ossessioni, paure e incidenti, la vicenda di Owen è paradigmatica e ha un sapore autobiografico. Jonathan Coe/Michael Owen è impegnato costantemente tra mille difficoltà a dare un senso etico e narrativo alla realtà, di fronte ad un mondo brutale e dispotico.

Il protagonista è l'elemento che tiene unita la narrazione, il medium, fungendo da occhio esterno e moralmente integro che osserva il decadimento. La sua ricerca si trasforma in una sorta di investigazione thriller, che lo porterà a scoprire verità inquietanti e a trovarsi personalmente coinvolto negli oscuri meccanismi di potere e di vendetta della famiglia. Le sue vicende in parallelo, aggiungono un tocco di tragicommedia e un elemento umano in contrasto con la mostruosità dei Winshaw, con un finale plumbeo e horror degno dei migliori thriller classici.

Il torrente di amara ironia che scorre per tutta la storia serve soprattutto a questo: a evidenziare meccanismi di arbitrio e impunità che, a prescindere dai fatti narrati, si riproducono e sui quali non si può intervenire in maniera definitiva, perché il potere trova sempre la via per affermare se stesso e prescinde da fatti e persone, pur servendosi di questi. Anche se il contesto è ben definito, certe leggi dell’oppressione sono universali, e in questo “La famiglia Winshaw” può considerarsi una storia ancora attuale a tutte le latitudini, perché fa parte della nostra contemporaneità.

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