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mercoledì 19 novembre 2025

Astrarsi da sé: il pensiero come difesa dalla manipolazione del linguaggio e dalla propaganda.


Astrarsi da sé: il pensiero come difesa dalla manipolazione del linguaggio e dalla propaganda.

La capacità di astrarsi dalle proprie convinzioni è oggi una delle competenze cognitive più rare, ma contemporaneamente più necessarie. Non perché le convinzioni siano un male in sé, ma perché senza la possibilità di osservarle dall’esterno, metterle in discussione e nel caso demolirle, esse diventano vulnerabili alla propaganda e alla manipolazione del linguaggio, il meccanismo attraverso cui poteri, ideologie e identitarismo modellano ciò che percepiamo come “realtà”. Inoltre, la minimizzazione e l'assenza di questa capacità ottundono il pensiero critico.

È la capacità di sospendere temporaneamente il proprio giudizio, di riconoscere che ciò che pensiamo non è l’unica possibile interpretazione, di valutare una questione da punti di vista diversi dal nostro, di includere la possibilità che il nostro schema mentale possa essere incompleto o errato, di percepire la molteplicità e la multiformità della dimensione individuale, e, nel caso, anche il senso del ridicolo nei confronti di ciò che andiamo sostenendo e di ciò in cui ci trasformiamo. È, in altre parole, il passaggio dall’io rinchiuso nell’idea all’io che osserva l’idea. 

La mente umana tende a difendere ciò che già pensa. Le convinzioni creano identità, percezione di coerenza interna, sicurezza emotiva, rassicurazione sociale. Per questo l’astrazione dalle proprie idee non è istintiva: è un atto deliberato, quasi “contro-natura”, di autentico antagonismo politico, di rottura col conformismo, in quanto richiede di separare l’identità personale, l’essenza umana, dal contenuto delle proprie opinioni. Molti non cambiano opinione perché la vivono come una distruzione del sé. E quando la cambiano, non mutano però il rapporto con le certezze. Si passa da un dogma, a un altro, o, addirittura, al suo contrario. Non sono infatti gli ideali che in tal modo si proteggono, ma le costruzioni dogmatiche.

La maturità intellettuale nasce quando non coincidiamo più con ciò che crediamo.

Le convinzioni non sono solo opinioni: possono essere forme di appartenenza, fino a diventare prigioni. Per questo sono il punto debole ideale per la manipolazione. Quando il linguaggio e la propaganda confermano ciò che già crediamo, li accettiamo come naturali. Astrarsi dalle proprie convinzioni non significa sospenderle per sempre. Significa introdurre tra sé e le proprie idee uno scarto, un intervallo di libertà, la potenzialità emancipatrice del dubbio. È in questo spazio che si compie il gesto critico: essere in grado di mettere in discussione l’ordine del discorso.

Per questo vi è grande necessità di sfumature, di particolari e di depolarizzare.

Ogni forma di propaganda — politica, mediatica o commerciale — opera tagliando il campo del pensabile e del possibile, riducendolo a semplificazioni. A volte lo fa con veemenza (“invasione”, “traditori”, “fascisti”, “stalinisti”, “novax”, “globalisti”...), altre volte con dolcezza (“normalità”, “buon senso”, “flessibilità”...). Ma il principio è sempre lo stesso: ridurre la complessità per favorire la prevedibilità del comportamento all’interno di categorie e svilire la capacità critica e autocritica. L’individuo che non sa astrarsi dalle proprie convinzioni diventa preda facile di questo tipo di ingegneria sociale. Non perché sia ingenuo, ma perché si identifica con le proprie idee al punto da non accorgersi della forma che le parole stanno assumendo al posto suo.

La capacità di astrarsi dalle proprie convinzioni è dunque un atto politico, non nel senso partigiano ma in quello originario di socializzazione: riguarda la vita quotidiana, le relazioni pubbliche e quelle affettive. L’essere al mondo. È un modo di sottrarsi alla cattura cognitiva, per rimettere al centro il confronto con l’altro e con se stesso. Di evitare che il linguaggio, anziché essere uno strumento, diventi un recinto. Pensare significa spesso proprio questo. È un gesto di difesa ma anche di dignità: il rifiuto di essere ridotti alla somma della propria dimensione ideologica. L’astrazione può restituire la possibilità del nuovo, del dubbio, dell’imprevisto. È il primo passo per resistere alla manipolazione e per tornare a essere, almeno per qualche istante, padroni della propria coscienza.

[Nell'immagine: Max Ernst “L'Ange du Foyer ou Le Triomphe du Surrealism”, 1937 (L'angelo del camino o il trionfo del surrealismo)]


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