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domenica 16 novembre 2025

Talking Heads – “Remain in Light” (1980)


Talking Heads – “Remain in Light” (1980)

Molte persone della mia generazione vissero l’uscita di “Remain in Light” come un vero e proprio evento epocale: un trauma positivo, un rito di passaggio da un’epoca a un’altra. Non solo per la musica rock, ma per l’arte in senso ampio e per il contesto socioculturale che stava cambiando con una rapidità senza precedenti.

Il ventennio Sessanta/Settanta, con tutta la sua inesauribile ricchezza artistica – dal rock tradizionale alle sue ramificazioni, dal progressive all’irruzione del punk – si chiudeva per sempre. E non poteva esserci anno più simbolico del 1980: una cesura netta fra ciò che era stato e ciò che stava per arrivare, un decennio altrettanto colorato e musicalmente innovativo.

Io vissi tutto questo in diretta, con la passione di chi aveva attraversato l’adolescenza nella prima metà degli anni Settanta e si ritrovava, nei suoi vent’anni, davanti alla comparsa del punk, del post-punk e della new wave, fino ad arrivare ai trenta e oltre alla fine del decennio successivo. Il 1980, per me, non culminò solo con l’uscita di questo disco, ma con l’indimenticabile concerto dei Talking Heads al Palaeur di Roma: un rito tribale, esaltante, con la gente che ballava come posseduta persino sulle gradinate.

“Remain in Light” segna l’apice di quel momento magico. Pur essendo il quarto album della band, fu proprio questo a liberarne completamente le potenzialità, diventando un crocevia di influenze musicali e culturali: avanguardia, punk rock, funk, pop, musiche africane e asiatiche, pura sperimentazione. Una mappa sonora dell’epoca e, insieme, degli sviluppi futuri della musica.

Eppure c’è altro. Quest’opera, ancora oggi, sembra non appartenere soltanto al suo tempo: la sua carica innovativa non si è esaurita, anzi pare proiettata verso un futuro ulteriore, quasi più nel XXI che nel XX secolo. La modernità tardo-novecentesca di questi brani parla di connessioni globali, tecnologie, simboli: di un avvenire che allora era intravisto e che oggi è diventato il nostro quotidiano, con le sue luci e le sue ombre.

Un elemento centrale è la tecnologia concepita come organismo, non come semplice macchina. Le texture elettroniche, i loop, le manipolazioni in studio non risultano fredde: emanano invece un calore creativo, quasi fisico. Eno e i Talking Heads trasformano il nastro magnetico in una membrana vivente. La tecnologia non impone un artificio alla “vera” musica: diventa essa stessa musica, spazio fecondo in cui suoni e linguaggio si incontrano, generando nuove forme. È qualcosa di profondamente umano, con sudore, merda e sangue, pur restando consapevole dei rischi di disumanizzazione.

Non è un caso che l’album precedente, “Fear of Music”, con la sua copertina completamente nera, rappresenti il lato oscuro della new wave, culminando in “Life During Wartime” e nell’apocalittico inno distopico di “Drugs”. Con “Remain in Light”, invece, i Talking Heads – con tutta l’ambigua e inquietante allucinazione della copertina – invitano ironicamente a “rimanere nella luce”.

E questo nonostante gli avvertimenti cupi di brani come “Listening Wind" e soprattutto “The Overload". Sono però le luminosissime, frenetiche “Born Under Punches”, “Crosseyed and Painless” e “The Great Curve” – che occupavano in sequenza l’intera prima facciata del vinile – a dominare la scena, insieme alla più “pop” “Once in a Lifetime”.

Infine, è impossibile ignorare il contributo del geniale Brian Eno, che – sommato al genio di David Byrne – ha reso possibile un’opera di tale portata. Il suo ruolo non fu affatto quello di un semplice produttore: la sua impronta è tangibile anche sul piano compositivo. Il sodalizio tra i due proseguì l’anno successivo con “My Life in the Bush of Ghosts", un album che si può considerare il sequel concettuale di “Remain in Light", capace di esplorare territori ancora più radicali e avanzati.


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