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domenica 28 dicembre 2025

La frattura tra il mondo vissuto e il mondo rappresentato.


La frattura tra il mondo vissuto e il mondo rappresentato.

Il senso di estraneità, di disorientamento e di rassegnazione a livello sociale che vivo in questo periodo non l'ho mai provato. Percepisco un mondo pubblico completamente distorto e scollato dalla realtà delle singole persone, una frattura crescente tra il mondo vissuto – fatto di relazioni, fragilità, affettività, conflitti quotidiani – e il mondo rappresentato, quello che prende forma nello spazio collettivo fisico, nei media, nelle narrazioni social. 

Tuttavia, non sono solo i detentori del potere, diversamente posizionati, e i loro "megafoni" - mass media, guru, influencer - ad agire così, siamo anche noi che immessi nella sfera della comunicazione pubblica contribuiamo a questa dissonanza mediante una continua coazione a ripetere stereotipi e istintive interpretazioni dei fatti. 

Il vissuto diventa prova ideologica, il fatto isolato paradigma universale. La coazione a reagire immediatamente, a posizionarsi, a "dire la propria" impedisce quel lavoro lento del pensiero che Hannah Arendt chiamava "vita contemplativa", non da contrapporre alla "vita activa”, ma suo imprescindibile presupposto. 

Potremmo essere testimoni di una crisi antropologica: l'individuo che partecipa al discorso pubblico non lo fa più come soggetto pensante, ma come terminale di trasmissione di contenuti preconfezionati. Si perde così la capacità di distinguere tra ciò che è esemplare e ciò che è strumentalizzato, tra il dolore reale e la sua messa in scena. 

Il potere non si esercita più soltanto dall’alto, attraverso apparati e istituzioni, ma per osmosi linguistica. Le parole circolano prima dei pensieri, le posizioni precedono le esperienze. L'alienazione massima si raggiunge quando non abbiamo più parole "nostre" per descrivere il dolore o la speranza, ma usiamo solo il lessico della contrapposizione politica o ideologica. È qui che avviene il ribaltamento. Il linguaggio stesso è stato svuotato di senso, appesantito da concetti degni della neolingua orwelliana, ripetuti con ossessione compulsiva.

Non siamo solo vittime di una propaganda esterna, ma architetti attivi di una prigione comunicativa.

L’individuo non arriva consapevolmente a un’opinione: la assume passivamente, anche per timore di essere escluso. La rigida polarizzazione è in fondo un modo per sfogare frustrazioni, che manca di capacità di approfondimento, di messa in discussione costante delle proprie convinzioni. 

Il dubbio, che dovrebbe essere lo strumento dell'emancipazione, viene percepito come una minaccia alla propria stabilità mentale, al proprio recinto identitario. Aderire a uno slogan o a un'appartenenza sclerotizzata offre l'illusione di un terreno solido. La polarizzazione diventa quindi un anestetico: preferiamo l'odio certo alla complessità incerta.

Privati della possibilità di crescita culturale e di piena autonomia individuale, propensi solo a proteggere idee sclerotizzate, rigide appartenenze, a ridurre tutto a slogan, ci sentiamo più protetti. Il conflitto non è più tra persone concrete (cosa che potrebbe portare a una sintesi o a una comprensione emotiva), ma tra categorie astratte. 

L'Altro scompare e si trasforma in un simulacro, in uno spettro. Mancando di un confronto sincero con la nostra coscienza e col microcosmo che ci circonda, si arriva all'alienazione: a confondere così fondamentalismo con radicalità, fanatismo con eresia, autoritarismo con autodeterminazione, stato d’eccezione con regola.

Viene dissipata così anche la possibilità dell'uso prezioso di uno strumento virtuale di comunicazione sociale, assecondandone la manipolazione.

L’unico vero atto di resistenza, oggi, sembra essere il ritorno al microcosmo, a prescindere dallo strumento di comunicazione usato, virtuale o fisico che sia: alle relazioni concrete, ai conflitti limitati ma reali, alla fatica di pensare senza slogan. Non come fuga dalla sfera pubblica, ma come suo possibile risanamento. 

Perché senza un confronto autentico con ciò che ci è prossimo, la politica si riduce a rumore, e la libertà a una parola vuota pronunciata in coro nelle piazze o all'interno di una echo chamber.


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