Captain Beefheart & His Magic Band, Trout Mask Replica (1969)
Un approccio all’ascolto di “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart è tutt’altro che immediato. È un album che sintetizza i linguaggi musicali esistenti all’epoca, con più di uno sguardo rivolto al passato — musica contemporanea, free jazz, blues, rock, canzone pop — e allo stesso tempo guarda decisamente al futuro. Anticipa il post-punk, la no wave, il noise, il grunge, senza nemmeno passare dal punk stesso: uno dei tanti paradossi di questo doppio album. Sembra inoltre prefigurare buona parte della musica di Tom Waits e Nick Cave.
È una sfida alle convinzioni più radicate, persino all’interno della musica sperimentale più estrema, che rimaneva comunque ancora incasellata entro confini di genere. “Trout Mask Replica” è una pietra miliare non solo del rock, ma della musica in senso totale. Perché, pur traendo ispirazione da molte tradizioni, non appartiene a nessuna di esse. È un manifesto musicale di fine sixties sull’alienazione.
Una miscela esplosiva di caos minuziosamente controllato. Nulla è lasciato al caso, nemmeno il più piccolo dettaglio. L’impressione è quella dell’improvvisazione, ma si tratta di un’illusione: è pura avanguardia anarchica, eppure strutturalmente organizzata; suoni dissonanti guidati da una sorta di “razionale irrazionalità”. Una contraddizione in termini che, tuttavia, obbedisce a uno schema tutt’altro che casuale. Un’architettura sonora sghemba e postmoderna che si regge perfettamente in piedi: sotto il disordine si nasconde una struttura rigorosa.
Don Van Vliet, in arte Captain Beefheart — scrittore, pittore e poeta oltre che musicista — si fece aiutare in questa impresa folle dal genio di Frank Zappa, che collaborò come produttore, e la cui impronta è ben percepibile. Van Vliet rinchiuse la His Magic Band in una casa di Woodland Hills per mesi, sottoponendola a prove estenuanti orientate verso l’avanguardia sonora più estrema: poliritmie impossibili, melodie atonali, testi surreali e dadaisti. Il disco fu registrato in condizioni claustrofobiche, con la band sottoposta a un regime creativo quasi militare imposto dal leader.
Beefheart compose gran parte del materiale al pianoforte durante una sessione maratona di otto ore, trascrivendo ritmi e melodie che la band dovette poi tradurre in parti complesse e apparentemente caotiche, ma con estrema precisione. La registrazione vera e propria fu rapidissima: le tracce strumentali vennero incise in un’unica sessione di sei ore; voci e fiati furono aggiunti successivamente, spesso senza cuffie, generando quel senso di disallineamento intenzionale che caratterizza l’opera. Da questa follia freak scaturirono ben ventotto brani.
“Trout Mask Replica”, al primo impatto — che per me fu un vero e proprio trauma cognitivo — appare provocatorio e persino inascoltabile. Richiede un impegno notevole per essere decifrato; ma attraverso ascolti ripetuti si può arrivare a coglierne la genialità intrinseca, a comprendere come questa musica, nella sua furia destrutturante, contenga un messaggio profondamente rivoluzionario, capace di porre le basi per le esperienze più radicali e innovative dei decenni successivi. A quel punto, l’album si trasforma in un ascolto irresistibile e sorprendentemente coinvolgente.
Ma le parole, da sole, non bastano a descrivere quest’opera. E, a proposito di Zappa, potremmo fare nostre le sue parole: «parlare di musica è come ballare di architettura».

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