I capolavori di Eduardo
“Natale in casa Cupiello” (1931)
Anche quest'anno in occasione del Natale, come è accaduto sovente negli anni passati, voglio condividere un mio ricordo della celeberrima tragicommedia eduardiana, stavolta sotto forma di vera e propria recensione.
Buon Natale a tutti.
«Luca Cupiello era un vecchio bambinone: considerava il mondo come un enorme giocattolo. Quando ha capito che con questo giocattolo ci doveva scherzare non più da bambino, ma da uomo…non ha potuto. L’uomo in Luca Cupiello non c’è, e …il bambino aveva vissuto già troppo.» (battuta finale del dottore, poi tagliata nelle versioni più recenti).
«Questo mio lavoro è stato la fortuna della compagnia, dopo Sik-Sik, s'intende. Ebbe la sua prima rappresentazione al Kursaal di Napoli; allora non era che un atto unico, ed è tanto strana la sua storia che vale la pena di raccontarla. L'anno seguente, al Sannazaro, teatro della stessa città, scrissi il primo atto, e diventò in due. Immaginate un autore che scrive prima il secondo atto e, a distanza di un anno, il primo. Due anni fa [nel 1934] venne alla luce il terzo; parto trigemino con una gravidanza di quattro anni! Quest'ultimo non ebbi mai il coraggio di recitarlo a Napoli perché è pieno di amarezza dolorosa, ed è particolarmente commovente per me, che in realtà conobbi quella famiglia. Non si chiamava Cupiello, ma la conobbi.»
«Tutti coloro che hanno scritto la verità su Napoli sono stati messi al bando da una certa opinione che rifletteva gli interessi del potere. Prendi Raffaele Viviani [...] osteggiato o ignorato dalla critica, boicottato nella sua stessa città. E quando Curzio Malaparte pubblicò La pelle non si levò dalla Napoli bene [...] una fumata di sdegno ipocrita? [...]. Con me, che gli ero amico, lui si sfogava spesso. "Caro Eduardo – mi diceva – ormai sia a Napoli che a Capri sono un ospite indesiderato". "E per forza – gli rispondo io – se ti metti a dire la verità".»
Non vi è alcun dubbio che “Natale in casa Cupiello” sia l’opera più celebre di Eduardo De Filippo. La sua fortuna è dovuta, da un lato, a una manciata di battute entrate stabilmente nell’immaginario collettivo e, dall’altro, alla riuscitissima atmosfera natalizia, che continua a funzionare a prescindere dalla complessità dell’opera, dal contesto storico e dal nero pessimismo dell’epilogo. La commedia fotografa situazioni e intenzioni ben definite ma al tempo stesso universalizzabili, il cui senso non si è affatto disperso neppure oggi, a distanza di quasi un secolo.
Le tematiche sono infatti molteplici e si intersecano, integrandosi l’una nell’altra: la disgregazione dei rapporti familiari, l’insanabile separazione tra realtà e sogno, l’incomunicabilità, l’ambiguità e l’inganno delle apparenze, i conflitti generazionali, il rifiuto delle convenzioni sociali unito, paradossalmente, all’ansia di preservarle. La perdita di senso accompagna l’intera tragicommedia. La comicità iniziale si trasforma progressivamente in una disturbante commedia dell’assurdo, per poi sfociare in una tragedia senza attenuanti. La componente autobiografica è evidente, sebbene altrettanto evidente sia il tentativo di dissimularla: Luca e Concetta rimandano chiaramente ai nonni materni di Eduardo, i De Filippo, pur con caratteri parzialmente rielaborati.
Gli equivoci, pur conservando i tratti di una comicità amara, assumono le sembianze di inquietanti macchiette e, nel manifestarsi delle dissonanze cognitive, morali e umane, diventano quasi agghiaccianti. È il caso della grottesca scena di Luca, Pasquale e Tommasino mascherati da buffoneschi Re Magi mentre, accanto a loro, si è già spalancato il baratro; oppure del contorno ambiguo e squallido dei personaggi che “partecipano” al dolore familiare durante la veglia al malato, anche solo per scroccare qualche caffè.
“Natale in casa Cupiello” è, in definitiva, l’amara rappresentazione della disillusione nei confronti di affetti incapaci di aprirsi alla reciproca comprensione. Pur nella consapevolezza che i legami siano reali, la possibilità di ricomporli in modo autentico appare un’impresa disperata, ormai fuori dalla portata di anime alla deriva.
Il presepe di Lucariello, attorno a cui ruota l’intera vicenda, è la metafora dell’illusione: un tentativo di ricostruire speranza e valori del focolare domestico attraverso una rappresentazione rassicurante del sacro. È un’illusione a cui cerca di credere soltanto il protagonista, bloccato in un’anima infantile che gli impedisce di cogliere la tragedia che si consuma attorno a lui, spingendolo a negare fino all’ultimo respiro l’ineluttabile sconfitta. L’indifferenza e l’ostilità verso il presepe segnano la caduta irreversibile dei ruoli tradizionali all’interno del nucleo familiare. Una storia che, quasi immutata, tende a riprodursi in ogni tempo e luogo.
L’impianto narrativo tiene insieme tre atti che potrebbero, in parte, vivere anche di vita propria. L’opera nasce infatti come atto unico, quasi uno sketch al limite del farsesco, con quattro maschere da avanspettacolo — Lucariello, Concetta, Pasqualino e Nennillo — mentre gli altri personaggi restano ai margini della scena. Già in questa forma embrionale si intravedono gli sviluppi successivi, ma l’effetto complessivo è ancora profondamente diverso.
Il testo riscosse un successo clamoroso, ma l’architettura grottesca e caricaturale, giudicata “immorale” per l’accostamento della sacralità del Natale a una vicenda di tradimento coniugale, indusse le autorità fasciste a intervenire, vietandone la visione ai minori di sedici anni. Forte dei consensi ottenuti, Eduardo ampliò nel 1933 l’atto unico, portando la commedia a due atti.
La vicenda amorosa venne maggiormente articolata e i caratteri dei personaggi approfonditi, sebbene non ancora condotti a piena maturazione. Il presepe assunse con maggiore evidenza il ruolo di metafora e di terreno di scontro generazionale tra Luca e Tommasino. Tuttavia, l’intreccio necessitava ancora di una ulteriore sedimentazione per compiere il salto definitivo nella tragicommedia.
La comicità tornò a essere la componente predominante, con una forte impronta farsesca. Si è ancora lontani dalla versione definitiva, e una parte consistente della critica non nascose la propria ostilità, dietro la quale traspariva anche la diffidenza nazionalista del regime, poco incline a tollerare quello che veniva percepito come un generico “disfattismo” sociale.
Quelle critiche, ingiuste, finirono forse per svolgere una funzione di stimolo. Nonostante la reazione risentita dei teatranti, è plausibile che proprio esse abbiano contribuito a spingere Eduardo e la Compagnia dei De Filippo verso la versione in tre atti, destinata a diventare leggendaria. Seguirono ulteriori evoluzioni e aggiustamenti fino agli anni Cinquanta, quando l’opera giunse a definitiva maturazione. Nel terzo e ultimo atto, il personaggio di Luca Cupiello diventa pienamente centrale, mentre gli episodi comici e grotteschi vengono ridotti e confinati ai margini, o fusi nella tragedia, a vantaggio del dramma.
La fortuna dell’opera risiede, in ultima analisi, nella geniale mescolanza di farsa, commedia, dramma e tragedia, spesso presenti simultaneamente nella stessa scena. Un contributo imprescindibile lo diede anche Peppino, che ne condizionò a lungo la resa scenica fino alla separazione dei due fratelli. Non meno determinante fu l’apporto di Tina Pica e di Titina De Filippo, ciascuna con tempi, modalità e ruoli differenti.

Nessun commento:
Posta un commento
Ogni commento, prima di essere pubblicato, verrà sottoposto ad autorizzazione. Grazie