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venerdì 9 gennaio 2026

Il campismo e la seduzione della logica binaria


Il campismo e la seduzione della logica binaria

Il concetto di “campismo” è tornato di attualità all’interno del dibattito sulla politica contemporanea. Indica, in senso lato, la tendenza a leggere il mondo attraverso l’appartenenza a due blocchi contrapposti — l’Occidente e i suoi avversari, l’imperialismo e l’anti-imperialismo, il Nord e il Sud globale — e a giudicare gli eventi non in base ai loro contenuti, ma in base alla collocazione geopolitica dei soggetti coinvolti. È una forma di pensiero che si presenta anche come radicale, ma che spesso finisce per essere profondamente conservatrice: riduce la complessità, cancella le ambiguità, trasforma la storia in un teatro di marionette.

Il campismo nasce nel contesto della Guerra Fredda, quando la divisione del mondo in due blocchi — capitalistico e socialista — sembrava offrire una chiave di lettura totale ma semplificata. In quel contesto, scegliere un campo significava assumere una posizione etica e politica: da una parte il “mondo libero” contro la dittatura comunista, dall’altra la lotta contro il colonialismo, il sostegno ai movimenti di liberazione, la critica dell’imperialismo statunitense. Ma già allora la logica binaria mostrava le sue crepe: il sostegno “automatico” a qualsiasi regime anti-occidentale, così come quello all’imperialismo americano, portò a giustificare autoritarismi, repressioni, violazioni dei diritti umani, perché collocati nel “campo giusto”.

Con la fine della Guerra Fredda, il campismo non è scomparso: si è trasformato. Privato della dicotomia originaria, ha cercato nuovi poli antagonisti. Oggi può assumere forme diverse: dall’esportazione della democrazia, da una parte; e all’anti-atlantismo di matrice sovranista al neo-terzomondismo di sinistra, fino a versioni ibride che mescolano critica del globalismo, nostalgia per la sovranità perduta e fascinazione per potenze “alternative”, dall’altra.

Il campismo non è solo una posizione politica: è un modo di pensare, applicabile anche ad argomenti estranei alla geopolitica. La sua forza deriva dalla semplicità della sua struttura logica. Per quanto riguarda quello anti-atlantista, se un conflitto coinvolge una potenza occidentale, la responsabilità è sempre sua; se un attore non occidentale commette violenze, queste sono reazioni legittime o quantomeno giustificabili, non crimini. E viceversa.

Questa logica binaria trasforma la complessità in moralismo geopolitico. Sostituisce l’analisi con la fedeltà, cancella le zone grigie. È una forma di manicheismo secolarizzato, che divide il mondo in vittime e carnefici, oppressi e oppressori, senza mai interrogare le ambivalenze interne a ciascuna parte.

La diffusione del campismo oggi non è casuale. In un mondo soggetto all'emotività della polarizzazione, segnato dalla crisi della democrazia, colpita da derive autoritarie, la logica binaria offre un rifugio. Permette di orientarsi in un panorama caotico, di ritrovare un senso di appartenenza, di trasformare la complessità in identità. In questo senso, il campismo è una risposta alla crisi del dialogo e della mediazione: rifiuta la lente analitica, preferisce la scorciatoia morale.

Nel nostro paese riscuote particolare successo, considerata la tradizionale predisposizione del popolo italiano a essere catturato dalla suggestione di narrazioni forti e schematizzate e da personalità “carismatiche” e autoritarie. Le figure di Trump e Putin, speculari l’uno all’altro, riscuotono infatti un grande successo, mentre sfuggono evidenti, inquietanti analogie.

Il campismo, però, è intrinsecamente contraddittorio. Quello anti-atlantista lo è in maniera particolare: pretende di essere anti-imperialista, ma spesso finisce per giustificare imperialismi “alternativi”. Si presenta come difesa dei popoli, ma riduce i popoli a pedine geopolitiche. Critica la propaganda occidentale, ma accetta senza esitazione quella dei regimi che considera “anti-occidentali”. Rivendica il pluralismo culturale, ma applica un filtro interpretativo rigido e monocromatico. Nel tentativo di opporsi alla logica binaria del potere, la riproduce. Nel tentativo di smascherare le narrazioni dominanti, ne costruisce di altrettanto totalizzanti.

Superare il campismo non significa adottare un centrismo tiepido o la semplificazione del relativismo. Significa riconoscere che gli attori politici sono sempre ambivalenti, le potenze “alternative” non sono automaticamente emancipatrici, la critica dell’Occidente non implica l’assoluzione dei suoi avversari, così come usare gli stessi metodi dei dispotismi non vuol dire difendere la democrazia, ma facilitarne la dissoluzione.

Una politica della complessità richiede di tenere insieme più piani: storico, etico, sociale, culturale. Richiede di accettare che il mondo non si lascia dividere in due campi, che la giustizia non coincide con la geografia e la solidarietà non può essere condizionata dalla geopolitica.


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