In memoria di Totò e Paz
In questa copertina del “Male” del 23 aprile 1980, Pazienza utilizza la maschera universale di Totò per sbeffeggiare il potere politico dell'epoca. Non è un caso: Totò è sempre stato il simbolo dell'uomo comune che, con straripante e trasgressiva ironia, elegante stile e nobiltà d'animo, metteva a nudo l'ipocrisia dei potenti. Questa “vignetta” è un omaggio commovente alla figura dell’attore napoletano, in cui c'è tutto lo scandalo della satira autentica, l'irriverenza e la dolcezza del grande interprete.
È una trasposizione rispettosa dello stile di Totò, non è forzata, non è strumentalmente ideologica ed è senza tempo, perché è satira nei confronti del potere in senso assoluto. Vale sempre e per qualsiasi autorità. Il testo è un collage dei tormentoni più celebri di Totò. Paz trasforma la retorica del "Lei non sa chi sono io" in un attacco frontale e anarchico al potere istituzionale. Il gioco di parole finale tra "Ministro" e "Minestrina" riduce l'autorità politica a una dimensione quasi infantile, relegandola giustamente nel ridicolo.
Totò e Paz erano due poli diversi e complementari della creatività italiana, entrambi capaci di incarnare il grottesco e il sublime. Totò, principe della risata, ha elevato la comicità a forma di resistenza esistenziale. Dietro ogni smorfia, ogni battuta surreale, ogni capriola verbale, c’era una malinconia profonda, una consapevolezza tragica della condizione umana. Il suo linguaggio era vero sabotaggio del potere, una grammatica dell’assurdo che smascherava le convenzioni sociali e le ipocrisie morali. Totò rideva del mondo e delle sue assurdità e le demoliva dall’interno, con la precisione di un poeta e la furia di un clown.
Andrea Pazienza, invece, ha portato il fumetto oltre i confini del fumetto stesso, elevandolo a forma d’arte assoluta e trasformandolo in diario esistenziale, in pamphlet delle miserie politiche, in delirio visionario. La sua arte era tagliente, sporca, lirica, sempre sul filo del rasoio, politicamente scorrettissima. Con personaggi come Zanardi, ha raccontato l’Italia degli anni della rivolta sociale, del disincanto post-ideologico, della gioventù bruciata e cinica, ma anche della sua tenerezza. Quando la satira è fatta da veri artisti, non invecchia mai: la "faccia" dei rappresentanti del potere cambia, ma il bisogno di rispondergli «Ma mi “facci” il piacere!» resta lo stesso. Avercene ancora di simili talenti!

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