«Vivere nella Repubblica islamica dell’Iran è come fare sesso con un uomo che ti disgusta»
Azar Nafisi
«In quei giorni all’università stavano cambiando molte cose, e gli scontri fra gli studenti radicali e quelli musulmani erano sempre più frequenti e più duri. «Com’è che siete rimasti con le mani in mano e avete lasciato che un paio di comunisti prendessero il controllo dell’università?» aveva tuonato Khomeini rimproverando un gruppo di studenti musulmani. «Siete forse da meno di loro? Provocateli, affrontateli e fatevi onore». Poi, come al solito, aveva raccontato una specie di parabola. Una volta aveva domandato a un eminente chierico, Modaress, come dovesse comportarsi con un funzionario della sua città natale che aveva deciso di chiamare i suoi due cani Sheikh e Seyyed, un chiaro insulto ai religiosi. Il consiglio di Modaress, secondo quanto raccontava Khomeini, era stato tassativo: «Bisogna giustiziarlo». E, non pago, il chierico aveva aggiunto: «Prima si colpisce, e poi si lascia che gli altri si lamentino. Mai essere la vittima, mai lamentarsi».»
Azar Nafisi, “Leggere Lolita a Teheran”
La foto della presunta guerrigliera comunista iraniana del ’79, vera o falsa che sia, che gira in queste ore sui social, è solo un feticcio narrativo. Non riesco sinceramente a capire che cosa voglia dimostrare. È risaputo che alla rivoluzione contro il dispotismo dello Shah parteciparono anche molte donne libere (allora lo erano) e una pluralità di forze laiche: comuniste, socialiste, democratiche, anarchiche, liberali. Tuttavia, una volta caduto il regime monarchico, gli islamisti seppero sfruttare divisioni e ingenuità altrui.
Il punto cruciale, che spesso viene rimosso, è che la rivoluzione non fu “islamista” all’origine, ma divenne tale quando appunto una componente più organizzata, più disciplinata e più capace di occupare il vuoto di potere prese il sopravvento.
È un copione che la storia ha già visto: la componente più ideologicamente coesa e più spregiudicata vince sulle altre, soprattutto quando le altre sono divise. È storia ampiamente documentata da studiosi iraniani e internazionali. Una notevole mole di pubblicazioni serie è stata prodotta in questi decenni. Ma c'è chi si fida di più dei profili facebook, dei canali telegram e Youtube di guru del dissenzoh, in cerca di visibilità per la promozione di se stessi e delle proprie narrazioni propagandistiche.
Oggi circola anche la favola secondo cui, poiché esistono una costituzione e delle elezioni, il dispotismo iraniano sarebbe un’invenzione dell’Occidente. È un argomento ingenuo o in malafede. Le autocrazie del XXI secolo tendono a non cancellare le forme democratiche: le svuotano. Mantengono parlamenti, partiti, consultazioni, ma come scenografia. È un modello che si sta diffondendo e che dovrebbe tenerci occupati molto più delle narrazioni consolatorie sul “multipolarismo”. Il dispotismo non ha più bisogno di abolire le forme democratiche; gli basta usarle come cosmetico. Costituzioni, parlamenti, elezioni, partiti… tutto può essere mantenuto come scenografia, tutto può essere facilmente manipolato, purché il potere reale sia blindato altrove.
L’idea di un “multipolarismo salvifico” è diventata una sorta di utopia rosa, un mito consolatorio che permette di giustificare qualsiasi regime purché sia percepito come “alternativo all’Occidente”. È un meccanismo pericoloso perché trasforma popoli reali in pedine simboliche, assolve governi autoritari in nome di un presunto equilibrio globale, confonde anti‑imperialismo con indulgenza verso nuovi imperialismi, sacrifica la libertà concreta sull’altare di un’astrazione geopolitica. Anche gli stessi palestinesi dovrebbero temerlo, perché si preferisce la logica delle aree d'influenza a quella dell'autodeterminazione e della mediazione. Chi oggi forse ne “beneficerebbe”, domani potrebbe essere sacrificato.
Il risultato è che si finisce per difendere ciò che, in teoria, si dice di temere: la normalizzazione dell’autoritarismo come forma politica legittima. Ciò che accade altrove è un laboratorio per ciò che può accadere qui: i modelli autoritari ibridi non sono “lontani”, sono contagiosi. E l’Occidente non è affatto immune: erosione lenta delle garanzie, polarizzazione identitaria, delegittimazione delle istituzioni, culto del leader, uso strumentale della democrazia procedurale, stato d'eccezione. Il rischio non è teorico: è già in atto. Fa pensare assai che chi lo aveva visto e criticato qui da noi cinque anni fa, ora lo giustifichi in forma ben più pesante altrove.

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