Marco Minoletti, “Il fuoco e le falene - Otto Gross: psicoanalisi, anarchia e sogno di libertà” (2025)
«La vera rivoluzione non è solo politica, ma personale. Senza un cambiamento profondo dentro di noi, ogni comunità, anche la più utopica, rischia di replicare i vecchi schemi. Io non cerco di costruire un nuovo sistema, ma di liberarci per sempre dalla necessità di averne uno.»
«L'unione tra psicanalisi e anarchia sarà il grimaldello che scardinerà questo vecchio mondo di ipocrisia e oppressione. È un'alleanza naturale, una fusione necessaria: la psicanalisi scava nella profondità dell'animo umano, liberandoci dai vincoli interiori, mentre l'anarchia combatte le catene esterne che ci opprimono.»
«… la rivoluzione non è solo un evento politico, ma un'esperienza quotidiana, un gesto che può nascere ovunque, nelle parole che scegliamo di dire, nei rapporti che costruiamo, nelle strutture che rifiutiamo di accettare. Perché se il potere impone il suo ordine nel quotidiano, è lì che bisogna iniziare a smontarlo.»
«La rivoluzione – disse – non può essere soltanto politica. Non basta abbattere i vecchi governi e cambiare i nomi delle istituzioni. La rivoluzione deve entrare nelle case, nelle famiglie, nelle coscienze. Se ci limitiamo a cambiare il sistema economico senza cambiare l'essere umano, avremo solo nuovi tiranni al posto dei vecchi… Non possiamo semplicemente abbattere i re e i padroni – scriveva – se dentro di noi rimane il bisogno di avere qualcuno che ci comandi.»
Prima di leggere l’affascinante romanzo di Marco Minoletti non sapevo nulla di Otto Gross, ne ignoravo perfino l’esistenza. Questo è già di per sé indicativo di quanto possa essere distruttiva la “damnatio memoriae”, capace di arrivare fino alla cancellazione di personaggi storici e della loro eredità morale e culturale, che meriterebbe invece ben altra considerazione. Penso, a questo proposito, anche al caso di Ignác Semmelweis, il medico ungherese che scoprì le cause della febbre puerperale e che finì la propria vita in manicomio, dopo essere stato travolto dal discredito di una classe medica invidiosa e ostile, fino a sprofondare in una depressione irreversibile.
I due casi presentano molte analogie, pur essendo differenti per il destino che fu loro riservato dagli ambiti accademici di riferimento, a fronte di un epilogo umano sorprendentemente simile. Semmelweis almeno “beneficiò” di un riconoscimento postumo, grazie a Pasteur e Lister, e anche alla celebre tesi di laurea di Céline. Per lo psicoanalista eretico e anarchico Otto Gross, invece, non fu così. Nei suoi confronti venne perseguita fino in fondo una metodica distruzione: non solo della reputazione, ma della personalità stessa.
La vita di Gross si incrociò innanzitutto con quella di Freud, di cui fu allievo, ma la concezione della psicoanalisi che maturò entrò ben presto in conflitto con quella del maestro. Otto riteneva che le cause delle nevrosi risiedessero nei rapporti conflittuali tra individuo e società, nella repressione indotta dal sistema patriarcale, e che la psicoanalisi non dovesse essere uno strumento borghese di terapia individuale né una scienza esclusivamente medica, bensì una critica radicale finalizzata alla liberazione dell’umanità, alla promozione del matriarcato e alla messa in discussione della monogamia.
Queste posizioni lo portarono a sviluppare una profonda simpatia per l’anarchismo e un’avversione altrettanto radicale verso il dominio gerarchico dello Stato, percepito come struttura oppressiva nei confronti degli individui. Idee di libertà assoluta che risultavano del tutto incompatibili con il moralismo di fondo del grande maestro. La sua esplicita opposizione alle teorie ufficiali della psicoanalisi, tanto quella freudiana quanto quella junghiana, lo spinse progressivamente ai margini non solo dell’ambiente accademico, ma anche della società e, paradossalmente, persino dei movimenti rivoluzionari. Per le sue posizioni estremamente radicali subì l’ostilità di figure come Max Weber e dello stesso anarchico Gustav Landauer.
Otto Gross fu così condannato all’isolamento, condizione che determinò un’esistenza fuori dagli schemi, ma anche profondamente segnata dal disadattamento e da gravi problemi di tossicodipendenza. Fu anche paziente di Jung, nell’ambito di una terapia di disintossicazione, durante la quale Gross tentò invano di mettere Carl Gustav di fronte alle responsabilità storiche e politiche della psicoanalisi ufficiale. Questa vita costantemente al limite lo condusse a teorizzare la liberazione da ogni vincolo repressivo: Gross credeva che la liberazione sessuale e la promiscuità dei rapporti erotici fossero parte imprescindibile della terapia, non solo individuale, ma dell’intera società.
Un contributo del tutto involontario alla formazione libertaria di Otto lo diede anche il padre Hans, eminente criminologo e fondatore del moderno metodo di indagine, di cui il figlio divenne l’antitesi vivente. Otto provava un autentico orrore per l’attività paterna di studio delle tecniche di controllo e catalogazione dei piccoli delinquenti comuni. Entrambi furono inizialmente attratti dalle teorie di Freud, ma padre e figlio finirono per intraprendere strade diametralmente opposte. Hans Gross incarnò il tipico accademico integrato, autoritario, rappresentante della solida borghesia austriaca.
Il romanzo di Marco Minoletti restituisce con grande efficacia il tormento interiore di un pensatore di straordinaria finezza che, pur di non scendere a compromessi con la grettezza del mondo scientifico, dominato da feroci dinamiche di potere, è disposto a sacrificare la propria esistenza pur di non rinunciare all’integrità etica e alle proprie battaglie ideali. Ma l’esistenza ai margini conduce inevitabilmente anche a contraddizioni insanabili e a comportamenti autodistruttivi, e la vita di Gross non fece eccezione.
Tuttavia Il fuoco e le falene non è soltanto un romanzo storico-biografico: è un’esperienza narrativa orientata a un’indagine filosofico-sociale sul rapporto tra entusiasmo e disperazione, tra teoria e prassi, sulla relazione intima tra carattere individuale e sistemi di potere — non solo politici o scientifici, ma anche esistenziali, interpersonali — e sulle gerarchie che si formano persino all’interno di strutture nate in opposizione al potere dominante. È, per me, un modello letterario ideale, capace di mettere a confronto la cronaca storica con le speranze utopiche, le eresie con la concretezza dell’esistenza.
In questo senso risulta assai indicativa l’esperienza comunitaria di Monte Verità, il sanatorio svizzero di Ascona, uno dei “santuari” dell’utopismo anarchico europeo nato all’inizio del Novecento, che ebbe un ruolo decisivo anche nella vicenda di Otto Gross. Il sanatorio fu fondato grazie soprattutto all’impegno di due figure eretiche dell’epoca, Henri Oedenkoven e Ida Hofmann. Monte Verità era un centro terapeutico ispirato agli ideali della Lebensreform, dove si praticavano vegetarianesimo, naturismo, igienismo, rifiuto delle convenzioni e parità di genere. Fu anche il periodo in cui il Canton Ticino divenne rifugio per molti anarchici, e in cui venne scritta “Addio Lugano bella”.
Minoletti, con una prosa limpida, scorrevole e disincantata, guida il lettore all’interno di questo universo singolare, restituendone sapori e suggestioni senza nasconderne le contraddizioni, i fanatismi ingenui e i conflitti logoranti. Monte Verità, pur nel suo radicalismo, restava infatti un luogo prevalentemente riservato alla borghesia colta e benestante. Fu meta anche di numerose personalità illustri. Oedenkoven e Hofmann erano consapevoli che, per mantenere in vita un’esperienza simile, fossero necessari compromessi, soprattutto economici. Pensare di preservarla unicamente attraverso il baratto e l’autosufficienza era, ai loro occhi, un’illusione ingenua.
Monte Verità fu un laboratorio di sperimentazione di una vita alternativa, un ritorno alla natura come critica all’alienazione della modernità e all’autoritarismo. Ma ciò non lo mise al riparo da scissioni e conflitti interni. In questo senso, il libro di Minoletti offre anche una lezione che attraversa il tempo e si proietta sul presente: le stesse dinamiche, le stesse diatribe tra alternativi, le stesse illusioni.
Accanto a Otto Gross e ai fondatori del sanatorio, rivivono molte altre figure storiche dell’utopismo europeo: Lotte Hattemer, Erich Mühsam, Johannes Nohl, Franz Jung, Raphael Friedeberg e Gustav “Gusto” Gräser, protagonista dello scontro con Oedenkoven e Hofmann e fondatore della comunità vegetariana di Orselina insieme al fratello Karl.
Gross emerge come un uomo dal carisma quasi luciferino, capace di incantare i compagni e sedurre i cuori femminili. I suoi rapporti, tutt’altro che coerenti con l’ideale matriarcale, furono segnati da amore libero, erotismo debordante, gelosie tragiche e una manipolazione più o meno inconsapevole, in un intreccio di ambiguità e desiderio di emancipazione, vissuto però sempre con autentica passionalità.
E poi l’accelerazione finale verso l’epilogo: il sostegno all’espressionismo e al dadaismo, l’incontro surreale con Kafka e Max Brod a Praga. Intanto il mondo esplodeva: la Prima guerra mondiale, la rivoluzione bolscevica, l’insurrezione spartachista, la Repubblica dei Consigli di Monaco. Un’esplosione destinata a spegnersi rapidamente. Tutto questo fa da sfondo alla vita di Otto Gross, un’esistenza vissuta con un’intensità tale da consumarsi in fretta, come una falena attratta da una fiamma insostenibile. Così come molte delle altre “falene” anarchiche che ne condivisero il destino. Le idee di libertà stavano tramontando, lasciando spazio all’ala oscura del totalitarismo che di lì a poco avrebbe avvolto l’Europa.
Particolarmente efficaci sono le discussioni sugli strumenti di trasformazione della società: il parlamentarismo, l’insurrezione di massa, l’azione diretta delle avanguardie, l’alternativa comunitaria. Ogni via è analizzata e criticata, mostrando contraddizioni forse insanabili. La domanda che attraversa i secoli rimane la stessa: riformare la società o abbandonarla per vivere l’utopia qui e ora? Ed è proprio in questa tensione irrisolta che il romanzo riflette sul valore profondo dell’utopia, intesa come motore essenziale della piena realizzazione dell’individuo.
Nel profondo senso di solitudine di Gross riconosco qualcosa che mi è estremamente familiare: un’esperienza difficile da rendere in modo razionale, da esprimere con parole che ne esauriscano il significato, perché legata a una particolare sensibilità che appartiene a quella zona insondabile dell’esistenza e del carattere umano di cui anch’io ho fatto esperienza, e che a volte lascia sgomenti.

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