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venerdì 16 gennaio 2026

La catastrofe dell'inner space in J. G. Ballard


La narrativa di anticipazione come metafora dell’inferno - 1. La catastrofe dell'inner space in J. G. Ballard 

«Disteso in veranda, la sveglia abbandonata a terra sotto la sdraio, Faulkner sempre più sprofondava nella sua recondita fantasticheria, nel demolito mondo di forme e colori che gli penzolava attorno inerte. Le case di fronte erano svanite, e al loro posto si allungavano bianche fasce rettangolari. Il giardino era una rampa verde in fondo a cui si librava l’ellisse argentea della vasca. La veranda era un cubo trasparente in mezzo al quale egli si sentiva sospeso come un’immagine galleggiante su un mare di idee. Aveva cancellato non solo il mondo circostante ma anche il proprio corpo, e il tronco e le membra gli sembravano estensioni della mente, forme disincarnate le cui dimensioni fisiche premevano su di essa fornendole pur nel sogno consapevolezza della propria identità.»

Da “L’uomo sovraccarico” (racconto 1961)

«Ora che tutto era tornato alla normalità, si rendeva conto con sorpresa che non c’era stato un inizio evidente, un momento al di là del quale le loro vite erano entrate in una dimensione chiaramente più sinistra. Con i suoi quaranta piani e le migliaia di appartamenti, il supermarket e le piscine, la banca e la scuola materna – ora in stato di abbandono, per la verità – il grattacielo poteva offrire occasioni di scontro e violenze in abbondanza.» 

Da “Il condominio” (1973)

«Era in atto una piccola rivoluzione, così discreta e perbene che non se n’era accorto quasi nessuno. Come il visitatore di un set cinematografico abbandonato, me ne stavo davanti all’entrata di Chelsea Marina ad ascoltare il traffico mattutino su King’s Road, una rassicurante accozzaglia di stereo di macchina e sirene d’ambulanza. Al di là della guardiola del custode c’erano le strade del complesso edilizio assolutamente deserto, una visione apocalittica privata della sua colonna sonora. Dai balconi penzolavano striscioni di protesta, e contai una dozzina di macchine ribaltate e almeno due case bruciate.

Eppure nessuno dei passanti diretti a far compere sembrava preoccuparsene. Un altro party di Chelsea era sfuggito al controllo, anche se gli ospiti erano troppo ubriachi per accorgersene. Il che, per certi versi, era vero. La maggior parte dei ribelli, e persino alcuni dei caporioni, non arrivarono mai a capire cosa stava succedendo in quella gradevole enclave. D’altro canto, questi rivoluzionari amabili e raffinati si stavano ribellando contro se stessi.»

Da “Millennium People” (2003)

L’inferno descritto da Ballard è quello dello spazio interiore (inner space). È un inferno che non è in un mondo a parte, in un universo alieno, non è posto in un altrove fantastico, non è un sistema totalitario, è qui ora. Nascosto nella normalità della vita quotidiana, negli anfratti di un’architettura urbana, nello “scantinato” della coscienza individuale, nei particolari della normalizzazione più crudele. Nell’ossessiva presenza tecnologica, ma anche nella sua arida assenza.

È il lato oscuro della modernità, tuttavia, può essere, al contrario, il suo lato più abbagliante, più spettacolare, più asettico. Copre e svela nello stesso tempo. È l'improvvisa apocalisse privata anche solo psicologica, inserita in quella più allucinante o disciplinata del macrocosmo. L’universo ballardiano vive nell’ambiguità della narrazione, nell’atrocità dell'assurdo, nella banalità della ripetizione esistenziale, nel comfort, nell’esteriorità patinata. Sta nello sgretolarsi improvviso delle apparenze, nell'agghiacciante naturalezza con cui ciò avviene.

Può essere l’ottusa solitudine di una talpa umana, ma anche un’esistenza schiacciata e soffocata dall'abnormità della massa. L’inferno non è contenuto in un futuro di terrore, ma nel nostro presente. È qualcosa che ci rifiutiamo di vedere, anestetizzati dalla calma quasi ipnotica in cui ci convinciamo di vivere, e che nel momento in cui emerge consapevolmente, ha una potenza distruttiva che fa implodere la realtà circostante, mandandola in mille pezzi, fino al suo ripiegarsi per tornare di nuovo ad una normalità apparente. Le tre citazioni, distanti più di quarant’anni, compongono una traiettoria coerente e inquietante del pensiero di J. G. Ballard. La normalità che collassa. 

Nel racconto del 1961, tutto avviene nella coscienza individuale. La veranda, il giardino, le case diventano figure geometriche, superfici astratte, un quadro surrealista. Il corpo stesso si smaterializza. È il primo stadio della ballardiana “catastrofe interiore”: la realtà non viene distrutta da un evento esterno, ma trasfigurata in una fantasia allucinata. La realtà fisica è diventata un peso insopportabile, un "sovraccarico" da cui l'individuo può fuggire solo trasformando il paesaggio in un'astrazione mentale. 

Nel 1973, la dissoluzione non è più solo mentale, e svanisce la capacità creativa individuale di immaginare e cogliere l’assurdo: è completa alienazione architettonica, comunitaria. Il grattacielo è un organismo chiuso, un ecosistema autosufficiente che genera la patologia collettiva. Non c’è un “momento zero”, un inizio, nessuna soglia riconoscibile: la violenza emerge come una conseguenza naturale e ovvia della struttura stessa. La modernità verticale, iperfunzionale, produce regressione. L’edificio diventa una mente collettiva disturbata, come lo sono tutte le menti collettive, un’estensione del protagonista del racconto del ’61, ma ora abitata da migliaia di individui. 

Trent'anni dopo, al percorso ballardiano si aggiunge una nuova “catastrofe” attraverso una sottile ironica rappresentazione. In “Millennium People", la rivolta non è opera del proletariato, ma della classe media istruita e "perbene". I "rivoluzionari amabili" che si ribellano contro se stessi rappresentano l'ultimo stadio del sovraccarico. Le auto ribaltate e le case bruciate sono solo l'ennesimo "party sfuggito al controllo" in un mondo dove nulla ha più significato, nemmeno il conflitto. La borghesia si ribella contro se stessa. La catastrofe non è più né interiore né architettonica, ma culturale. La mente collettiva torna a operare in maniera dissennata, distruggendo qualsiasi parvenza di consapevolezza individuale in una rivolta contro il nulla.


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